Seconda vita: i trentadue canti della vita

La letteratura romena tradotta in Italia è esigua. Fa fatica a trovare uno spazio, a essere compresa e accolta al di fuori dalla cerchia ristretta di chi parla il romeno o frequenta la vasta comunità di romeni in Italia. Le culture si riversano le une nelle altre e, di solito, si guarda con ammirazione e interesse verso le culture maggiori, più forti, più affermate. 

In quest’ottica, la letteratura permette di tastare il polso ai colonialismi moderni più di ogni altro strumento. 

Per fortuna, però, il mondo è fatto anche di eccezioni, di nicchie, di amanti voraci e veritieri che, con passione e contro corrente, si dedicano a travasare le culture minori. 

Si intitola Seconda vita il libro di Nicoleta Dabija (traduzione di Barbara Pavetto con Francesco Altieri), pubblicato in Italia da Edizioni EBS Print. Ed è un pugno nello stomaco. Non tanto per la storia quanto per i risvolti, le riflessioni che suscita, la dimensione umana che sottolinea e di cui ci eravamo completamente scordati. 

Di morte parliamo da mesi: il COVID-19 è stato un memento mori, ci ha ricordato che siamo fragili, che c’era stato un meccanismo sbagliato alla base della nostra illusione di eternità. 

Non tratta il COVID-19, il libro di Nicoleta Dabija. Il legame con la pandemia è l’attualità e il coraggio del tema trattato.

Mariana impiega tre giorni per morire. Ha un tumore che combatte da tempo. Ha un figlio di sette anni. Ha un passato dal quale è fuggita perché ingombrante quanto solo le tradizioni rinnegate del villaggio sanno esserlo. Mariana voleva morire in città, ma dovrà accontentarsi di morire nel villaggio natale da dove, le tre bambine del passato, sedute nel carro trainato dai buoi e avvolte dal fieno, andavano alla fiera raccontandosi storie spensierate. 

Ci sono costellazioni di simboli: trovarli, coglierli provoca un piacere intenso nel lettore.  

Seconda vita non è un romanzo. È filosofia, nella misura in cui ridona all’uomo la sua dimensione umana e gli racconta che la morte è parte della vita e non cosa estranea. C’è continuità, ci sono legami che non possono essere recisi perché sottili, impalpabili. Non esistono forbici che possano tagliarli. 

È poesia, Seconda vita. Le parole sono ponderate, le immagini sono scelte con cura. Dice: «Ma l’anima non è che energia buona che, dopo la morte, si frange come pane caldo e si divide tra le persone care. I morti si condividono. Lo spirito, liberato, entra dentro di noi in cerca di amore, lo fiuta, e quando lo trova si accoccola tranquillo, al suo fianco». 

È anche narrativa, fintantoché Seconda vita testimonia le tradizioni di una cultura, le contraddizioni intime di chi si misura con la finitezza dell’essere umano e del dolore. C’è un bambino, Alex, che perde sua madre. C’è una madre che seppellisce una figlia. C’è una sorella che non sa più se, in famiglia, sono due o tre figlie. 

E, soprattutto, c’è la vita. In qualche modo, in una certa forma, il senso ultimo del libro di Nicoleta Dabija, i trentadue Canti che compongono il volume non sono dedicati alla morte, bensì alla vita. 

Mariana è un alito caldo sulla nuca, a Londra, un anno più tardi dalla sua morte. È lì che rinasce e si lascia cogliere da Nicoleta.  

Perché, in fondo, cos’è la morte? Anzi, ancora di più, che cos’è la vita? 

Se Dio fosse una donna: alle origini del mondo

Volevo che non finisse mai. Volevo che la lettura si protraesse all’infinito, che i proverbi yiddish continuassero a sorprendermi nonostante fossi reduce da un altro libro, molto intenso, che raccontava il rovescio della medaglia, la versione palestinese. Ma, nonostante ciò, fui catturata dalle pagine. Forse perché la cultura, la tradizione ha poco a che fare con la sua interpretazione e con il potere che spinge il presente a diventare violento, intransigente, aberrante. Forse, se la cultura e la tradizione non fossero più manipolate, ma solo vissute, smetterebbero di creare mostri, dolore e sofferenza.  

Fatto sta che, nonostante i sentimenti contraddittori dovuti alla storia recente legata alla nascita dello Stato di Israele, leggere Se Dio fosse una donna. SuperTex di Leon De Winter (pubblicato in Italia da Marcos y Marcos nella traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo) è stato come scavare le origini della creazione del mondo. Perché se il mondo, la realtà è narrazione, i proverbi citati da De Winter mostrano come abbiamo iniziato a raccontarci le nostre verità. 

Max ha trentasei anni, è un uomo ricco, erede della SuperTex, un impero tessile che vende a Amsterdam abiti cuciti e confezionati in Thailandia, a prezzi stracciati. È il figlio di un sopravvissuto ai lager nazisti. E ciò ha il suo peso. 

