Daniel Keyes: Una stanza piena di gente

Uscito per Nord Editrice, nella traduzione di Natalia Stabilini e Isabella C. Blum, Una stanza piena di gente di Daniel Keyes è un libro che toglie il fiato

Non lo toglie per la semplice vicenda di William Milligan, lo stupratore dalla personalità multipla, come è stato definito dalla stampa negli anni ’70 quando il suo caso era diventato una via per i politici per ingraziarsi i potenziali votanti, un’ottima scusa per vedere i giornali o un modo facile e veloce per creare mostri, stuzzicare le paure delle persone e stimolare l’opinione pubblica nella direzione desiderata. 

Quello che colpisce della storia è quanto la violenza subita dai bambini possa distruggere un’esistenza. Billy passerà circa trent’anni tra prigione e istituti di cura mentale finché i suoi troppi io riusciranno a fondersi in uno solo. 

Una stanza piena di gente di Daniel Keyes

Keyes inizia la storia di Una stanza piena di gente nel momento in cui Billy viene arrestato per l’ultima volta, negli anni ’70. Gli agenti lo trovano in casa in possesso di armi, confuso, e con una presunta bomba che potrebbe esplodere da un momento all’altro. 

Lo portano via, lo rinchiudono ma c’è qualcosa di strano nel comportamento di Billy. Va visitato da uno specialista. Sono due avvocati, un uomo e una donna, a cercare di tirare fuori dai guai Billy. Lui ha paura degli uomini, non si fida. Preferisce che a parlargli siano solo le donne, altrimenti si agita. È una dottoressa, allora, che parlerà con lui e vincerà la sua fiducia, finché Billy le rivelerà il suo grande segreto

Billy sta dormendo da anni. Sul posto, così chiamano le tante persone il momento di coscienza, si alternano Danny, Tommy, Allen, Arthur, Ragen e moltissimi altri. Ciascuno di loro possiede un pezzo di realtà ed è bravo in una determinata cosa. Ciascuno di loro ha un coefficiente di intelligenza diverso (Arthur addirittura supera il 130)  e non ricorda molto di quello che fanno gli altri, specie nei periodi di confusione quando, sul posto, si alternano in tanti. Certe volte, persino gli Indesiderati

Daniel Keyes

È questo il grande segreto di Billy. Di Billy lo stupratore del campus che ha rubato i soldi a tre donne e ne ha violentate due. Di Billy che dorme dall’età di diciassette anni, quando ha provato a uccidersi e gli altri hanno capito che era pericoloso lasciagli il posto, lasciarlo sveglio. Le altre persone hanno assunto il controllo, lo hanno perso, lo hanno ritrovato fino a restare profondamente confusi e disorientati. Avevano un disperato bisogno di aiuto. 

C’è un punto essenziale sul quale l’opinione pubblica, così come emerge dalla ricostruzione di Keyes, non si sofferma più di tanto. Lo stupratore è uno stuprato. Abusato all’età di nove anni dal padrino, dal papà Chal, Billy si disintegra interiormente. Non c’è altro modo per sopravvivere, gli dice la sua mente di bambino, a un dolore e a una simile sofferenza, se non quella di disintegrarsi. 

Il caso di William Milligan diventa emblematico, il suo percorso trasfigura la legge americana, la sua vita, poi, in ultima battuta, riuscirà a ricomporsi in qualche modo.

Resta, però, una riflessione, una domanda sulla quale indugiare a lungo: ogni volta che un adulto si muove nella vasta gamma della violenza (quindi, chi più chi meno, chi troppo) nei confronti di un bambino, cosa scrive sul suo io? 

Leggere Una stanza piena di gente va oltre il desiderio di scoprire qualcosa in più su un caso straordinario che ha sconvolto l’America. È uno spunto per pensare sulla società, sulle sue paure e su chi siano i veri mostri che la abitano. 

Permafrost: oltre la scrittura femminile

È un giro sulla giostra, vorticoso, sorprendente, appassionante. Ti lascia senza fiato, come una corsa in mezzo alla pineta con gli occhi puntati sulla radura poco distante da te. Permafrost è una lettura che lascia il segno, come un taglio e la sua cicatrice

Pubblicato da Nottetempo, tradotto in italiano da Amaranta Sbardella, è il primo romanzo firmato da Eva Baltasar, poetessa e scrittrice catalana che usa le parole come lame che incidono la pelle, si insinuano sotto di essa, proliferano trasformate in miliardi di pensieri e sensazioni

Permafrost, in italiano permagelo, è la zona perennemente ghiacciata della terra oltre la quale è difficile penetrare, raggiungere il calore che sta sotto. È scudo, rete protettiva, zona limite: nel ghiaccio non vi è scambio tra fuori e dentro, ma solo tra ghiaccio e fuori, tra ghiaccio e dentro. 

Ha quarant’anni la protagonista di Eva Baltasar ed è una donna che ama lo stare più dell’andare, i libri più dei film, immaginare più del vivere. Figlia di una famiglia borghese e oppressiva, ha una sorella che è ben inserita in mezzo alle etichette. Ha studiato Storia dell’arte ma finisce per arrivare a fine mese grazie a lavoretti di giornalismo e insegnando lo spagnolo quando si trova in territorio straniero o come ragazza alla pari. 

Ci sono molte donne nella sua vita, ma a travolgerla è l’amore per Roxenne, una creatura della quale ci si potrebbe innamorare a prescindere dalle inclinazioni sessuali, perché, a vedere il mondo attraverso la protagonista di Permafrost, l’omosessualità e l’eterosessualità sono concetti superati, superabili. Roxenne è desiderabile, a prescindere. 

