Sillabario di genetica per principianti: la scienza che si spiega e si domanda

Uscito per Bompiani, Sillabario di genetica per principianti di Guido Barbujani è un’escursione in mezzo alle montagne russe della storia, dei nostri geni, dei falsi miti della nostra società nipote dell’illuminismo. E quello che piace di questo testo, che piace molto, è il modo in cui uno dei più importanti genetisti italiani ha deciso di introdurci alla scienza delle differenze. L’ironia, sottile, acuta, sfumata, è qualcosa di straordinario

Ho conosciuto la scrittura di Guido Barbujani grazie a un romanzo sorprendente, Tutto il resto è provvisorio, uscito sempre per Bompiani. Mi ha stregata (per gli appassionati di approfondimenti, trovate qui il link con la recensione) e sono andata alla ricerca di altro. Ho trovato molti libri di saggistica e mi sono innamorata delle riflessioni che vi ho trovato. 

Di questa seconda tipologia fa parte che il Sillabario di genetica per principianti che si apre con una nota introduttiva, necessaria e indispensabile per comprendere le nozioni che seguono. Per i poco avvezzi, come me, la comprensione potrebbe risultare, a tratti, un po’ impegnativa nella misura in cui si tratta di cose nuove, ignote e poco familiari. Tuttavia, a tenere l’attenzione sempre alta, c’è la lucidità dello stile che rende anche i passaggi più ostici altamente accessibili. 

Sillabario di genetica per principianti

Di Darwin abbiamo sentito parlare tutti, chi più chi meno, di Mendel pure, ma degli alleli (le varianti del DNA), del RNA e delle sue funzioni, magari ne sappiamo meno. 

Come di certo ne sappiamo poco, ma non per questo ci tratteniamo da esprimere giudizi definitivi, sugli OGM. Che cosa sono, che cosa fanno, a cosa servono? Sono buoni o sono nocivi? Ci giunge notizia, e questo lo racconta Barbujani, che a Haiti, nonostante lo stato di emergenza, i contadini avevano distrutto le scorte alimentari perché OGM. Nessun giudizio, da parte di Barbujani in merito agli OGM, ma un invito a riformulare il problema che, si intuisce tra le righe, si rispecchia nell’antico quesito riguardo alla scienza in generale: chi deve controllare i progressi della scienza affinché non vengano mal riposti? 

Dettaglio più frivolo, ma delizioso spunto di riflessione per i più pazienti: la particella «rib» che compone il nome del nostro DNA, ovvero l'acido desossiribonucleico, è un acronimo. Sta per Rockfeller Institute of Biochemistry ed è il nome dell’istituto presso il quale lavorava lo scopritore di questi zuccheri, un certo Levene, grazie al quale «il nome del miliardario Rockfeller è contenuto in ogni cellula vivente». Cosa questo significhi, Barbujani non lo sa ed è bello che non lo sappia, così ciascuno dei suoi lettori può trovare il proprio significato. 

Guido Barbujani

Quello che invece è un indizio sul quale soffermarsi, e magari trarre insieme le medesime conclusioni, è il fatto che «tutte le forme di vita che conosciamo hanno un’origine comune», di più «tutti, dal virus del raffreddore a noi alle melanzane, condividiamo antenati comuni, anche se molto remoti». Quello che ci distingue gli uni dagli altri, sono le mutazioni

Qui aggiungo una digressione

Faccio parte di quella grande fetta di esseri umani che non ha subito la mutazione, quindi non digeriscono il latte. Ecco che cosa dice la genetica in merito alla questione del latte (riporto la citazione, perché non conosco un modo migliore per spiegarlo): 

«Il lattosio è lo zucchero del latte, di cui si nutrono i neonati di tutti i mammiferi. Per digerire il lattosio abbiamo un solo gene (si chiama lph) e quindi un solo enzima, la lattasi […]. Dopo lo svezzamento, verso i tre o quattro anni, le cose cambiano: alcuni di noi continuano a produrre tanta lattasi, altri no; e questi ultimi diventano intolleranti al lattosio, e se bevono latte, o mangiano formaggio fresco, o un gelato, stanno male. Quanto male, dipende da caso a caso, ma stanno male. In passato l’intolleranza al lattosio è stata attribuita ad allergie, infezioni intestinali e altre cause fantasiose, ma oggi sappiamo che dipende dal gene lhp che, quando è poco attivo, non produce abbastanza lattasi.»  