Tutto ha inizio una mattina. Max deve telefonare al partner tailandese e recriminargli delle insolvenze. Si sveglia presto, lascia il corpo caldo, snello e satinato della splendida Maria ancora avvolto dalle lenzuola profumate. Sono le sei del mattino e, se si fa questa levataccia, è per una questione di fusi orari. Deve parlare urgentemente con Jimmy Ch’in. Sulla scrivania, però, si rende conto mentre sta per iniziare la telefonata, ci sono i documenti sbagliati. La segretaria gli ha preparato il fascicolo errato. La rabbia diventa lava incandescente. Invece di chiamare Jimmy, chiama l’impiegata e la licenzia in tronco. 

Maria, dolce ma anche autorevole, gli suggerisce di fare una scappata in ufficio, prendere i documenti, chiamare Jimmy per risolvere la questione e tornare tra le lenzuola stropicciate e calde. Semplice, no? 

Max guida una Porsche. È un ebreo con la Porsche. Un ebreo non credente, non ortodosso, ateo, che ironizza sulle tradizioni millenarie. In fondo, la cucina kosher è la cucina di gente che viveva nel deserto. Cosa c’entra quel mondo con questo attuale? Non è assurdo applicare all’oggi i dettami di una realtà anacronistica? Guarda fuori dalla finestra: non c’è il deserto a Amsterdam. 

Max guida una Porsche. Non ha il cappello, ma un girovita pesante e una Porsche. La guida di sabato, per giunta. E a gran velocità, mentre attraversa il centro per raggiungere l’ufficio. Le strade sono deserte e questo deserto gli si ritorce contro. Non vede la famiglia di ebrei ortodossi pronti a attraversare la strada, diretti alla sinagoga. Indossano il cappello, hanno i riccioli tradizionali e si salvano per miracolo, o, anzi, perché la Porsche ha un ottimo sistema di frenata. Le lesioni provocate dall’incidente sono minime: una gamba rotta per il ragazzo sedicenne. Roba da nulla, assicura l’avvocato di Max. 

Eppure ci ritroviamo davanti all’applicazione pratica di una delle leggi della fisica quantistica. Due sistemi che sono entrati in collisione continuano a avere effetti gli uni sugli altri anche nel momento in cui si separano. Quell’incontro segna un punto di rottura nell’universo di Max. 

Max sente il bisogno di rivolgersi a una psicoanalista. E ecco il personaggio più misterioso e affascinante di questa storia. La dottoressa Jansen si limita a ascoltare, a porre domande e a non pensare. Perché lei non pensa, come dirà al signor Max Breslauer. Pensare è compito del paziente. 

Dura un giorno, la storia di Max. Un giorno, tante generazioni e vite. Come tutte le storie. Come l’intera Storia. Un attimo, miliardi di attimi. 

Quando gli esseri umani abitano negli sguardi ovvero “La casa degli sguardi”

I poeti sono sensibili. Non è questo il caso di Daniele Mencarelli. Lui non è sensibile, lui è fragile, ha la pelle meno spessa, in un determinato punto, di difficile identificazione: da lì passano i dolori del mondo e raggiungono il suo cuore. E allora come puoi vivere quando il dolore del mondo echeggia, rimbomba, esplode dentro di te? 

La privazione del sonno è una delle torture più diffuse e insopportabili che si possano infliggere a un essere umano. Daniele, il Daniele de La casa degli sguardi, è torturato dalla vita attraverso l’insonnia. 

Come mettere a tacere il dolore del mondo che vibra nel petto? Se non hai scudi o armi con cui proteggerti, ti resta una cosa soltanto. La dimenticanza. 

Daniele, il Daniele de La casa degli sguardi, sceglie di dimenticare. Prima con la droga, poi con l’alcol. 

Come lui, dimenticano grazie all’alcol, o ridono grazie all’alcol, o si trasformano in altro grazie all’alcol 9,8% della popolazione europea. E oltre 65% della popolazione oltre gli 11 anni ha consumato almeno una bevanda alcolica nell’ultimo anno. 

Ma il romanzo di Daniele Mencarelli non è un libro sull’alcol. 

Pubblicato da Mondadori e vincitore del Premio Volponi, La casa degli sguardi è un libro da leggere. Non da classificare, né da spiegare, né da raccontare. È, semplicemente, un libro che va letto. 

Farà male. Farà piangere. Farà anche ridere, quando meno te lo aspetti. Farà tremare le mani per la rabbia, per le ingiustizie di cui Daniele diventa spettatore. Perché quello a cui Daniele assiste è atroce: laddove dovrebbe sbocciare la vita, si allunga come un’ombra insostenibile la morte, la sofferenza, la malattia. 

Daniele ha poco più di vent’anni. Vorrebbe fare il poeta, ma non ha le forze. Ha scritto diverse poesie, sono state anche pubblicate su riviste importanti, la comunità dei poeti lo definisce uno di loro, ma lui, nonostante questo grandissimo sogno, non riesce a sfuggire alla dimenticanza. Si chiama così la sua inseparabile amica che lo fa arrivare a casa in uno stato pietoso, facendo soffrire chi, invece, vorrebbe proteggere. 

Un amico — perché il mondo della poesia (dell’arte) questo crea: incontri e amici — gli trova lavoro presso una cooperativa che ha vinto un appalto e ora si occupa delle pulizie presso l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù. 