In mezzo al racconto, ci si muove su un disteso filo, come equilibristi, tra vita e tentati suicidi. Per sciogliere il permafrost, c’è solo un modo, in apparenza. Morire. 

Sono tentativi fallimentari, i gesti suicidi; la protagonista li racconta con ironia e distacco, quasi fossero le azioni altrui e nei cui successi ci crede poco. 

La salvano i gatti, anzi l’idea dei gatti spiaccicati sulla pavimentazione all’ingresso del palazzo in cui vive, ma anche le lande verdi e desolate dell’oltremanica, le cosce morbide di qualche notte di passione. C’è sempre un filo a cui aggrapparsi: certe volte più resistente, altre più fragile. 

Il sesso è uno degli ingredienti del romanzo. Che per lei la penetrazione sia anche dolore, la protagonista lo scopre quando è adolescente. A casa di una compagna di scuola, guardando un film porno, lei capisce che non c’è immedesimazione con l’attrice. C’è una traccia di piacere, e questo lo scopre più tardi, ritornata a casa. Se la sessualità sboccia con naturalezza, la vocazione segue un percorso intricato: difficile dare un nome a ciò che vuol fare della sua vita. 

Scritto in medias res e in prima persona, Permafrost scorre come un inarrestabile flusso di coscienza, aggiungendo flash back che seguono connessioni inconsuete, sorprendenti. È un percorso selvaggio la vita della protagonista, selvaggio e affascinante, dal quale è difficile staccarsi, ti avviluppa come in un bozzolo di parole. Si riemerge trasformati, più ricchi, ampliati nelle proprie visioni, deformati, scalfiti dalle schegge di permafrost che, a tratti, la protagonista lascia scivolare o vorticare oltre la pagina fino a raggiungere il lettore. 

Il cuore non si vede: a meno che non si disegni una mappa

Ho impiegato più tempo del solito per leggere Il cuore non si vede, l’ultimo romanzo di Chiara Valerio, uscito per Einaudi. Le ragioni non sono gli impegni lavorativi (sono tanto impregnata quanto prima) né i figli (nessuna aggiunta di eredi) né gli esami all’università (il numero si è mantenuto costante). Ho impiegato più tempo del solito perché l’ho centellinato, l’ho riempito di segni esclamativi e cuoricini e frecce che rimandano a un’altra pagina e questo per gran parte del romanzo. E poi, quando ho finito, l’ho riletto, aiutandomi con una personale mappa interpretativa. L’esperienza è stata in crescendo: in principio è stato come sfiorare un irresistibile sconosciuto, la seconda volta, invece, come tornare a casa da chi ami.  

Lo stile è da capogiro. È purezza, è letteratura al grado superlativo. L’alternanza di frasi ad ampio respiro e corte rende il romanzo avvolgente e caldo, mentre i dialoghi sono olistici, si estendono oltre la parola detta, oltre alla possibile gestualità che li accompagna. 

Il protagonista di questa storia è Andrea Dileva, un quarantenne, colto, enigmatico che vive con Laura, una donna abituata alle mancanze del suo compagno. Che potesse svegliarsi un giorno senza il cuore, però, no, a questo non era preparata. E, quella stessa mattina in cui scopre la mancanza, dopo essere stata seminuda a modo suo, perché ognuno è seminudo a modo suo, perde la pazienza. 

Andrea non può farci nulla, non è colpa sua. Non ha più il cuore nel petto, dalla cassa toracica non arriva alcun suono, alcun fremito, sebbene lui stia bene. Cioè, è ancora vivo. Un miracolo? Un prodigio? Un non morto? Non lo sa nemmeno lui che cosa sia, ma è preoccupato. Che ne sarà di lui? 

Nella visione di Chiara Valerio, la vita di Andrea Dileva diventa una metafora delle relazioni che, a tratti, stimola la memoria. Ho percepito una fragranza kafkiana e sono rimasta inebriata, perché Chiara Valerio la incapsula in una nuova forma, la ridisegna e sorprende. 

Una delle prime domande espresse, destinate a riverberare nella testa per tutto il tempo della lettura, è se «avere una relazione significa giocare allo stesso gioco». La risposta non è immediata, bisogna percorrere la vicenda di Andrea, ma anche di Laura, di Carla, di Angelica, di Cristina e, un po’, di Roxana. 

Si scopre che il telefono è quasi una prova ontologica e che le parole dell’infanzia possono plasmare un uomo. «La madre voleva, per Cristina, sua sorella, i capelli sì lunghi ma legati in una coda di cavallo quando era in classe. A scuola devi andare in ordine, o devi essere in ordine, utilizzo dei verbi che gli aveva procurato fin dai primi anni un errore di sinonimia tra essere e andare e dunque tra stare e andare, dubbio che, ancora, persisteva nella sua vita sentimentale». 

Se Andrea Dileva affascina con le sue mancanze e la sua passione per la mitologia, che è pure il suo lavoro, Angelica, la sua amica medico, che indaga sulle cause della sua insolita patologia, è il mio personaggio preferito. Fuori dalle righe, sveglia, ironica è la fluidità incontenibile dell’acqua. E, quando Roxana, la donna delle pulizie, cerca di contenerla in categorie mentali imposte da una società monocromatica, l’impatto dà vita a pagine pittoresche, frizzanti e di una profondità di riflessione davvero straordinaria. 