La genetica non è mai stata così affascinate, aperta, applicata, accessibile come nel caso del Sillabario di genetica per principianti, e forse non poteva scegliere un momento migliore per esserlo considerate certe inclinazioni umane ignare di quanto patrimonio genetico si abbia in comune non solo con il fratello consanguineo, ma con il dirimpettaio e persino con il bambino africano, siriano o curdo la cui storia sembra non essere la nostra storia. Eppure, c’è un filo che ci unisce tutti, ci lega a un destino comune, come in un sistema algebrico le cui variabili, noi, sono esprimibili solo in funzione di altre variabili, altri noi. 

Danzando sull’orlo dell’abisso: la linea del desiderio

Ho conosciuto Grégoire Delacourt tre anni fa. Era a Milano per promuovere l’ultimo libro appena uscito in Italia, mentre io vestivo gli abiti del blogger che lo intervista. Ero rimasta affascinata nel leggerlo, incontrarlo mi aveva colpita. Gentile, spiritoso, disponibile, almeno così appariva dalla mimica e dalle parole dell’interprete. Avevamo scoperto di indossare lo stesso modello di fede nuziale e che la mia gravidanza, appena abbozzata ai tempi dell’incontro, mi spingeva a porre domande insolite e curiose. 

Ho letto anche il suo primo libro tradotto in italiano, quando la pancia era ormai così rotonda e tesa da intuire i movimenti della piccola sotto la pelle. C’era un incantesimo che stava iniziando a prendere forma. Mi stavo appassionando alle creature di Grégoire Delacourt, al suo modo di raccontare. 

Se due (libri) sono altrettanti indizi, il terzo è la prova, e questa è arrivata l’anno scorso. Grégoire Delacourt è di nuovo a Milano e la buona sorte vuole che sia io a intervistarlo per la nuova uscita del suo romanzo, La donna che non invecchiava mai (DeA Planet). 

Danzando sull'orlo dell'abisso

Ed è così, ed è una costante: Delacourt possiede uno sguardo, un filtro attraverso il quale scruta l’essenziale del reale per tradurlo in visioni sorprendenti, che smuovono quel qualcosa di intimo che ci rende umani. 

Non so se tornerà presto in Italia, ma so che è uscito il suo nuovo romanzo, Danzando sull’orlo dell’abisso ed è così caldo, intenso e accogliente che ti viene voglia di leggerlo pure in francese, anche quando la lingua è un mistero, per puro piacere. 

È una fame inconsueta. Una fedeltà di lettore quasi religiosa. I libri di Delacourt creano dipendenza

Grégoire Delacourt

Pubblicato per DeA Planet e tradotto da Tania Spagnoli, Danzando sull’orlo dell’abisso è musica, un concerto, ma anche un tripudio di sapori. Platone aveva classificato come arte inferiore sia il tatto sia il gusto, Delacourt le riabilita, le promuove, le rende attraenti

Un vino può ricordare un gusto fruttato, ma anche le perle di sudore lungo la schiena di una giovane Emma mossa dalla passione per il suo giovane amato, Olivier. E può essere anche il sapore di un percorso. Di due. Di uno. Di ciascuno.

Emmanuelle per sua madre, per tutti gli altri solo Emma è la protagonista, è lei a danzare sull’orlo dell’abisso. E l’abisso è il desiderio. 

La questione è semplice, quotidiana. A quanti non è successo di sentirsi attratti da uno sconosciuto, da un gesto infinitesimale ma potente come una tormenta? Forse è successo a molti, e altrettanti hanno deciso di ignorare quell’attrazione magnetica, la tormenta, le sue cause. 

Emma è piena di vergogna, di dubbi, di ripensamenti, ma decide di ascoltarsi, di prestare l’orecchio al desiderio di conoscere quello sconosciuto, notato alla Brasserie André, che l’ha spinta a immaginarsi tra le sue braccia mentre, invece, è stretta tra quelle di Olivier, il marito con cui condivide diciott'anni di vita, tutto sommato, felice. 

Hanno tre figli, Emma e Olivier, la più piccola ha dodici anni ed è l’unica che si dimostra aperta ad accettare che alla mamma possa non bastare la sua vita attuale. Gli altri due, più grandi, la accusano di egoismo, di essere cattiva, di non essere una buona madre. 

La felicità, specie quando si è madri, è un accessorio. Non è essenziale, si può farne a meno. È una felicità di rimbalzo, indiretta. Anzi, all’occorrenza, si dovrebbe fare a meno a favore dei bisogni dei figli. Pulire, stirare, cucinare, accompagnare, riordinare, sostenere, educare, supportare. Essere felici, seguire un desiderio, ammettere con se stesse che, pur amando il padre dei tuoi figli, c’è un vuoto in mezzo a voi, non è un atteggiamento che si addice a una madre. 