Il primo giorno di lavoro, Daniele capisce che non appartiene nemmeno a quel mondo. Infatti, ben presto cercherà di rifugiarsi tra le braccia della sua buona amica, la dimenticanza. È un’amica sgradita, ingombrante: la sua presenza significa rischiare di perdere il lavoro. È pericoloso pulire gli ambienti dell’ospedale da ubriachi. Per qualche ragione, Daniele non vuole rinunciare a quel lavoro, alla squadra a cui è stato assegnato, agli occhi tondi, scuri, teneri di Toctoc con cui istaura un dialogo basilare, da solitudini che si incontrano e si riconoscono le une nelle altre. 

Bisogna scendere a compromessi, però, con la sua tenace amica. Niente alcol da lunedì e fino alla fine del turno del venerdì. È così che Daniele inizia a essere vivo cinque giorni e mezzo alla settimana. Lo fa, ma con quanto dolore? 

Non si tratta solo dell’astinenza: i corpi possono disintossicarsi dai veleni ingeriti. L’anima, però, il cuore, la psiche — come vogliamo chiamare quel qualcosa che ci compone e che vibra, accoglie, comprende, processa gli eventi che accadono intorno a noi, dando loro un significato, una ragione d’esistere? — come può depurarsi dai veleni che gli vengono offerti quotidianamente? 

È questa la domanda di fondo ed è questa anche la risposta, in definitiva, che rende la lettura di questo romanzo un’urgenza. E un obbligo. 

Storie di una certa età: il tempo non esiste, esiste l’energia

Esiste l’energia, non il tempo. Anche ciò che passa, in modo tiranno, è l’energia, e non il tempo. Lo sanno Anselmo, Armida, i Figli di Dio, Gina, la prof, la francese, Dante, un uomo che si sveglia vedendo tutto rosso, una certa amica preziosa, Celeste, Flora, ma anche la madre di due figlie fin troppo presenti. Lo sanno tutti loro che, superata la soglia dei sessantacinque, capiscono che la vita è tutta una questione di energie. E non di tempo. Il tempo si rinnova, semmai esistesse una cosa simile. Le energie possono esaurirsi, pur avendo ancora tempo, se non si presta attenzione, se non si preservano, se non si ha cura di ricaricarle.

Storie di una certa età (Amazon Edizioni) di Cristiana Pivari sono questo: uno squarcio dietro il sipario dei nonni, delle nonne, dei vedovi e delle vedove.

Che ne sappiamo di loro?

Sappiamo che sono fragili, da proteggere, incapaci di prendersi cura di se stessi, facili prede dell’Alzheimer. Non sappiamo, però, che hanno ancora tanta energia quanto basta per seguire un corso di ballo, per innamorarsi, per sognare, per proiettare sogni nel presente o, al massimo, nel futuro prossimo.

Non è idilliaco il mondo dipinto dalla Pivari. A tratti, fa male. Armida, che legge Manzoni, fa pensare ai leoni anziani: di che vivono i leoni una volta diventati vecchi, chi si cura di loro? Chi si cura di Armida che, sebbene legga Manzoni, ha conosciuto nella vita il temibile spaccato del prima e del dopo? Armida è una clochard, non più giovane, che, oltre alla lettura dell’unico libro trovato nell’immondizia, si fuma con parsimonia un pacchetto di sigarette alla settimana, beve un chinotto quando può, va a pranzo alla mensa dei poveri e valuta se il dolore alla schiena valga un giro in ospedale, con il rischio di restare chiusa in una qualche clinica. Da cosa fugge Armida? Dalla società che l’ha fatta soffrire con i suoi schemi e le sue richieste: marito, lavoro, mutuo? Da chi fugge Armida? Difficile deciderlo. Cristiana Pivari si concentra su altro: sotto l’essere ruvido di Armida, si nasconde un animo candido che sa aiutare. C’è un lieto fine, anche se non è quello di Armida.

Il finale è sorprendente, invece, in uno dei racconti meglio riusciti (non tutte le ciambelle vengono col buco, questo è chiaro). Figli di Dio. Semplice, ancestrale, nulla da togliere, nulla da aggiungere. Lei è una signora rispettabile. Lui è un uomo misterioso. Il loro incontro è straordinario e naturale. C’è tanto in mezzo alla loro storia. Forse, c’è tutto. C’è la vita, le sue contraddizioni, i suoi azzardi, le sue speranze, i suoi sogni. E, soprattutto, c’è la narrazione: ciò che si sa, ciò che non si sa e il modo in cui i vuoti vengono colmati.

37 orizzontale: Canarie è un altro racconto che attira l’attenzione del lettore. Semplice e efficace, mette a confronto due generazioni e le loro paure. Non è mai un bene penetrare i misteri. E la madre di questo racconto, asfissiata dalle cure delle due figlie, deve trovare un modo per gioire delle sue energie. Perché, insisto, i personaggi di Storie di una certa età non si curano del tempo, il punto centrale è l’energia. L’energia che ti fa scendere dal letto al mattino, che ti tiene vigile, autonomo, attivo, curioso, interessato, pieno di slancio e di voglia di esplorare oppure, al contrario, ti fa sentire sfinito, stanco, esausto.

Cosa resta dopo aver letto Storie di una certa età? Resta un sorriso malinconico grazie allo stile ironico e frizzante con cui Cristiana Pivari racconta gli stralci di vita di sessantenni, settantenni e ottantenni che non hanno nulla da invidiare ai giovani, agli anni passati. E se non hanno nulla da invidiare non è per rassegnazione, ma perché hanno raggiunto qualcosa che i giovani non riescono nemmeno a definire. Non è saggezza e non è pace. Forse è consapevolezza, ma anche questo termine rimane povero. Piuttosto, è tutte e tre insieme.

Dice, infatti, l’autrice restituendo un’istantanea di grande impatto:

Lei è vedova da qualche anno, è la signora Cretti. Per lui è soltanto Viola, la fata.

“Ha le vene varicose”, ha osservato Mario.

“Nemmeno io sono perfetto”, gli ha risposto e poi, alla sua età, avrà pur diritto ad avere qualche imperfezione. Non è mica finta.

Ecco che cosa non sono i personaggi di Storie di una certa età: non sono finti. Anche laddove la narrazione diventa più debole o ripetitiva nei tratti che descrivono i personaggi, gli abitanti di questa raccolta di racconti sono tutto, ma non finti.

Ancelle, Marte, Zie, Mogli ed Ecomogli. Le donne di Atwood

«La libertà di e la libertà da. Nei tempi dell’anarchia, c’era la libertà di. Adesso vi viene data la libertà da. Non sottovalutatelo.» Sono i tempi da Coronavirus che mi hanno spinta a scegliere questa frase da Il racconto dell’Ancella (ed. Ponte alle Grazie, trad. Camillo Pennati). Ne sono certa. Sono i limiti della libertà che stiamo rivalutando in questi giorni, no? Sono i limiti della libertà che indaga anche Margaret Atwood. 

E lo fa con l’abilità di un alchimista della parola: la realtà è lì, palpabile, veritiera, già vista. Non c’è nulla di nuovo ne Il racconto dell’Ancella, se non il modo in cui ci viene raccontato. 

Atwood cuce i pezzi del nostro mondo costruendone una versione distopica. Eppure, la sensazione di dejà-vu è intensa

L’Ancella della storia è un vaso da riempire, perché nel mondo in cui si muove incerta, nel mondo della collaborazione assidua tra le donne e il governo degli uomini, le donne si suddividono in base alla funzione che ricoprono. E ai colori. Alcune, quelle presumibilmente fertili, sono le Ancelle, vestono di rosso e, si spera (è meglio per loro che avvenga!) diano alla luce un bambino sano quanto prima. Ci sono poi le Mogli, le Ecomogli, le Marte, le Zie: popolano un mondo che fa venire i brividi a chi legge

Se le Ancelle devono procreare, le Zie devono riprogrammare questi vasi dalla terra fertile. Infatti, insegnano. «La normalità, diceva Zia Lydia, significa ciò cui si è abituati. Se qualcosa potrà non sembrarvi normale al momento, dopo un po ’ di tempo lo sarà. Diventerà normale.»

Allora la domanda che sorge è: quante «Zie» ci hanno riprogrammato per secoli? Quante ci stanno ancora riprogrammando a sentirci vuote/i, inadeguate/i, fuori posto se non seguiamo la «normalità»? 

Atwood non dà risposte. O meglio, non dà risposte immediate, ma incanala. Ci mette in guardia anche sul cambiamento, e dice: «in una vasca da bagno che si riscaldi gradatamente moriresti bollito senza nemmeno accorgertene.» Abbiamo tempo per accorgerci dei cambiamenti, ignorare è una scelta. Di più: «ignorare non è come non sapere, ti ci devi mettere di buona volontà». 

Quello che è centrale nella storia è la donna. A un certo punto il mondo, quello che tutti noi conosciamo, fatto di maschi e femmine liberi di sposarsi, di riprodursi, di vivere seguendo i propri desideri, è sparito. Si è trasformato in altro. Lo ha fatto davvero? Si è davvero trasformato in altro oppure quell’altro germogliava già nella forma precedente, quella che tutti noi conosciamo? «Nulla cambia all’improvviso», dice la Atwood. 

Centrale in questo romanzo che ho impiegato settimane a leggere e non sento di avere la forza di rileggere a breve, c’è la donna. I tanti tipi di donne, del mondo di prima e del mondo di dopo. E vengono in mente le api quando Atwood dice che «un uomo è semplicemente la strategia di una donna per fare altre donne». Api malconce, che hanno scordato qualcosa nel loro percorso evolutivo. Forse hanno scordato proprio quello di cui l’autrice ci ammonisce: «Guarda tuo marito che affetta le carote. Non sai quante vite di donne, quanti corpi di donne, ci sono voluti per arrivare sin qui». 

Beh, signore, guardiamo i nostri mariti che affettano le carote e ricordiamo cosa ci è voluto. La memoria è la nostra grande arma. È sempre la memoria che ci permette di osservare i cambiamenti, vincere l’ignoranza, mantenere la libertà. 