Il mio invito non è quello di leggere (anche se Leggere comanda), il mio invito è quello di disegnare la vostra personale mappa che, attraverso Il cuore non si vede, renda visibile ciò che pareva non lo fosse e sfuggiva, questo perché «cosa c’è oltre l’umana comprensione e conoscenza? Niente, la comprensione e la conoscenza nascono con l’uomo».  

Venere in pelliccia: il piacere del dolore

Venere in pelliccia è un romanzo che risale al 1870, scritto dal giornalista e scrittore austriaco di origini ucraine Leopold von Sacher-Masoch dal quale deriva anche il termine «masochista». Il libro è disponibile in ebook, in audio libro e in forma cartacea pubblicato da diversi editori (inclusa una versione uscita per Mondadori).

La storia di Venere in pelliccia è semplice e curiosa. Il narratore, in visita per bere un the in compagna del suo amico Severin, nota un certo quadro e racconta di un suo sogno di una donna che identifica con Venere. C’è una specie di sovrapposizione tra il quadro di Venere e quello in cui sono ritratti Severin e una donna con frusta e pelliccia. 

È così che Severin decide di consegnare all’amico narratore un diario che racconta l’esperienza vissuta con una certa giovane vedova, ricca e bella. Wanda von Dunajew

Nel descrivere la donna Sacher-Masoch è un maestro, certi dettagli sono accurati come accurato deve essere lo scultore nel gesto di scalfire il marmo. La vedi, tu lettore, questa Wanda dalla voce squillante, dalla risata cristallina, dalle movenze leggiadre. La vedi anche quando si trasforma, solleticata dalle richieste di Severin. 

Wanda segue una filosofia di vita votata al piacere. Gli impegni non le piacciono, infatti, quando Severin le chiede la mano, lei rifiuta. Gli propone in cambio un anno di convivenza, un banco di prova per capire le compatibilità (ricordo che siamo nel 1870, quando esce il romanzo). 

Severin, senza mezzi termini, si offre come schiavo. Le consegna gli averi, firma un contratto in cui si trasforma in proprietà della bella Wanda, e anche una lettera di accompagnamento di un possibile suicidio. La sua amata ha diritto di vita e di morte su di lui. Secondo le leggi antiche della schiavitù. 

Il gioco è altalenante, conoscere i pensieri di Severin mette il lettore di fronte a certi interrogativi, si comprendono i meccanismi che lo tengono legato alla frusta della sua padrona. 

L’idillio tra Wanda e il suo schiavo conosce una battuta d’arresto nel momento in cui sulla scena appare il rude Alexis Papadopolis che strega la dominatrice, che umilia ancor di più lo schiavo Severin con frustate stimolando le risate della padrona. 

Wanda si innamora di Alexis e questo sentimento la mette in una posizione di debolezza, perde qualcosa del suo fascino di dominatrice, dettaglio che diventa la riprova che Wanda era sì dominatrice, ma solo in nuce. 

La riflessione diventa interessante nella misura in cui si aggiunge, alle conclusioni di Masoch, il fatto che la psicoanalisi definisca la donna come tendente al masochismo, anzi, per alcuni scienziati, la donna è geneticamente predisposta al masochismo fintanto che ha le mestruazioni, partorisce, viene deflorata (con tanto di rottura di imene, perdita di sangue e relativo dolore). Sembra che la donna sia geneticamente meno raffinata nella distinzione del tipo di piacere che sta irrorando il suo giardino neuronale, altamente confusa anche da un fattore organico: i ricettori periferici del dolore e del piacere sono gli stessi e questo fa sì che il dolore produca endorfina e quindi euforia.  

Di contro, l’uomo, geneticamente meno avvezzo al dolore, sarebbe più raffinato nel distinguere la fonte dell’euforia. 

Eppure, sono molti i martiri maschi (e del loro piacere del sacrificio estremo, Masoch dà un’interpretazione che ha stimolato molte riflessioni), gli artisti, i filosofi, gli scrittori (maschi) i cui personaggi raccontano di loro tendenze masochiste (in Zola, in Petrinio Arbitro, la leggenda narra anche di Aristotele a quattro zampe sulla cui schiena è seduta a cavalcioni Filde con una frusta in mano, lo stesso Masoch da cui il nome) da far sorgere il dubbio che la tendenza masochista femminile innata sia indotta. Una conseguenza dei demoni che abitano i fondali del mondo maschile. Demonizzare ciò che ti spaventa, una forza che non puoi controllare: non sarebbe la prima volta che gli uomini si comportano in questo modo, finendo per trasformare un vantaggio (resistere al dolore, confonderlo negli effetti con il piacere) in un difetto e producendo un’etichetta secondo cui il genere femminile propende alla sofferenza, al dolore, alla schiavitù. 

Wanda, la Venere in pelliccia, infatti impara a dominare, non è dominatrice nata. Lo impara, tuttavia, stimolando una certa predisposizione, una certa visione doppia secondo la quale riesce a trarre godimento sia dal piacere sia dal dolore.

Tutto questo tempo: un romanzo che provoca dipendenza

Mi hanno attratto la copertina, il nome dell’autore, il titolo mi ha detto qualcosa di indecifrabile e affascinante al contempo. Un mare increspato dalle onde, una seggiola conficcata nelle morbidezze bagnante della sabbia, una bandiera fluttuante nel vento e il sole che colora di giallo il mare grigio. Nicola Ravera Rafele. Tutto questo tempo. È stata questa la sequenza a colpirmi, in questo preciso ordine. 

