Lettura, esclusione e Migrante per sempre

Prima ancora di iniziare a leggere, i libri li compravo in modo spasmodico. Nelle due città in cui ho trascorso la mia infanzia e gran parte della mia adolescenza, il negozio che vendeva giocattoli, vendeva anche libri e articoli di cancelleria. I libri mi rapivano per le loro copertine, le stilografiche per la loro capacità di cambiare colore. Possedevo, infatti, due calamai, uno con inchiostro blu e uno con inchiostro rosso. All’occorrenza, svuotavo il serbatoio premendo sull’intestino duro di plastica che conteneva l’inchiostro, poi infilavo il penino nell’altra boccetta per riempire la mia stilografica made in China. Trovavo la cosa molto elettrizzante poiché, da ragazza, non mi piaceva leggere, ma adoravo scrivere. I libri, come dicevo, li acquistavo per la loro copertina, per il titolo, per il nome dell’autore. 

Cosa c’entrano queste mie abitudini con Migrante per sempre di Cristina Ingrao? C’entra. Perché nella scelta di questo romanzo che, nelle ultime pagine mi ha strappato più di una lacrima, il criterio di scelta dallo «scaffale» di Baldini+Castoldi è stato prima di tutto la copertina. Poi il titolo. Non conoscevo, quindi, l’autrice, né il suo percorso al di fuori della letteratura, come sindacalista e politica italiana. 

Questa è la prima considerazione

La seconda considerazione riguarda il tempo che ho impiegato per completare la lettura del libro. Mesi. Leggendo per il piacere della lettura (e non per una scadenza, un’intervista, una revisione, uno studio), vi dedico il tempo della sera; il tempo libero. Spesso crollavo con l’ereader in mano, mi interrompevo per settimane, e quando dovevo riprendere, avevo smarrito il filo, e mi toccava sfogliare le pagine indietro per ricollegarmi con la storia di Lina. Da qui, ho capito che non c’è da prendersela con chi si sente stanco la sera per leggere, dopo una giornata intensa di lavoro. È una forma di discriminazione, anche questa, di esclusione. 

Esclusione. Questa è la parola chiave anche del romanzo di Cristina Ingrao nel raccontare la storia di Lina, dalla sua infanzia in Sicilia, con la mamà partita per la Germania a lavorare in fabbrica perché al paese suo mancava il lavoro, i fratelli che sono finiti tutti assieme alle germanesi, i nonni rimasti al paese, prima a crescere i nipoti, poi a aspettarli d’estate, in vacanza. 

Anche Lina ci finisce in una fabbrica tedesca. Vorrebbe studiare lei, è pure brava, ma non c’è spazio per andare a scuola. Non per le donne, non in Sicilia, non all’epoca di Lina. Bisogna lasciare tutto e partire per la Germania, in mezzo alla neve e allo smarrimento di una lingua incomprensibile e assai diversa da quella cantilena calda che è il siciliano mescolato all’italiano e che si parla al paese. 

Che affresco meraviglioso che ne esce. Quanto presente in quel passato, quanta umanità tra le pagine di una vita da cui emerge con forza la sensazione che senza radici è dura stare in equilibrio, avere la forza di fiorire

Ci sono moltissimi brani che rendono Migrante per sempre una lettura indimenticabile. Ne cito uno, a titolo di esempio, un passaggio che apre decine di porte, di interrogativi, di scenari su cui riflettere. Dice l’autrice: «Voglio accettarmi per quello che sono, voglio esserne fiera. Non sono gli altri, a trattarmi da straniera: sono io, che ho attraversato troppi luoghi e troppe tribù, per poter scegliere di appartenere a una sola. Non ho bisogno di loro, non più: sono straniera e sono libera, sono una figlia del mondo. Sono una migrante, Lina; e lo sei anche tu, ti piaccia o no. Chi è stata migrante resta migrante per sempre». 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *