Perché leggere i classici… romeni?

In un mondo in cui i lettori sono pochi, le nuove uscite sono milioni, chi ha ancora tempo per dedicarsi alla lettura dei classici? Di più, alla lettura dei classici romeni? 

Se io stessa non fossi romena, avrei mai trovato il tempo per sfogliare La Ciuleandra (Rediviva Edizioni, traduzione di Alina-Monica Turlea e Alessio Colarizi Graziani)? Ho rovesciato la domanda e, come fanno i bravi scrittori, ho sposato un altro punto di vista chiedendomi: quanti scrittori albanesi, montenegrini, ucraini, bielorussi, lettoni ho letto negli ultimi anni? Credo, se non ricordo male, uno, polacco. Non ne ho letti di contemporanei e non ne ho letti di classici. E ho fatto male. Come male fareste voi se non vi lasciaste incuriosire da Liviu Rebreanu e dal suo appetitoso romanzo, La Ciuleandra

Un classico. Evidente, per una determinata popolazione, grazie allo studio scolastico. Meno evidente, ma sempre un classico, per coloro che lo scoprono adesso la prima volta. 

Ora spiego perché La Ciuleandra è un classico, per tutti, e perché leggerlo. 

Per spiegarmi, mi farò aiutare da un autore classico: Italo Calvino che, in un celebre passo, fornisce una lista di ragioni per cui leggere i classici. Ne riporto alcune, a titolo di esempio (a questo link, le trovate tutte), e mi soffermo con una riflessione legata a La Ciuleandra. 

«Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli». 

Il ritmo di La Ciuleandra, le pennellate con cui vengono descritti i personaggi, il gioco psicologico che mescola reale e irreale, il piano simbolico: è un’esplosione di relazioni che crea una trama dal sapore intenso. La Ciuleandra rappresenta una ricchezza per chi lo ha letto e amato, e una fortuna per chi lo leggerà. 

«D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima». 

Non ricordo di aver letto La Ciuleandra in gioventù, quindi in lingua romena. Tuttavia, la conoscevo, come vicenda, come stile. Liviu Rebreanu è uno dei massimi esponenti della letteratura romena. A ragion veduta. È fruttato e denso lo stile con cui racconta le avventure di questo rampollo, un certo Puiu Faranga, che si macchia di un delitto. Si dispiega, così, il mondo dei ricchi, dei boiardi, in contrasto con quello dei poveri, dei contadini: è una ferita vederli a confronto. Un ferita che, inevitabile, fa riflettere oltrepassando le barriere del tempo e dello spazio.  

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». 

Potrei rileggerlo oggi stesso e, ne sono certa, coglierei una sfumatura che, nella precedente lettura, mi è sfuggita.  

«Un classico è un libro che viene prima di altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia».

Questo assioma va testato sulla propria pelle. 

«È classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno».

Ricchi, da un lato, e poveri, dall’altro. Follia pretesa e follia reale. La costrizione di stare da soli con se stessi e gli effetti di questa solitudine produttiva. Il potere: politico, dell’io, del padre padrone. 

Ci sono così tanti rami fioriti a abbellire le chiome nate dalle radici di La Ciuleandra che solo leggendo il romanzo si possono cogliere. 

L’edizione italiana, inoltre, riporta numerose note a piè di pagina che, se da un lato danno la sensazione di ritrovarsi davanti a una specie di testo didascalico, come se il lettore dovesse apprendere esplicitamente qualcosa in seguito alla lettura, dall’altro danno una certa autonomia al libro, in caso di blackout elettrici o di internet, aspetto da non sottovalutare. 

Piccolo neo — davvero piccolo, ma pur sempre esistente — qualche svista che fa inciampare l’occhio del lettore più esigente.  

Nel suo complesso, la lettura di La Ciuleandra è piacevole, si percepisce un’atmosfera autentica, pregna e capace di trascinare chi legge in territori lontani e poco esplorati. Dice ancora Calvino: «è classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona». È anche questo, La Ciuleandra.  

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