È uscito per Fandango Libri ed è una droga potentissima. Annienta il mondo intorno, i bisogni fisiologici, la voglia di fare altro al di fuori del girare le pagine, capire, liquefarsi per poi strappare le norme della realtà fino a infilarsi tra le pagine come sotto le coperte per diventare non più spettatore ma parte integrante, personaggio, l’altra amica o l’amante. Dare un consiglio a Elisa. Bere un bicchiere di Martini con lei, leggere in anteprima il romanzo di Giovanni. Amarlo e odiarlo perché se n’è andato. 

Elisa lo incontra a Polignano. Giovanni è più vecchio di lei di vent’anni, fa lo scrittore ed è lì per presentare il suo romanzo. Ha un fascino tutto suo, Giovanni Luna, il fascino del cinico, di chi si dà ma solo in parte. 

È il 1986 quando nasce Clara Luna, c’è una foto, scattata da Giovanni con una Leica a immortalare lei e sua madre, Elisa. 

È il 1987 l’anno in cui Giovanni, di ritorno dall’Argentina, ha un tentennamento. È a Madrid, vorrebbe tornare a casa dalla sua famiglia, ma c’è qualcosa che glielo impedisce. C’è il vuoto, la paura, la consapevolezza, la possibilità di fuggire. C’è tutto questo che si unisce e si amalgama alla tensione verso chi ama, verso chi lo aspetta. 

Nicola Ravera Rafele

È il compleanno di Clara, Giovanni dovrebbe rientrare a momenti, Elisa ha tenuto la bambina sveglia perché il padre la possa abbracciare e le possa fare gli auguri. La bambina gattona in giro per la casa, ormai è sfinita, cede al sonno. Elisa è preoccupata, chiama la linea aerea, insiste perché le venga detto se l’aereo di Giovanni Luna si sia schiantato. Ha paura, forse è morto. L’aereo è atterrato in anticipo, la rassicura l’operatore, allora Elisa pone l’unica domanda che le rimane, ma deve insistere a lungo per ottenere risposta. C’era un passeggero di nome Giovanni Luna a bordo del velivolo? No, non c’era. 

È il secondo abbandono che Elisa affronta nella sua giovane vita e, come per ogni via percorsa la seconda volta, ha reminiscenze. I ricordi di cosa si prova, di come si supera il trauma dell’abbandono sono vaghi, ma ci sono. Giovanni Luna l’ha lasciata da sola, con la loro bambina di appena un anno, in una casa spaziosa ubicata in una palazzina di proprietà nella capitale. Il padre di Giovanni era fascista, erano ricchi. 

C’è Roma da un lato, ci sono Elisa e Clara. E c’è Madrid, il punto geografico in cui Giovanni Luna è inciampato. Ci sono i pensieri dell’uomo, il suo vorticare di emozioni e sentimenti, le parole che sgorgano come flussi incontenibili trascritti su fogli sparsi, sui tovaglioli, memorizzati. Sono lettere, o confessioni, o gridi di disperazione, e sono indirizzati a Elisa. Si sta mettendo a nudo Giovanni, a modo suo, secondo i suoi tempi, creando pause che sospendono la vita. 

È un mediocre Giovanni Luna, ha lasciato le gare di nuoto nel momento in cui la sfida era diventata difficile. Suo padre glielo aveva sempre detto che era uno scansafatiche, che non gli piaceva impegnarsi. Forse aveva ragione. Forse Giovanni è ancora quel ragazzo sviluppatosi prima degli altri, quindi in un illusorio anticipo, ma facile da raggiungere, ancor più facile da superare. 

Questo primissimo episodio diventa il preludio di un’esistenza, di un concatenarsi di eventi che si spalma per oltre trent’anni, per più di una generazione. Sullo sfondo si dispiega un sottile teatro dell’assurdo che cuce drammi e tragicommedie dando un’aria di originalità all’intera narrazione. 

Il ritmo e lo stile sono una specie di pioggia, di danza, di abito che si trasforma per aderire, di volta in volta, ai personaggi che si muovono, che si raccontano. 

Tutto questo tempo è un incontro speciale, consigliato (anche) a tutti coloro che lamentano di avere poco tempo a disposizione per leggere, molti problemi da risolvere e un’inclinazione ad affogare le mancate risoluzioni, per esempio, in un bicchiere di vino di troppo. C’è una droga più potente di quelle prodotte dalle distillerie, dai narcotrafficanti o dalle pasticcerie. È vero, richiede una certa inclinazione alla perversione, ovvero a trarre piacere da cose inconsuete. Basta poco, però, per farsi conquistare. La grande letteratura è una droga potente, possiede un fascino poroso, vampiresco. Ti risucchia. Ti svuota e ti riempie, come il mare in una risacca. Leggere diventa un’esperienza estatica. Tutto questo tempo è un’esperienza estatica

Nina dei lupi: otto motivi per leggerlo

Ci sono romanzi di cui si fatica a scrivere perché lo scrittore ha fatto scorrere in mezzo alle pagine una storia così viva, reale, intensa, straordinaria da rendere possibile una sola via: leggerlo. Ecco, per parlare di Nina dei lupi di Alessandro Bertante vorrei limitarmi a leggervi brani. Specie quelli a fianco ai quali ho aggiunto due o tre segni esclamativi, cuoricini simili all’omega greco e BELLO, tutto maiuscolo. 