«Non avevo partecipato a nessuna marcia. Luke diceva che era inutile e che io dovevo pensare a loro, alla mia famiglia, a lui e a lei. Ci pensavo, alla mia famiglia. Avevo cominciato a lavorare di più in casa, a cuocere dei piatti al forno. Mi sforzavo di non piangere a tavola, spesso piangevo senza accorgermene o me ne stavo seduta alla finestra della camera da letto, a guardar fuori… Non conoscevo molti vicini, e quando ci si incontrava, per strada, stavamo attenti a non scambiarci nulla di più che normali saluti. Nessuno voleva venir denunciato», Atwood completa dicendo «per slealtà». Ma potrebbe essere sostituita con altre paure. E il mondo distopico de «Il racconto dell’Ancella» somiglia sempre di più al nostro. 

Vassalli: le streghe e le donne annidate nelle parole

Per il Torneo letterario di Robinson ho letto due romanzi, due grandi romanzi: Memoriale di Paolo Volponi e La Chimera di Sebastiano Vassalli. Ne dovevo scegliere uno e ho optato per Vassalli perché mi ha colpito fino a farmi commuovere in più di un passaggio. Volponi mi aveva trascinato in un mondo alienante, in mezzo a un narratore che non sapevo se credere, in una realtà che sentivo vicina e distante allo stesso tempo. A tratti, mi ha fatta incazzare il Saluggia di Volponi. 

Antonia, invece, mi ha ricordato che nonostante i secoli, è cambiato poco, quasi nulla. Mi ha ricordato che sono donna anche io e che nonostante la minigonna e le calze di nylon, siamo ancora di due specie: streghe e angeli.  

Con La chimera (ed. BUR Rizzoli), Sebastiano Vassalli racconta il presente. Non solo quello del 1600, non solo il suo, ma anche il nostro. È il presente semplice degli inglesi, quello che dura così tanto da risultare «per sempre», poiché il procedere della storia umana, nelle sue pieghe più intime, è uno eterno, incerto, a tentoni, con scettri che passano di mano in mano e vincitori che raccontano le proprie gesta. 
Per fortuna c’è uno spazio in cui il potere, umano o divino che sia, non ha alcuna efficacia: la lingua; quella viva, parlata, che sa di terra e di sudore. È la lingua a custodire la verità sulle nostre credenze, sui nostri costumi, sul nostro passato. Infatti, ne La chimera, le donne avevano le lune e non hanno mai smesso; amano ancora i diavoli e pagano con la vita.
Lo stile, coinvolgente e di ampio respiro, è come un’equivalenza chimica: a ogni molecola di verità equivale una molecola di riflessione. 

La prima riflessione che mi ritorna in mente a distanza di settimane dalla lettura si intreccia con l’attualità, con le parole della ministra Azzolina che si congratula con se stessa per la buona riuscita della didattica a distanza, senza un minimo accenno al fatto che, se vi è una forma di successo, questo è dovuto soprattutto a chi sta a fianco ai figli, a chi li segue, a chi li sostiene. È un successo condiviso tra docenti, studenti e genitori, anzi mamme

Cuoche, infermiere, insegnanti, donne delle pulizie e poco streghe, perché le streghe sono ribelli, non accettano facilmente le regole, notano le incongruenze, pensano. Qualcuna agisce anche. 

Non è il caso di Antonia. Antonia, la strega di Vassalli, subisce, perché è figlia del suo tempo e in quanto tale, sebbene capisca più di quanto dovrebbe capire una orfanella, non può fare nulla per sottrarsi al suo destino. Avrà una fine atroce, assurda e, in minima parte, misericordiosa. 

Il mondo brucia le streghe, ma preserva gli angeli, quelli del focolaio, s’intende. Lo faceva nel 1600 e lo fa oggi, persino ai nostri complessi tempi da COVID19.

Ci si accorge degli scienziati o dei medici donne per il tempo di un titolo, che ai giorni dell’informazione via Facebook, è questione di istanti. E quando si può apprendere qualcosa, modificare il vecchio paradigma colpito e affondato dal coronavirus, il mondo si aggrappa ancora a una visione maschilista, senza operare la sintesi, superando la dualità. 

La questione è semplice, i dati parlano chiaro. In casa, sono per lo più le donne a gestire e sostenere la famiglia, seguendo i figli, igenizzando casa e spesa, provvedendo all’armonia psicologica del nucleo. Fuori, sempre i dati fotografano una realtà in cui le donne vengono meno colpite dal nuovo virus trasformandole nelle migliori candidati per una possibile ripresa economica del paese.  Nell’ottica di una maggiore sicurezza. 

È roba da streghe, però, da anti-angelo, ed è già successo in passato, si pensi agli USA della seconda guerra mondiale. Ne seguì un’impertinente presa di coscienza, e fu considerata assurda la pretesa delle donne di mantenere il posto di lavoro, invece di accettare di essere scartate quando gli uomini ritornarono dal fronte. 

Il destino delle streghe è quello di essere bruciate, a prescindere dall’epoca di appartenenza. Vero, Antonia? 