La mamma di Emma lo fa capire: è una poco di buono, la donna che segue i propri desideri. 

Dal punto di vista stilistico, Delacourt incanta come sempre, con immagini che scorrono limpide e chiare come le acque di un ruscello, con sapori stravaganti e un turbinio di emozioni che strappano una lacrima in più di un’occasione e che lasciano il segno. 

Leggere Danzando sull’orlo dell’abisso è un po’ come ascoltare Desdemona intonare La canzone del salice. È allo stesso tempo struggente e intenso. 

I geni del male: siamo cattivi per natura?

Più appassionante di un thriller o di un giallo, il libro di Valter Tucci, I geni del male, ti incolla alla pagina mentre passa in rassegna i momenti cruciali dell’evoluzionismo e ridimensiona le speranze di cui abbiamo investito la scienza, sopratutto la genetica. 

Uscito per Longanesi, il saggio di Valter Tucci riformula un’antica domanda e lo dichiara già nel sottotitolo. Cattivi si nasce o si diventa? La risposta non è immediata. L’analisi è ben dosata, ricca di dettagli, di esempi, di passaggi che spaziano dalla filosofia alla storia, alla psicologia, con uno sguardo fisso sulla genetica. 

I geni del male

Il quadro è complesso, molti dei nostri entusiasmi legati alla scienza si stanno ridimensionando in questi ultimi decenni. 

Ci aspettavamo che la scienza diventasse l’antica divinazione. Non doveva più interpretare soltanto le viscere, ma guardare in profondità, nei geni, per dirci chi sono i buoni e chi sono i cattivi. E non solo. 

Sappiamo qualcosa in più rispetto ai tempi delle divinazioni nelle viscere, addirittura sappiamo fare molte più cose di quanto riusciamo a comprenderne, ma non siamo ancora in grado di cogliere tutti i processi complessi e complicati che contraddistinguono la vita umana. A iniziare dal codice genetico. 

Valter Tucci

Sappiamo, per esempio, che il razzismo è uno sguardo pigro, che si ferma in superficie. Un po’ come dire, quello là è cattivo perché ha i capelli rossi. Per la genetica, il volto di Barack Obama e quello di Donald Trump hanno più elementi comuni di quello che si pensi. 

Non solo, è dubbia anche la superiorità maschile. I tanti scienziati, psicoanalisti, psicologi che spacciavano le femmine per maschi mancati, oggi si devono ricredere. 

Valter Tucci cita il biologo inglese Thomas Huxley che, nel 1864, «riportava di aver notato nei suoi studi che le circonvoluzioni cerebrali nelle donne sono più semplici rispetto a quelle degli uomini, un dato che a suo parere spiegava scientificamente l’inferiorità delle donne rispetto agli uomini». Eppure, la genetica va a fondo nella questione e dice che nell’ottica della sopravvivenza della specie «è proprio il genoma materno che […] ha avuto un ruolo più importante nell’evoluzione delle differenze tra maschi e femmine». Il cromosoma Y, quello che al liceo ci è stato spiegato di essere associato allo sviluppo dei testicoli e alla relativa mascolinizzazione dell’individuo, non ha passato momenti molto ricchi in questi ultimi tempi. Spiega l’autore: «nel corso degli ultimi trecento milioni di anni della sua evoluzione questo cromosoma del nostro genoma ha perso circa il 97% dei suoi geni». Da qui si può presumere che siamo meno aggressivi, bellicosi e violenti di quanto non fossimo trecento milioni di anni fa? 

Ipotesi

Di sicuro, a un certo punto il cromosoma X ha interrotto lo scambio armonico da una generazione all’altra con la controparte Y, portando alla «progressiva scomparsa della maggior parte dei geni» di quest’ultimo. 

Infatti, la questione con la cattiveria è complessa e ha molte variabili in gioco. 

Probabilmente in un determinato momento della preistoria è intervenuto qualcosa di non meglio definibile che ha provocato un cambiamento. Il primo effetto di questo cambiamento è stata la parola, il linguaggio. E proprio come i bambini piccoli che iniziano ad avere ricordi nel momento in cui cominciano a parlare, così l’umanità ha iniziato a passarsi le informazioni. Da allora in poi, per esempio, è diventato utile nell’economia della sopravvivenza aver paura per astrazione, in assenza di una minaccia reale. 

La paura prende la forma di una parola chiave, connessa alla difesa e all’attacco; è una delle emozioni scatenanti di un possibile gesto cattivo. Impulsivo o strategico che sia. 