Il rischio è quello di anticipare, di decontestualizzare e di togliere il piacere della scoperta. Mi limito a condividere i motivi per cui Nina dei lupi (Nottetempo Edizioni) è un romanzo da leggere

Nina dei lupi

Prima ragione: la lingua. Bertante sa rendere l’italiano elastico, poroso e ricco, lo trasforma in una specie di utero che si espande per contenere e nutrire le vicende di Nina, questa figlia dei lupi, questa bambina sopravvissuta alla Sciagura, alle nuvole basse e scure, ai cieli striati e minacciosi, al freddo del ruscello che separa il piccolo villaggio dei superstiti dalla montagna scura e spaventosa da dove si sente l’ululato dei lupi. 

Seconda ragione: perché potrebbe anche essere. La Sciagura è uno scenario probabile, una conseguenza delle azioni umane, della nostra noncuranza e del comportamento parassitario. O, se si resiste al disconforto del fatalismo e ci si lascia conteggiare da un blando raggio di ottimismo, la Sciagura appare come un monito. Alessandro Bertante ci dice fermiamoci, riflettiamo sulle nostre azioni, a fingersi sordi e ciechi abbiamo tutti qualcosa da perdere: il nostro mondo. 

Alessandro Bertante

Terza ragione: per la straordinaria avventura di sopravvivenza, per la scarica di speranza che si coglie tra le pieghe della storia di Nina, della forza di Diana, della straordinaria capacità di sopravvivenza degli esseri umani. 

Quarta ragione: per i dettagli che rendono Nina dei lupi un romanzo dolce e aspro allo stesso tempo. Tenero e tenace. Profondo e realistico. 

Quinta ragione: perché è un ritorno agli elementi essenziali dei primordi, prima ancora di ogni dio, di ogni santo e di ogni preghiera esaudita. C’è il mondo ancestrale intorno a Nina, che sussurra nenie e storie antiche, che profuma di erbe magiche, che sa di sofferenza, di perdita, di dolore e di lotta. 

Sesta ragione: perché ci si innamora di Nina. È solo una bambina quando la si incontra in mezzo alla tregua, al paradiso terrestre che suo nonno e una manciata di altri superstiti sono riusciti a creare. Una bambina piena di cicatrici nell’anima. È orfana, la accudiscono nonno Alfredo e nonna Marta, ha visto il suo bozzolo sciogliersi quando ancora non era pronta per affrontare la vita senza una protezione. Ci si innamora dei suoi silenzi, dei battiti del suo cuore, dei suoi inverni gelidi, della sua magrezza avvolta in abiti troppo grandi per il suo giovane corpo, della sua ribellione, della sua caparbietà, della sua forza vitale. Ci si innamora di Nina, la si sente pulsare nello stomaco assieme alla sua storia, ai lupi, all’uomo dei lupi. 

Settima ragione: perché il ritmo di Nina dei lupi è musica; chiarore cristallino. È un modularsi ora nel fragore di un ruscello di montagna ora nel suo fluire dolce poi nella tumultuosa corsa tra le rapide fino a raggiungere la cascata fresca e limpida che scorre in mezzo alle rocce. Si corre assieme a lui e bisogna raggiungere l’estuario per placarsi, bisogna leggere l’ultima parola dell’ultimo capitolo per darsi pace, poi chiudere il libro, girarlo con il titolo rivolto verso l’alto, sfogliare le prima pagine, rileggere Il principio. 

Ottava ragione: perché Nina dei lupi, pubblicato da Nottetempo, è una nuova edizione, revisionata, impreziosita, travolgente e precede, in senso cronologico, Pietra nera, il secondo capitolo della Trilogia del mondo nuovo

Sillabario di genetica per principianti: la scienza che si spiega e si domanda

Uscito per Bompiani, Sillabario di genetica per principianti di Guido Barbujani è un’escursione in mezzo alle montagne russe della storia, dei nostri geni, dei falsi miti della nostra società nipote dell’illuminismo. E quello che piace di questo testo, che piace molto, è il modo in cui uno dei più importanti genetisti italiani ha deciso di introdurci alla scienza delle differenze. L’ironia, sottile, acuta, sfumata, è qualcosa di straordinario

Ho conosciuto la scrittura di Guido Barbujani grazie a un romanzo sorprendente, Tutto il resto è provvisorio, uscito sempre per Bompiani. Mi ha stregata (per gli appassionati di approfondimenti, trovate qui il link con la recensione) e sono andata alla ricerca di altro. Ho trovato molti libri di saggistica e mi sono innamorata delle riflessioni che vi ho trovato. 

Di questa seconda tipologia fa parte che il Sillabario di genetica per principianti che si apre con una nota introduttiva, necessaria e indispensabile per comprendere le nozioni che seguono. Per i poco avvezzi, come me, la comprensione potrebbe risultare, a tratti, un po’ impegnativa nella misura in cui si tratta di cose nuove, ignote e poco familiari. Tuttavia, a tenere l’attenzione sempre alta, c’è la lucidità dello stile che rende anche i passaggi più ostici altamente accessibili. 

Sillabario di genetica per principianti

Di Darwin abbiamo sentito parlare tutti, chi più chi meno, di Mendel pure, ma degli alleli (le varianti del DNA), del RNA e delle sue funzioni, magari ne sappiamo meno. 