Memoriale. Un narratore inaffidabile

Ho partecipato al Torneo letterario di Robinson di Repubblica come tanti, immagino. Leggere è più di una passione per me, è la mia compulsione. Leggere sotto la guida di un’importante testata giornalistica, mi sembrava un’esperienza molto interessante. Ho aderito. Poi, lo confesso, non avevo ben capito quanto avrei letto e come avrebbe funzionato il Torneo

Flirtavo con l’idea di diventare di professione lettore. Sai mai? 

Memoriale

Per il Torneo, mi è capitato in lettura Memoriale di Paolo Volponi (Einaudi Editore) e La chimera di Sebastiano Vassalli (di cui ve ne parlerò presto). Tra i due, per me Vassalli ha raccontato una storia che è andata dritta al cuore perché, più di un’operaia, sono una donna che vede come il mondo non abbia ancora smesso di bruciare le sue streghe. 

Sono anche un’ex operaia, però. Non in fabbrica, ma per un’azienda di trasporti, assunta via cooperativa. Forse, ecco, ho conosciuto la versione ancor più difficile dell’essere operaio. 

Memoriale esce nel 1962, ma non per questo è meno attuale. 

Paolo Volponi

La storia è presto detta.

Saluggia, Albino Saluggia, è un reduce della seconda guerra mondiale. È giovane, con le sue idee fisse, un po’ timido, poco avvezzo del mondo. Viene assunto in una fabbrica del Nord Italia e qui le sue paranoie prendono una piega definitiva. Diventa nevrotico, paranoico, è un narratore inaffidabile mentre, convinto che i medici della fabbrica stiano complottando alle sue spalle, per licenziarlo, racconta la sua disavventura nella fabbrica e alle prese con la malattia. 

Perché, sebbene Saluggia non voglia ammetterlo o si affidi a dottori improvvisati, è malato. Ha la tubercolosi. Deve curarsi in un sanatorio, deve seguire una cura ben precisa, che lui rifiuta. 

Cosa può succedere nella mente dell’uomo abituato a un ritmo, a una realtà, strappato da questa realtà e a questo ritmo, gettato nelle fauci della guerra e poi in un nuovo ritmo, quello della fabbrica, dove l’individuo perde il suo senso di essere, se non come prolungamento della macchina che deve utilizzare? 

Saluggia ha paura del complotto perché a lui fare l’operaio piace. O almeno così appare dalle parole del narratore che trasportano il lettore in una specie di labirinto da cui nessuna Arianna può aiutarti a uscire.  

È dai tempi della prima rivoluzione industriale, dagli albori della questione sociale, così come ci viene spiegata sui libri di scuola, che la realtà alienante della fabbrica è un nodo che non si è mai sciolto del tutto. 

Scrivo ai tempi del Covid19. Non posso farne astrazione. Ho letto il libro in tempi non sospetti, ma il nuovo assetto mondiale, martoriato da questo virus che ci distanzia fisicamente, mette in evidenza, in modo forte, spaventoso, proprio i limiti e le problematiche del mondo produttivo, delle fabbriche. 

Perché, nell’800, i deboli erano le donne e i bambini che lavoravano in condizioni assurde, ma anche i braccianti che avevano lasciato i campi dopo gli enclosures, e all’inizio del ‘900 c’era l’alienazione degli operai, le loro paure nei confronti della fabbrica che sembrava volerli inghiottire come un tessuto cicatriziale che cresce intorno a una ferita ricucita. Oggi sono gli stessi operai a pagare il prezzo dell’incertezza, della paura, alienati e frastornati tra mille ipotesi e poche regole chiare. A loro è chiesto di fare ripartire l’economia, a non farci mancare il cibo, a produrre mascherine e dispositivi che ci proteggano. A quale prezzo? 

Chissà cosa avrebbe scritto oggi Volponi. Forse avrebbe dato alle stampe un romanzo che gli avrebbe valso un terzo premio Strega.

Massini: Eichmann e Arendt in dialogo

Ci sono libri che leggi in un solo pomeriggio. Li divori. Poi, però, impieghi mesi per processarli, farli tuoi, rimescolare le parole perché non siano solo acqua piovana, perché aderiscano e, dalla perturbazione che hanno creato, da quel turbinio di sensazioni, fiorisca una nuova, seppur fievole, coscienza. Non basta un libro per creare una nuova coscienza, ma può essere un ottimo inizio.  

Ho letto Eichmann. Dove inizia la notte. Un dialogo fra Hannah Arendt e Adolf Eichmann di Stefano Massini in pochissimo tempo, ma ho impiegato più di due mesi per farlo sedimentare. Perché la questione della memoria non è la questione di un giorno. Non è commemorazione in divisa e un banco di libri in libreria o una lezione a scuola dedicata al tema. Ricordare è un esercizio quotidiano, un muscolo che va allenato con costanza. 

Pubblicato da Fandango, il dialogo di Massini è una gemma. Un piccolo gioiello di riflessioni da leggere, rileggere e poi ri-rileggere ancora. 

