Urla sempre, primavera: le zone d’ombra del presente raccontano il futuro

Mi appassionano i romanzi distopici e, al contempo, mi spaventano per via di quella loro capacità di guardare nelle viscere del presente mettendo in luce i dettagli che a noi — alla maggior parte — sfuggono. Vedere il mondo al di là del mondo, oltrepassa la fantasia. Non è solo un atto di immaginazione. È un tipo di sintesi che ha il sapore del dono (quello divino, per chi frequenta).  

All’inizio non volevo parlare di Urla sempre, primavera. È un libro complesso, avventuroso e intenso, uno di quei romanzi che è meglio se te lo leggi direttamente e ti fai un’opinione, perché qualsiasi recensione dovrà — per forza — raccontare qualcosa che toglierà un po’ di sorpresa nel momento in cui giri le pagine e, per esempio, scopri che è stato stampato in un certo modo, con pagine più scure rispetto alle altre. Perché? Questo non intendo dirlo. 

Quello che intendo dire è il motivo che mi ha fatto cambiare idea e mi ha spinta a scrivere di un romanzo che considero non si possa — o non si debba — raccontare. La ragione è semplice. Mentre ne leggevo un altro, una frase letta in Urla sempre, primavera di Michele Vaccari (NN Editore) mi è piombata addosso e l’ho capita. Anzi, l’ho indossata, come una seconda pelle. 

A un certo punto, scrive questo, l’autore: «le cose passano, basta cercare di restare sempre uguali». E lì per lì, senti la potenza delle parole, essa è un boato, ti assorda e stordisce, ma non riesci a comprendere il significato fino in fondo, anche perché sembrano parole buttate a caso, in mezzo a un dialogo, a pagina 58, riportato da Zelinda, una delle voci narranti di Urla sempre, primavera

Come anticipavo, stavo leggendo altro, ero presa dalla storia narrata in questo altro romanzo, quando ho sentito nuovamente il boato. «Le cose passano, basta cercare di restare sempre uguali». Che applicato al mondo di oggi, fa piovere una cascata di pensieri. Che applicato al mondo di ieri, fa venire i brividi. Pensiamo, per un istante, a cosa possa significare la seconda parte, cercare di restare uguali, mentre ci cascano addosso modelli sbagliati, sentimenti disumani, paure stravolgenti. O gioie straordinarie, sogni realizzati che ci piombano addosso. Restare uguali, perché tanto le cose passano. È un esercizio impegnativo, che non tratta nemmeno dell’equilibrio, ma di un concetto più difficile, più complesso: l’identità. Che, di nuovo, non esclude il cambiamento, ma lo integra, lo deforma nella misura in cui identità e cambiamento sono momenti della medesima natura.

Le cose passano: una grande presa di coscienza. 

Parla di identità Urla sempre, primavera? Forse. Anche. Parla di noi, del nostro mondo proiettato in un altrove che rimane riconoscibile perché è ancora il nostro mondo, sebbene racconti di una Genova del 2022, poi del 2024, infine, del 2043. Parla sicuramente di sogni, della loro forza, di come ci possano cambiare la vita. Parla dell’Italia, e lo fa in modo avventuroso, con uno stile accogliente che respira a ampi polmoni, come una foresta. 

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