La paura da sola non basta però per dividerci in buoni e cattivi, servono maggiori elementi che Valter Tucci analizza con attenzione guidando il lettore in un viaggio sorprendere e straordinario allo stesso tempo

Noi siamo tempesta: il senso della collettività

È uscito per Salani e si intitola Noi siamo tempesta. Lo firma Michela Murgia ed è quella prospettiva sulla vita che spesso ci manca perché il collettivo, l’insieme, l’unione è abitudine e atteggiamento che ritorna forte e vigoroso solo nel momento del bisogno. Solo allora l’essere umano si ricorda che a essere soli si è vulnerabili.

L’idea è semplice. Così semplice che ti viene da pensare: come mai mi ero scordato che è così? L’umanità fa passi da gigante solo in mezzo alla storia, quando gli esseri umani si passano la conoscenza di mano in mano, un po’ come i 300 spartani che capiscono quando sia importante il lavoro comune contro il lavoro solitario, dispersivo, estenuante. Anche se a svolgerlo è il migliore, il più veloce, il più scattante di loro non sarà mai altrettanto efficace quanto quello svolto insieme.  

Noi siamo tempesta (audiolibro)

Noi siamo tempesta è una raccolta di racconti, di storie di eroi alternativi che non si identificano con un personaggio fuori dagli schemi, eccezionale, ma appunto solitario. 

C’è la nascita di Wikipedia, l’intelligenza di tante persone che mettono a disposizione le loro conoscenze per tramutarle in cultura condivisa. La più grande enciclopedia del mondo scritta non da accademici ma da una comunità. Un’idea folle, straordinaria, che ha reso la conoscenza accessibile a tutti. Che poi, gira e rigira, traduci e codifica finché vuoi, ma la conoscenza è potere, è libertà, a dispetto di quello che si crede comunemente e si esprime con espressioni popolari come «beata ignoranza». Aggiogante l’ignoranza, ecco una possibile revisione del modo di dire. 

Infatti, ricorda Murgia: sono state più le guerre vinte con la conoscenza che con le armi. Si pensi alla macchina di Turing, alle spie, ai messaggi codificati. 

Michela Murgia

Neppure la specializzazione è cosa auspicabile: gli insetti si specializzano. «Impara più cose che puoi», vien detto a Salvatore Lo Bianco da Dohrn. Ci troviamo a Napoli, sul finire dell’Ottocento, quando si pongono le basi della Stazione Zoologica che produrrà venti premi Nobel e scoperte scientifiche da capogiro. Un melting pot di scienziati e di finanziamenti che arrivavano da ogni parte del mondo e confluivano tutti in progetti ambiziosi grazie ai quali l’umanità ha cambiato il modo di guardare gli abissi, marini e non solo. 

È una storia più recente, invece, quella catalana. È il 2017 e ciò che spinge la Catalogna a muoversi all’unisono, sincronizzati come certi banchi di piccoli pesciolini che diventano un organismo unico, è il rifiuto della Spagna di permettere le votazioni. Ma sull’indipendenza della Catalogna si devono esprimere i suoi abitanti. Ne hanno il diritto, la corona non lo accetta. Non si può ordinare una grande quantità di scatole di cartone per poter votare. Non lo si può fare perché alla polizia spagnola è stato dato l’ordine di bloccare sul nascere qualsiasi tentativo di organizzare le votazioni. Quindi le fabbriche produttrici di scatole di cartone devono essere sorvegliate. Così ragiona chi vede il mondo al singolare, ma non chi lo coglie nella sua complessa struttura collettiva. Infatti, non servono scatole di cartone. Vanno benissimo le scatole di plastica, arrivate dalla Cina, richieste da destinatari diversi, in giorni diversi. Da fuori, sembra che la Catalogna si stia impegnando in un immenso cambio di stagione

A fianco al collettivo degli adulti, c’è quello dei bambini che, in Colorado, colpisce come un pugno che spacca in due le paure e la prudenza di chi pensa di aver colto il senso della vita e ora lo rispetta a distanza, ossequioso. Loro, invece, sono ottanta bambini e si rasano tutti la testa perché la loro compagna sta combattendo il cancro. Lo fanno per solidarietà, ma anche per devolvere alla ricerca quanto ricavato dalla vendita dei loro capelli all’industria delle parrucche. 

Noi siamo tempesta ha un ritmo travolgente

Lo confesso, mi sono commossa in più di un’occasione anche perché, a differenza delle altre volte, la scoperta del libro non è avvenuta in forma solitaria. Come in biologia, eravamo più di uno, ed eravamo pluri-. 