Perché è attuale. Attuale persino in questi giorni in cui il Covid19 ci chiude in casa, ci mette in allerta, ci ricorda quanto siamo vulnerabili e nelle mani dei potenti per i quali «immunità di gregge» può avere un certo senso, un certo pragmatismo, soprattutto economico. Anche non prevedere l’uso di ventilatori per i diversamente abili può essere una strategia. Siamo in guerra, dicono. Beh, vi dico, lasciamoci aiutare dalla letteratura. Per ridimensionare i termini, per ricordare (non commemorare) e per imparare dal nostro stesso passato. 

Forse essere in guerra, come qualsiasi altra forma di inferno e paradiso dei giorni nostri, è anche uno stato psicologico. E qui, su questo fronte, la letteratura può molto.

Non ne sapeva nulla Massini della pandemia che stava arrivando, ma scrive con lungimiranza straordinaria: «Dico che il male si nutre di paura». I titoloni dei giornali, la paura distillata in poche stringhe di parole, ci hanno portato a svaligiare i supermercati, a #nonfermarci, a dividerci, a scappare disperati verso quello che chiamiamo casa, per poi renderci conto che c’è un unico modo per combattere il nemico, chiunque esso sia: unendoci.

Hegel ci aveva avvisati: la storia si muove in loop. Come Trump con i ventilatori negati, così Hans Cohn che «poteva tranquillamente morire a sei anni perché tre numeri civici avanti viveva un genio, che si è salvato il culo». 

È onirico il ritmo con cui Massini racconta questo serrato scambio di battute tra la Arendt e Eichmann, a tratti si inseriscono le immagini de L’insostenibile leggerezza dell’essere viene in mente un sogno di Teresa quando si legge: «Li faceva mettere in fila nudi sul bordo di una grande fossa, cento metri. E sparavano, a raffica. Appena finivano dentro, buttavano giù terra». E allora forse era meno spietato il gas, sono entrambi d’accordo. Ci sono tante gradazioni di orrore

Nessuna camera a gas, ma è sempre la paura di morire soffocati che ci attanaglia la mente in questi giorni. Come allora, così adesso. Siamo fragili. «Si rende conto di quanto siamo fragili? Basta che un tizio in qualche ufficio punti tutte le sue carte per avere una promozione, e noi ci finiamo nel mezzo». 

Dicono che l’ozio sia il padre di tutti i vizi e che è beata l’ignoranza. Ci hanno tratto in errore. L’ozio è la pausa in cui possiamo finalmente sentire i nostri pensieri e l’ignoranza è una zavorra che ci rende deboli. Non fragili, ma deboli. Dopo la Seconda Guerra Mondiale non abbiamo avuto molto tempo per riflettere. Ora, sebbene circolino bollettini di guerra con morti e feriti tutti i giorni intorno a mezzogiorno, non siamo in guerra. Abbiamo tempo, la maggior parte di noi, tempo per pensare, per oziare, per vincere l’ignoranza.

Magari con un buon libro. 

Iniziate con Eichmann. Dove inizia la notte. Un dialogo fra Hannah Arendt e Adolf Eichmann.

Daniel Keyes: Una stanza piena di gente

Uscito per Nord Editrice, nella traduzione di Natalia Stabilini e Isabella C. Blum, Una stanza piena di gente di Daniel Keyes è un libro che toglie il fiato

Non lo toglie per la semplice vicenda di William Milligan, lo stupratore dalla personalità multipla, come è stato definito dalla stampa negli anni ’70 quando il suo caso era diventato una via per i politici per ingraziarsi i potenziali votanti, un’ottima scusa per vedere i giornali o un modo facile e veloce per creare mostri, stuzzicare le paure delle persone e stimolare l’opinione pubblica nella direzione desiderata. 

Quello che colpisce della storia è quanto la violenza subita dai bambini possa distruggere un’esistenza. Billy passerà circa trent’anni tra prigione e istituti di cura mentale finché i suoi troppi io riusciranno a fondersi in uno solo. 

Una stanza piena di gente di Daniel Keyes

Keyes inizia la storia di Una stanza piena di gente nel momento in cui Billy viene arrestato per l’ultima volta, negli anni ’70. Gli agenti lo trovano in casa in possesso di armi, confuso, e con una presunta bomba che potrebbe esplodere da un momento all’altro. 

Lo portano via, lo rinchiudono ma c’è qualcosa di strano nel comportamento di Billy. Va visitato da uno specialista. Sono due avvocati, un uomo e una donna, a cercare di tirare fuori dai guai Billy. Lui ha paura degli uomini, non si fida. Preferisce che a parlargli siano solo le donne, altrimenti si agita. È una dottoressa, allora, che parlerà con lui e vincerà la sua fiducia, finché Billy le rivelerà il suo grande segreto

Billy sta dormendo da anni. Sul posto, così chiamano le tante persone il momento di coscienza, si alternano Danny, Tommy, Allen, Arthur, Ragen e moltissimi altri. Ciascuno di loro possiede un pezzo di realtà ed è bravo in una determinata cosa. Ciascuno di loro ha un coefficiente di intelligenza diverso (Arthur addirittura supera il 130)  e non ricorda molto di quello che fanno gli altri, specie nei periodi di confusione quando, sul posto, si alternano in tanti. Certe volte, persino gli Indesiderati

Daniel Keyes

È questo il grande segreto di Billy. Di Billy lo stupratore del campus che ha rubato i soldi a tre donne e ne ha violentate due. Di Billy che dorme dall’età di diciassette anni, quando ha provato a uccidersi e gli altri hanno capito che era pericoloso lasciagli il posto, lasciarlo sveglio. Le altre persone hanno assunto il controllo, lo hanno perso, lo hanno ritrovato fino a restare profondamente confusi e disorientati. Avevano un disperato bisogno di aiuto. 