Come di certo ne sappiamo poco, ma non per questo ci tratteniamo da esprimere giudizi definitivi, sugli OGM. Che cosa sono, che cosa fanno, a cosa servono? Sono buoni o sono nocivi? Ci giunge notizia, e questo lo racconta Barbujani, che a Haiti, nonostante lo stato di emergenza, i contadini avevano distrutto le scorte alimentari perché OGM. Nessun giudizio, da parte di Barbujani in merito agli OGM, ma un invito a riformulare il problema che, si intuisce tra le righe, si rispecchia nell’antico quesito riguardo alla scienza in generale: chi deve controllare i progressi della scienza affinché non vengano mal riposti? 

Dettaglio più frivolo, ma delizioso spunto di riflessione per i più pazienti: la particella «rib» che compone il nome del nostro DNA, ovvero l’acido desossiribonucleico, è un acronimo. Sta per Rockfeller Institute of Biochemistry ed è il nome dell’istituto presso il quale lavorava lo scopritore di questi zuccheri, un certo Levene, grazie al quale «il nome del miliardario Rockfeller è contenuto in ogni cellula vivente». Cosa questo significhi, Barbujani non lo sa ed è bello che non lo sappia, così ciascuno dei suoi lettori può trovare il proprio significato. 

Guido Barbujani

Quello che invece è un indizio sul quale soffermarsi, e magari trarre insieme le medesime conclusioni, è il fatto che «tutte le forme di vita che conosciamo hanno un’origine comune», di più «tutti, dal virus del raffreddore a noi alle melanzane, condividiamo antenati comuni, anche se molto remoti». Quello che ci distingue gli uni dagli altri, sono le mutazioni

Qui aggiungo una digressione

Faccio parte di quella grande fetta di esseri umani che non ha subito la mutazione, quindi non digeriscono il latte. Ecco che cosa dice la genetica in merito alla questione del latte (riporto la citazione, perché non conosco un modo migliore per spiegarlo): 

«Il lattosio è lo zucchero del latte, di cui si nutrono i neonati di tutti i mammiferi. Per digerire il lattosio abbiamo un solo gene (si chiama lph) e quindi un solo enzima, la lattasi […]. Dopo lo svezzamento, verso i tre o quattro anni, le cose cambiano: alcuni di noi continuano a produrre tanta lattasi, altri no; e questi ultimi diventano intolleranti al lattosio, e se bevono latte, o mangiano formaggio fresco, o un gelato, stanno male. Quanto male, dipende da caso a caso, ma stanno male. In passato l’intolleranza al lattosio è stata attribuita ad allergie, infezioni intestinali e altre cause fantasiose, ma oggi sappiamo che dipende dal gene lhp che, quando è poco attivo, non produce abbastanza lattasi.»  

La genetica non è mai stata così affascinate, aperta, applicata, accessibile come nel caso del Sillabario di genetica per principianti, e forse non poteva scegliere un momento migliore per esserlo considerate certe inclinazioni umane ignare di quanto patrimonio genetico si abbia in comune non solo con il fratello consanguineo, ma con il dirimpettaio e persino con il bambino africano, siriano o curdo la cui storia sembra non essere la nostra storia. Eppure, c’è un filo che ci unisce tutti, ci lega a un destino comune, come in un sistema algebrico le cui variabili, noi, sono esprimibili solo in funzione di altre variabili, altri noi. 

Danzando sull’orlo dell’abisso: la linea del desiderio

Ho conosciuto Grégoire Delacourt tre anni fa. Era a Milano per promuovere l’ultimo libro appena uscito in Italia, mentre io vestivo gli abiti del blogger che lo intervista. Ero rimasta affascinata nel leggerlo, incontrarlo mi aveva colpita. Gentile, spiritoso, disponibile, almeno così appariva dalla mimica e dalle parole dell’interprete. Avevamo scoperto di indossare lo stesso modello di fede nuziale e che la mia gravidanza, appena abbozzata ai tempi dell’incontro, mi spingeva a porre domande insolite e curiose. 

Ho letto anche il suo primo libro tradotto in italiano, quando la pancia era ormai così rotonda e tesa da intuire i movimenti della piccola sotto la pelle. C’era un incantesimo che stava iniziando a prendere forma. Mi stavo appassionando alle creature di Grégoire Delacourt, al suo modo di raccontare. 

Se due (libri) sono altrettanti indizi, il terzo è la prova, e questa è arrivata l’anno scorso. Grégoire Delacourt è di nuovo a Milano e la buona sorte vuole che sia io a intervistarlo per la nuova uscita del suo romanzo, La donna che non invecchiava mai (DeA Planet). 

Danzando sull’orlo dell’abisso

Ed è così, ed è una costante: Delacourt possiede uno sguardo, un filtro attraverso il quale scruta l’essenziale del reale per tradurlo in visioni sorprendenti, che smuovono quel qualcosa di intimo che ci rende umani. 

Non so se tornerà presto in Italia, ma so che è uscito il suo nuovo romanzo, Danzando sull’orlo dell’abisso ed è così caldo, intenso e accogliente che ti viene voglia di leggerlo pure in francese, anche quando la lingua è un mistero, per puro piacere. 

È una fame inconsueta. Una fedeltà di lettore quasi religiosa. I libri di Delacourt creano dipendenza

Grégoire Delacourt

Pubblicato per DeA Planet e tradotto da Tania Spagnoli, Danzando sull’orlo dell’abisso è musica, un concerto, ma anche un tripudio di sapori. Platone aveva classificato come arte inferiore sia il tatto sia il gusto, Delacourt le riabilita, le promuove, le rende attraenti

Un vino può ricordare un gusto fruttato, ma anche le perle di sudore lungo la schiena di una giovane Emma mossa dalla passione per il suo giovane amato, Olivier. E può essere anche il sapore di un percorso. Di due. Di uno. Di ciascuno.