Questa settimana non ho avuto tanto tempo quanto avrei voluto per leggere, ecco perché, mentre le mani e gli occhi facevano altro, le orecchie e la mente ascoltavano la voce di Michela Murgia che mi diceva che Noi siamo tempesta

Introduzione a Eraclito: da un altro punto di vista

Pubblicato da La scuola di Pitagora, l’ultimo libro di Matteo Sozzi, Introduzione a Eraclito, a differenza degli altri, è un testo che si rivolge a un pubblico più vasto, ai curiosi, ma anche a chi alla filosofia guarda con certo interesse

Si scopre un Eraclito da un punto di vista personale, quello del filosofo Matteo Sozzi, e il volume diventa un insieme di riflessioni, di spunti per approfondire temi che esulano dal titolo che troneggia in cima ai capitoli. 

Ci si sorprende a ricordasi che la realtà è un ritaglio, è filtro, è prospettiva. Ci si ricorda anche quanto, in verità, la filosofia influisca sulla vita di tutti i giorni; quanto abbia modulato la linea della cultura, del modo in cui guardiamo il mondo. 

Introduzione a Eraclito

Si pensi a Platone, alla sua posizione in merito a ciò che è bello e ciò che è brutto e al fatto che per secoli abbiamo pensato che quanto restituito dalla vista, rientra tra le bellezze, così come il suono. Resta fuori il tatto, per esempio. Nessun elogio alla bellezza del tatto che rimane sempre a un livello di esperienza, ma non di arte. 

Allo stesso modo abbiamo ereditato le visioni di Eraclito, i suoi pensieri, le sue definizioni, fino a farle diventare nostre.

Matteo Sozzi

Con Eraclito siamo introno al 500 a.C., prima di Platone, di Socrate e di qualsiasi filosofo barbuto, taciturno e un po’ fuori da ogni schema, così come ce li racconta la storia. È «oscuro» Eraclito, persino per i suoi contemporanei e per chi è riuscito a leggere i suoi scritti in maniera integrale. Lo è ancor di più per noi. Anzi, per noi diventa un enigma, una specie di oracolo frammentario, da scoprire, da indagare, da approfondire e Matteo Sozzi lo fa in modo coinvolgente grazie al filtro personale che applica nel raccontare gli elementi essenziali del pensiero di Eraclito

La prima cosa che restituisce al proprietario questo breve viaggio introduttivo nel pensiero di Eraclito è il fatto che sia stato lui ad aprire una «via nuova per conoscere il mondo e la chiamò logos, cioè discorso, parola». Un discorso che nasce dall’uomo e che si rivolge all’uomo. Sozzi si addentra nell’argomento intrecciando filosofia e filologia, donando così una visione di insieme arricchita. Anche Omero aveva usato il termine «logos», e lo troviamo pure in Esiodo. Ed è una parola che, all’inizio, non ispira molta fiducia. Eppure, la storia la riveste di denotazioni altisonanti: ragione, legge, intelligenza. 

Qualcosa è cambiato, ed è qualcosa che diventa intrigante scoprire in mezzo alle pagine dell’Introduzione a Eraclito

Infatti, spiega che per Eraclito, anche l’anima possiede un «logos», ed è uno che accresce se stesso rendendo l’anima un processo perché non «si smette mai di essere ciò che si è». 

Ma quello che si è, dice Eraclito, e Sozzi lo sottolinea, è definito e lo si può riconoscere in relazione con l’alterità. Il dettaglio lascia lo spazio a innumerevoli riflessioni di un’attualità incredibile. Ci si sorprendere a riflettere sul fatto che identità e alterità sono le due facce di una stessa medaglia. Eppure, c’è un cono buio che oscura questa conoscenza portando spesso l’umanità a reclamare l’annullamento dell’alterità in nome della propria identità, scordandosi che essa esiste solo nella relazione, come riflesso di un’opposto. 

Altro elemento (soltanto uno tra tanti) che desta curiosità nel leggere l’Introduzione a Eraclito di Matteo Sozzi è un dettaglio, un pensiero legato all’ethos e alla visone di Eraclito rispetto alla morale e all’uomo. Una definizione che coglie nel segno, che spiega la quintessenza dell’uomo in modo lucido. Dice Sozzi: «Eraclito non è un pensatore morale, non propone un codice di comportamento o un sistema di valori per essere buoni o vivere felici. Per lui l’uomo non è morale. Rimane guerra, lotta, scontro: è il conflitto radicale e lacerante tra limite e desiderio. Ma è pur sempre un conflitto creativo». 

Dal punto di vista stilistico, Introduzione a Eraclito si rivela una lettura piacevole e aperta a cogliere tra le pagine tutti i lettori curiosi di comprendere meglio il pensiero del primo filosofo della storia. 