C’è un punto essenziale sul quale l’opinione pubblica, così come emerge dalla ricostruzione di Keyes, non si sofferma più di tanto. Lo stupratore è uno stuprato. Abusato all’età di nove anni dal padrino, dal papà Chal, Billy si disintegra interiormente. Non c’è altro modo per sopravvivere, gli dice la sua mente di bambino, a un dolore e a una simile sofferenza, se non quella di disintegrarsi. 

Il caso di William Milligan diventa emblematico, il suo percorso trasfigura la legge americana, la sua vita, poi, in ultima battuta, riuscirà a ricomporsi in qualche modo.

Resta, però, una riflessione, una domanda sulla quale indugiare a lungo: ogni volta che un adulto si muove nella vasta gamma della violenza (quindi, chi più chi meno, chi troppo) nei confronti di un bambino, cosa scrive sul suo io? 

Leggere Una stanza piena di gente va oltre il desiderio di scoprire qualcosa in più su un caso straordinario che ha sconvolto l’America. È uno spunto per pensare sulla società, sulle sue paure e su chi siano i veri mostri che la abitano. 

Permafrost: oltre la scrittura femminile

È un giro sulla giostra, vorticoso, sorprendente, appassionante. Ti lascia senza fiato, come una corsa in mezzo alla pineta con gli occhi puntati sulla radura poco distante da te. Permafrost è una lettura che lascia il segno, come un taglio e la sua cicatrice

Pubblicato da Nottetempo, tradotto in italiano da Amaranta Sbardella, è il primo romanzo firmato da Eva Baltasar, poetessa e scrittrice catalana che usa le parole come lame che incidono la pelle, si insinuano sotto di essa, proliferano trasformate in miliardi di pensieri e sensazioni

Permafrost, in italiano permagelo, è la zona perennemente ghiacciata della terra oltre la quale è difficile penetrare, raggiungere il calore che sta sotto. È scudo, rete protettiva, zona limite: nel ghiaccio non vi è scambio tra fuori e dentro, ma solo tra ghiaccio e fuori, tra ghiaccio e dentro. 

Ha quarant’anni la protagonista di Eva Baltasar ed è una donna che ama lo stare più dell’andare, i libri più dei film, immaginare più del vivere. Figlia di una famiglia borghese e oppressiva, ha una sorella che è ben inserita in mezzo alle etichette. Ha studiato Storia dell’arte ma finisce per arrivare a fine mese grazie a lavoretti di giornalismo e insegnando lo spagnolo quando si trova in territorio straniero o come ragazza alla pari. 

Ci sono molte donne nella sua vita, ma a travolgerla è l’amore per Roxenne, una creatura della quale ci si potrebbe innamorare a prescindere dalle inclinazioni sessuali, perché, a vedere il mondo attraverso la protagonista di Permafrost, l’omosessualità e l’eterosessualità sono concetti superati, superabili. Roxenne è desiderabile, a prescindere. 

In mezzo al racconto, ci si muove su un disteso filo, come equilibristi, tra vita e tentati suicidi. Per sciogliere il permafrost, c’è solo un modo, in apparenza. Morire. 

Sono tentativi fallimentari, i gesti suicidi; la protagonista li racconta con ironia e distacco, quasi fossero le azioni altrui e nei cui successi ci crede poco. 

La salvano i gatti, anzi l’idea dei gatti spiaccicati sulla pavimentazione all’ingresso del palazzo in cui vive, ma anche le lande verdi e desolate dell’oltremanica, le cosce morbide di qualche notte di passione. C’è sempre un filo a cui aggrapparsi: certe volte più resistente, altre più fragile. 

Il sesso è uno degli ingredienti del romanzo. Che per lei la penetrazione sia anche dolore, la protagonista lo scopre quando è adolescente. A casa di una compagna di scuola, guardando un film porno, lei capisce che non c’è immedesimazione con l’attrice. C’è una traccia di piacere, e questo lo scopre più tardi, ritornata a casa. Se la sessualità sboccia con naturalezza, la vocazione segue un percorso intricato: difficile dare un nome a ciò che vuol fare della sua vita. 

Scritto in medias res e in prima persona, Permafrost scorre come un inarrestabile flusso di coscienza, aggiungendo flash back che seguono connessioni inconsuete, sorprendenti. È un percorso selvaggio la vita della protagonista, selvaggio e affascinante, dal quale è difficile staccarsi, ti avviluppa come in un bozzolo di parole. Si riemerge trasformati, più ricchi, ampliati nelle proprie visioni, deformati, scalfiti dalle schegge di permafrost che, a tratti, la protagonista lascia scivolare o vorticare oltre la pagina fino a raggiungere il lettore.