Emmanuelle per sua madre, per tutti gli altri solo Emma è la protagonista, è lei a danzare sull’orlo dell’abisso. E l’abisso è il desiderio. 

La questione è semplice, quotidiana. A quanti non è successo di sentirsi attratti da uno sconosciuto, da un gesto infinitesimale ma potente come una tormenta? Forse è successo a molti, e altrettanti hanno deciso di ignorare quell’attrazione magnetica, la tormenta, le sue cause. 

Emma è piena di vergogna, di dubbi, di ripensamenti, ma decide di ascoltarsi, di prestare l’orecchio al desiderio di conoscere quello sconosciuto, notato alla Brasserie André, che l’ha spinta a immaginarsi tra le sue braccia mentre, invece, è stretta tra quelle di Olivier, il marito con cui condivide diciott’anni di vita, tutto sommato, felice. 

Hanno tre figli, Emma e Olivier, la più piccola ha dodici anni ed è l’unica che si dimostra aperta ad accettare che alla mamma possa non bastare la sua vita attuale. Gli altri due, più grandi, la accusano di egoismo, di essere cattiva, di non essere una buona madre. 

La felicità, specie quando si è madri, è un accessorio. Non è essenziale, si può farne a meno. È una felicità di rimbalzo, indiretta. Anzi, all’occorrenza, si dovrebbe fare a meno a favore dei bisogni dei figli. Pulire, stirare, cucinare, accompagnare, riordinare, sostenere, educare, supportare. Essere felici, seguire un desiderio, ammettere con se stesse che, pur amando il padre dei tuoi figli, c’è un vuoto in mezzo a voi, non è un atteggiamento che si addice a una madre. 

La mamma di Emma lo fa capire: è una poco di buono, la donna che segue i propri desideri. 

Dal punto di vista stilistico, Delacourt incanta come sempre, con immagini che scorrono limpide e chiare come le acque di un ruscello, con sapori stravaganti e un turbinio di emozioni che strappano una lacrima in più di un’occasione e che lasciano il segno. 

Leggere Danzando sull’orlo dell’abisso è un po’ come ascoltare Desdemona intonare La canzone del salice. È allo stesso tempo struggente e intenso. 

I geni del male: siamo cattivi per natura?

Più appassionante di un thriller o di un giallo, il libro di Valter Tucci, I geni del male, ti incolla alla pagina mentre passa in rassegna i momenti cruciali dell’evoluzionismo e ridimensiona le speranze di cui abbiamo investito la scienza, sopratutto la genetica. 

Uscito per Longanesi, il saggio di Valter Tucci riformula un’antica domanda e lo dichiara già nel sottotitolo. Cattivi si nasce o si diventa? La risposta non è immediata. L’analisi è ben dosata, ricca di dettagli, di esempi, di passaggi che spaziano dalla filosofia alla storia, alla psicologia, con uno sguardo fisso sulla genetica. 

I geni del male

Il quadro è complesso, molti dei nostri entusiasmi legati alla scienza si stanno ridimensionando in questi ultimi decenni. 

Ci aspettavamo che la scienza diventasse l’antica divinazione. Non doveva più interpretare soltanto le viscere, ma guardare in profondità, nei geni, per dirci chi sono i buoni e chi sono i cattivi. E non solo. 

Sappiamo qualcosa in più rispetto ai tempi delle divinazioni nelle viscere, addirittura sappiamo fare molte più cose di quanto riusciamo a comprenderne, ma non siamo ancora in grado di cogliere tutti i processi complessi e complicati che contraddistinguono la vita umana. A iniziare dal codice genetico. 

Valter Tucci

Sappiamo, per esempio, che il razzismo è uno sguardo pigro, che si ferma in superficie. Un po’ come dire, quello là è cattivo perché ha i capelli rossi. Per la genetica, il volto di Barack Obama e quello di Donald Trump hanno più elementi comuni di quello che si pensi. 

Non solo, è dubbia anche la superiorità maschile. I tanti scienziati, psicoanalisti, psicologi che spacciavano le femmine per maschi mancati, oggi si devono ricredere. 

Valter Tucci cita il biologo inglese Thomas Huxley che, nel 1864, «riportava di aver notato nei suoi studi che le circonvoluzioni cerebrali nelle donne sono più semplici rispetto a quelle degli uomini, un dato che a suo parere spiegava scientificamente l’inferiorità delle donne rispetto agli uomini». Eppure, la genetica va a fondo nella questione e dice che nell’ottica della sopravvivenza della specie «è proprio il genoma materno che […] ha avuto un ruolo più importante nell’evoluzione delle differenze tra maschi e femmine». Il cromosoma Y, quello che al liceo ci è stato spiegato di essere associato allo sviluppo dei testicoli e alla relativa mascolinizzazione dell’individuo, non ha passato momenti molto ricchi in questi ultimi tempi. Spiega l’autore: «nel corso degli ultimi trecento milioni di anni della sua evoluzione questo cromosoma del nostro genoma ha perso circa il 97% dei suoi geni». Da qui si può presumere che siamo meno aggressivi, bellicosi e violenti di quanto non fossimo trecento milioni di anni fa? 

Ipotesi

Di sicuro, a un certo punto il cromosoma X ha interrotto lo scambio armonico da una generazione all’altra con la controparte Y, portando alla «progressiva scomparsa della maggior parte dei geni» di quest’ultimo. 

Infatti, la questione con la cattiveria è complessa e ha molte variabili in gioco. 