Adolescenza zero: i sintomi del plusmaterno

Laura Pigozzi, voce autorevole in materia di questioni legate alla famiglia, firma per Nottetempo una cronaca della nostra società vista dalla prospettiva di un elemento sempre più presente e infestante, il plusmaterno.

Leggendo Adolescenza zero si apprende dell’aumento del numero di bambini affetti da ADHD, di hikikomori, di cutters, di reborn moms

Patologie. 

Anzi, con Adolescenza zero, l’affermazione assume la forma di un quesito. Patologie? 

Tutti questi comportamenti hanno un denominatore comune che Laura Pigozzi identifica con il plusmaterno. Un atteggiamento iperprotettivo, invadente del genitore che non riesce a staccarsi dal figlio, per lasciargli lo spazio necessario e trovare la sua strada.

La prima cosa che viene insegnata agli aspiranti scrittori è che non esiste narrazione senza conflitto. Anzi, la narrazione è la sommatoria dei modi in cui si risolvono, si trasformano e vengono affrontati i conflitti. Perché un romanzo rispecchi la vita, deve rispecchiare i suoi conflitti. Detto altrimenti: la vita accade nel conflitto. 

Laura Pigozzi

Pigozzi non parla di scrittori e non serve nemmeno frequentare corsi di scrittura creativa per comprenderlo. Se nella società mancano i conflitti, perché rifuggiti, fagocitati, procrastinati e deformati, in che modo può evolversi la vita? 

Una prima risposta sono le reborn moms: comunità di madri che accudiscono perturbanti bambolotti realistici. Accudiscono bambini che, a differenza dei figli, non crescono, non disubbidiscono, non si svegliano di notte, non portano alcun conflitto nel rapporto con la loro reborn mom. 

L’esistenza si manifesta in una specie di cristalli di vita. A casa, a scuola, nel sociale. Gli esseri umani sono cristallizzati in un adesso infinito senza possibilità di cambiamento. Innaturale. 

Afferma Laura Pigozzi: «Mai, prima d’ora, una generazione si era rifiutata di opporsi a quella precedente: l’aggressione viene autoinflitta quando non può mirare altrove.»

Gli hikikomori, gli eremiti sociali, come fenomeno nasce in Giappone, diversi decenni fa, ma si estende a macchio d’olio anche in Italia. Le statistiche sono da capogiro. Oltre 100.000 hikikomori italiani. La fascia d’età non si ferma solo agli adolescenti, ci sono anche quarantenni che ne soffrono e, incolpare internet e i social network, è riduttivo. 

Laura Pigozzi mette in risalto un punto fondamentale, non solo per le patologie. Dice: «il tema della scuola è molto presente nel dramma degli hikikomori: alcuni sono stati vittime di bullismo, altri hanno avuto problemi scolastici oppure, al contrario, prendevano buoni voti ma ''per i miei genitori, non per me''». 

Prima del patologico, c’è il trend, il modo di fare dei più, e, in uno dei comportamenti individuati da Pigozzi, sembra cogliere connessioni con i nuovi stili musicali sempre più diffusi tra gli adolescenti. Spiega: «Tipico dell’adolescenza è strisciare le parole e impastare le frasi, ma i nuovi studenti di canto che mi arrivano hanno una mollezza nell’uso dell’apparato fonatorio che non avevo mai visto prima; il ritmo interno della voce può mancare del tutto anche in ragazzi che arrivano sorretti da un forte desiderio di cantare». 

Il trap è il nuovo ritmo con il quale si raccontano i giovani? Cosa ci dice questo nuovo ritmo?

L’analisi prosegue ed esplora più a fondo il territorio della scuola vittima anche essa della logica del plusmaterno. In una scuola mercantile, in cui il genitore è cliente con potere decisionale, «non solo decade ogni possibilità di trasmissione, ma la vita stessa è in pericolo». Nascono le alternative, come lo homeschooling che spezza ulteriormente le possibilità di conflitto, di confine tra diversi territori. Il plusmaterno si sostituisce agli educatori, agli insegnanti affermando così futuri comportamenti sociali frustrati. 

Ma anche la «scuola plusmatera» è destinata al fallimento. Perché una scuola non deve «stare dietro a tutti, come una mamma, dovrebbe stare davanti a tutti, come una guida». 

Adolescenza zero si rivela così un’analisi essenziale per comprendere meglio le nuove geografie della nostra società. Un libro da leggere in quanto genitori, educatori, nonni, amici, cugini o qualsiasi altro ruolo famigliare e sociale ricopriate. 

