Permafrost: oltre la scrittura femminile

È un giro sulla giostra, vorticoso, sorprendente, appassionante. Ti lascia senza fiato, come una corsa in mezzo alla pineta con gli occhi puntati sulla radura poco distante da te. Permafrost è una lettura che lascia il segno, come un taglio e la sua cicatrice

Pubblicato da Nottetempo, tradotto in italiano da Amaranta Sbardella, è il primo romanzo firmato da Eva Baltasar, poetessa e scrittrice catalana che usa le parole come lame che incidono la pelle, si insinuano sotto di essa, proliferano trasformate in miliardi di pensieri e sensazioni

Permafrost, in italiano permagelo, è la zona perennemente ghiacciata della terra oltre la quale è difficile penetrare, raggiungere il calore che sta sotto. È scudo, rete protettiva, zona limite: nel ghiaccio non vi è scambio tra fuori e dentro, ma solo tra ghiaccio e fuori, tra ghiaccio e dentro. 

Ha quarant’anni la protagonista di Eva Baltasar ed è una donna che ama lo stare più dell’andare, i libri più dei film, immaginare più del vivere. Figlia di una famiglia borghese e oppressiva, ha una sorella che è ben inserita in mezzo alle etichette. Ha studiato Storia dell’arte ma finisce per arrivare a fine mese grazie a lavoretti di giornalismo e insegnando lo spagnolo quando si trova in territorio straniero o come ragazza alla pari. 

Ci sono molte donne nella sua vita, ma a travolgerla è l’amore per Roxenne, una creatura della quale ci si potrebbe innamorare a prescindere dalle inclinazioni sessuali, perché, a vedere il mondo attraverso la protagonista di Permafrost, l’omosessualità e l’eterosessualità sono concetti superati, superabili. Roxenne è desiderabile, a prescindere. 

In mezzo al racconto, ci si muove su un disteso filo, come equilibristi, tra vita e tentati suicidi. Per sciogliere il permafrost, c’è solo un modo, in apparenza. Morire. 

Sono tentativi fallimentari, i gesti suicidi; la protagonista li racconta con ironia e distacco, quasi fossero le azioni altrui e nei cui successi ci crede poco. 

La salvano i gatti, anzi l’idea dei gatti spiaccicati sulla pavimentazione all’ingresso del palazzo in cui vive, ma anche le lande verdi e desolate dell’oltremanica, le cosce morbide di qualche notte di passione. C’è sempre un filo a cui aggrapparsi: certe volte più resistente, altre più fragile. 

Il sesso è uno degli ingredienti del romanzo. Che per lei la penetrazione sia anche dolore, la protagonista lo scopre quando è adolescente. A casa di una compagna di scuola, guardando un film porno, lei capisce che non c’è immedesimazione con l’attrice. C’è una traccia di piacere, e questo lo scopre più tardi, ritornata a casa. Se la sessualità sboccia con naturalezza, la vocazione segue un percorso intricato: difficile dare un nome a ciò che vuol fare della sua vita. 

Scritto in medias res e in prima persona, Permafrost scorre come un inarrestabile flusso di coscienza, aggiungendo flash back che seguono connessioni inconsuete, sorprendenti. È un percorso selvaggio la vita della protagonista, selvaggio e affascinante, dal quale è difficile staccarsi, ti avviluppa come in un bozzolo di parole. Si riemerge trasformati, più ricchi, ampliati nelle proprie visioni, deformati, scalfiti dalle schegge di permafrost che, a tratti, la protagonista lascia scivolare o vorticare oltre la pagina fino a raggiungere il lettore. 

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