Probabilmente in un determinato momento della preistoria è intervenuto qualcosa di non meglio definibile che ha provocato un cambiamento. Il primo effetto di questo cambiamento è stata la parola, il linguaggio. E proprio come i bambini piccoli che iniziano ad avere ricordi nel momento in cui cominciano a parlare, così l’umanità ha iniziato a passarsi le informazioni. Da allora in poi, per esempio, è diventato utile nell’economia della sopravvivenza aver paura per astrazione, in assenza di una minaccia reale. 

La paura prende la forma di una parola chiave, connessa alla difesa e all’attacco; è una delle emozioni scatenanti di un possibile gesto cattivo. Impulsivo o strategico che sia. 

La paura da sola non basta però per dividerci in buoni e cattivi, servono maggiori elementi che Valter Tucci analizza con attenzione guidando il lettore in un viaggio sorprendere e straordinario allo stesso tempo

Noi siamo tempesta: il senso della collettività

È uscito per Salani e si intitola Noi siamo tempesta. Lo firma Michela Murgia ed è quella prospettiva sulla vita che spesso ci manca perché il collettivo, l’insieme, l’unione è abitudine e atteggiamento che ritorna forte e vigoroso solo nel momento del bisogno. Solo allora l’essere umano si ricorda che a essere soli si è vulnerabili.

L’idea è semplice. Così semplice che ti viene da pensare: come mai mi ero scordato che è così? L’umanità fa passi da gigante solo in mezzo alla storia, quando gli esseri umani si passano la conoscenza di mano in mano, un po’ come i 300 spartani che capiscono quando sia importante il lavoro comune contro il lavoro solitario, dispersivo, estenuante. Anche se a svolgerlo è il migliore, il più veloce, il più scattante di loro non sarà mai altrettanto efficace quanto quello svolto insieme.  

Noi siamo tempesta (audiolibro)

Noi siamo tempesta è una raccolta di racconti, di storie di eroi alternativi che non si identificano con un personaggio fuori dagli schemi, eccezionale, ma appunto solitario. 

C’è la nascita di Wikipedia, l’intelligenza di tante persone che mettono a disposizione le loro conoscenze per tramutarle in cultura condivisa. La più grande enciclopedia del mondo scritta non da accademici ma da una comunità. Un’idea folle, straordinaria, che ha reso la conoscenza accessibile a tutti. Che poi, gira e rigira, traduci e codifica finché vuoi, ma la conoscenza è potere, è libertà, a dispetto di quello che si crede comunemente e si esprime con espressioni popolari come «beata ignoranza». Aggiogante l’ignoranza, ecco una possibile revisione del modo di dire. 

Infatti, ricorda Murgia: sono state più le guerre vinte con la conoscenza che con le armi. Si pensi alla macchina di Turing, alle spie, ai messaggi codificati. 

Michela Murgia

Neppure la specializzazione è cosa auspicabile: gli insetti si specializzano. «Impara più cose che puoi», vien detto a Salvatore Lo Bianco da Dohrn. Ci troviamo a Napoli, sul finire dell’Ottocento, quando si pongono le basi della Stazione Zoologica che produrrà venti premi Nobel e scoperte scientifiche da capogiro. Un melting pot di scienziati e di finanziamenti che arrivavano da ogni parte del mondo e confluivano tutti in progetti ambiziosi grazie ai quali l’umanità ha cambiato il modo di guardare gli abissi, marini e non solo. 

È una storia più recente, invece, quella catalana. È il 2017 e ciò che spinge la Catalogna a muoversi all’unisono, sincronizzati come certi banchi di piccoli pesciolini che diventano un organismo unico, è il rifiuto della Spagna di permettere le votazioni. Ma sull’indipendenza della Catalogna si devono esprimere i suoi abitanti. Ne hanno il diritto, la corona non lo accetta. Non si può ordinare una grande quantità di scatole di cartone per poter votare. Non lo si può fare perché alla polizia spagnola è stato dato l’ordine di bloccare sul nascere qualsiasi tentativo di organizzare le votazioni. Quindi le fabbriche produttrici di scatole di cartone devono essere sorvegliate. Così ragiona chi vede il mondo al singolare, ma non chi lo coglie nella sua complessa struttura collettiva. Infatti, non servono scatole di cartone. Vanno benissimo le scatole di plastica, arrivate dalla Cina, richieste da destinatari diversi, in giorni diversi. Da fuori, sembra che la Catalogna si stia impegnando in un immenso cambio di stagione

A fianco al collettivo degli adulti, c’è quello dei bambini che, in Colorado, colpisce come un pugno che spacca in due le paure e la prudenza di chi pensa di aver colto il senso della vita e ora lo rispetta a distanza, ossequioso. Loro, invece, sono ottanta bambini e si rasano tutti la testa perché la loro compagna sta combattendo il cancro. Lo fanno per solidarietà, ma anche per devolvere alla ricerca quanto ricavato dalla vendita dei loro capelli all’industria delle parrucche. 

Noi siamo tempesta ha un ritmo travolgente

Lo confesso, mi sono commossa in più di un’occasione anche perché, a differenza delle altre volte, la scoperta del libro non è avvenuta in forma solitaria. Come in biologia, eravamo più di uno, ed eravamo pluri-. 

Questa settimana non ho avuto tanto tempo quanto avrei voluto per leggere, ecco perché, mentre le mani e gli occhi facevano altro, le orecchie e la mente ascoltavano la voce di Michela Murgia che mi diceva che Noi siamo tempesta