Porsi domande, riflettere, cercare risposte è il primo dovere di ogni essere umano. Smettere di farlo è un crimine verso noi stessi. 

Corpi di passaggio: cos’è successo a Innes Astarelli?

La sensazione è quella di assistere a un processo. Ma non uno qualsiasi. È un processo amplificato, zoomato, con tagli nei sipari come piccole ferite dalle quali fuoriescono intenzioni abbozzate. Andrea Cedrola non emette sentenze definitive e Corpi di passaggio. Gerardo Conforti e il caso Astarelli, uscito per Fandango Libri, è il racconto che un nonno fa alla nipote un po’ per convincerla a portarlo con sé a Roma, un po’ perché è un modo per avvicinarsi l’uno all’altro, come condividere una birra sul balcone o una sigaretta scroccata pur sapendo che a lei, a Katjia, dà fastidio. 

Gerardo Conforti non è un testimone del tutto attendibile. Serba rancore nei confronti di quell’uomo malvagio e potente che crede responsabile della morte di Innes Astarelli. 

Corpi di passaggio di Andrea Cedrola

Della scomparsa di Innes si sanno pochi fatti essenziali. Sappiamo che è uscita di casa un pomeriggio, intorno alle 18, minuto in più minuto in meno, un dettaglio fondamentale per confermare o smentire una delle testimonianze, ma nessuna certezza, se non una controprova a favore del minuto in più. Sappiamo che esce di casa e che non torna più. Nessuno si preoccupa, non è raro che Innes lasci la casa. È strano, però, che non torni per cena, che abbandoni sul comodino, accanto al letto, certi oggetti di cui non si separa mai. Allora si spaventano. Il padre, la madre, la sorella, lo zio, il fidanzato. Tutti. Denunciano la scomparsa e restano in attesa, temendo il peggio. 

Il peggio accade il giorno dopo quando viene ritrovato il corpo senza vita della giovane Innes Astarelli restituito dal mare sulla spiaggia di Torvaianica, a pochi passi dalla riserva di caccia della Capocotta

Iniziano le ipotesi. 

Aveva le mestruazioni, quindi ha avuto un malore ed è precipitata in mare. C’era andata al mare per via di alcuni problemi ai piedi, un’irritazione senza tracce nell’autopsia, ma non importa. Poco dopo il ritrovamento del cadavere, le indagini vengono chiuse in fretta a causa delle pressioni che arrivano dall’alto, e il caso viene considerato risolto. Una disgrazia. Come tante nel mondo, perché l’ipotesi di suicidio crolla su se stessa appena formulata. Innes non aveva motivo per uccidersi. 

Andrea Cedrola

Se non è disgrazia e nemmeno suicidio, allora c’è un colpevole. Forse è un certo uomo potente, malvagio, pericoloso. Uno che non perdona. E Gerardo Conforti conosce il suo nome. Augusto Trovatore.

L’ipotesi è plausibile. Augusto Trovatore è uno di quegli uomini sicuri di sé, che non hanno bisogno di apparire per trovare convalide al loro potere. Agisce nell’ombra. E frequenta la riserva di caccia della Capocotta, nelle vicinanze della quale Innes è stata ritrovata. Gerardo ne è a conoscenza non perché sia un frequentatore della riserva, ma perché, dalla posizione di autista per conto di un certo principe, lo ha riconosciuto dal modo in cui baciava, un giorno, una certa ragazza che somigliava a Innes Astarelli. Anzi, Gerardo Conforti potrebbe giurarlo. Era Augusto Trovatore l’uomo che piegava il braccio di Innes in quel modo singolare e inconfondibile che aveva di baciare le donne.  

A leggere Corpi di passaggio ci si sente intrappolati nelle testimonianze, nei pensieri, nelle supposizioni dei personaggi che si muovono come al cospetto di un giudice supremo. Confessano, rettificano, si contraddicono, smentiscono e si pentono in questa caccia al colpevole che diventa una specie di inchiesta aperta. 

Si ha la sensazione di trovarsi davanti a un invito. Caro lettore, ora che sei stato informato, sentenzia tu: cos’è successo a Innes Astarelli? 

Ascia nera: un’inchiesta lucida e oggettiva

Quando Leonardo Sciascia raccontava per la prima volta in un romanzo della mafia siciliana, nel 1961, qualcuno gli dava del bugiardo. Esubero di fantasia, robe da scrittori. Il problema era lui, l’autore.

Con Sciascia, Leonardo Palmisano non condivide solo il nome, ma anche, in una certa misura, le inclinazioni. Una tra tutte, quella di parlare di argomenti scomodi

Si intitola Ascia nera. La brutale intelligenza della mafia nigeriana ed è stato pubblicato da Fandango Libri, a maggio del 2019. Il saggio ha scalato le classifiche in fretta ed è diventato uno studio di riferimento per chi vuole indagare l’argomento.

Ascia Nera. La brutale intelligenza della mafia nigeriana di Leonardo Palmisano

Black Axe, Ascia nera, è conosciuta anche con il nome di Neo-Black Movement of Africa e Wikipedia la liquida con questa descrizione: «culto segreto studentesco nigeriano dedito ad attività tipiche di un’organizzazione criminale». A leggere Palmisano, invece, si coglie uno «Stato» che funziona come una macchina perfetta, basato sulla meritocrazia, che sfrutta il senso del bisogno, di dipendenza dei membri della comunità

Si può fare carriera in mezzo all’Ascia nera. Ed è una risposta che nessuna forma di governo «ortodosso» può dare in mezzo alle vaste distese africane. All’interno dell’organizzazione si è protetti, si è a casa ovunque ci si trovi nel mondo, nel bene e nel male. 

Tra tanti membri dell’organizzazione ci sono, come lascia intuire Wikipedia e documenta Palmisano, uomini colti, istruiti, specializzati, professionisti ciascuno nel proprio settore. Hanno determinati skills che superano il sangue freddo quando bisogna impugnare una pistola o far bruciare macchina e cadavere, per citare luoghi comuni che riconducono alla criminalità organizzata tipica della cinematografia. 

Ci sono anche loro, quelli con il sangue freddo, e lo stesso Palmisano ne sa qualcosa. Durante l’inchiesta, e dopo la pubblicazione di un articolo sul Corriere del Mezzogiorno inerente ai temi sviluppati poi nel saggio, il sociologo ha ricevuto diverse minacce di morte tramite cinque profili fake di Facebook, come riporta Il Giornale. A minacciarlo, presunte donne nigeriane. Per gli inquirenti, criminali ben organizzati. 

Forse qualcuno si è accorto della presenza di Palmisano in mezzo alle baracche, nei vicoli bui dove, come racconta nel libro, una ragazza si prostituisce mettendo un segnale per indicare la propria presenza, come gli scout nei boschi, per non smarrirsi. O forse è stato qualcuno di quei ragazzi che, per pochi spiccioli, hanno preso coraggio e si sono raccontati, hanno ceduto poi, si sono traditi e hanno riportato la conversazione avuta con il sociologo. 

Supposizioni. 

Quello che è certo è che laddove non esiste uno Stato, esistono soluzioni alternative, esiste la vita che prende il sopravvento, che vuole resistere, replicarsi, a ogni costo. Ed esiste, dall’altro canto, l’esame di coscienza, l’assumersi le proprie responsabilità, l’essere consapevoli che c’entriamo con loro. Con gli altri, i diversi da noi. Con il «non A» che, in logica, serve per definire e delimitare l’«A» attraverso la legge binaria dell’identità che descrive il mondo degli esseri umani. 

Infatti, l’inchiesta in mezzo alla prostituzione e al traffico di esseri umani che Palmisano traccia nel suo lavoro non è un puntare il dito, non ha radici razziste, non cerca colpevoli. Quello che fa è vicino a quello che ha fatto Sciascia ai suoi tempi: ne parla per capire. Per capire che dietro una cannetta da farsi in compagnia, per esempio, una di quelle che non ha mai fatto male a nessuno, c’è un mondo invisibile che si muove come le falange romane, compatto e ben organizzato. 

Ascia Nera. La brutale intelligenza della mafia nigeriana ha l’aria di voler capovolgere le domande, i punti di vista, per poter raggiungere nuove risposte. 

Dopo la pioggia: il tempo di una famiglia allargata

Tracy Farr è australiana e, prima di essere una scrittrice, è una scienziata. Infatti, il titolo originale del romanzo è The Hope Fault che, se non si conoscesse la professione dell’autrice, si potrebbe pensare che sia per colpa di Hope oppure la speranza di Fault e non la faglia neozelandese che porta il nome di Hope. 

Dopo la pioggia di Tracy Farr

Non ci sono colpe nel romanzo di Tracy Farr, pubblicato in Italia da UnoRosso con il titolo Dopo la pioggia. O, se ci sono colpe, l’autrice non le sottolinea e non le esalta. 

Quello che esalta, invece, è l’essere una eroina di tutti i giorni di Iris, una donna sulla cinquantina, con un figlio ventenne, Kurt, un ex marito fedifrago, Paul, risposato con l’amante, e con una nuova bambina ancora in attesa di un nome. Ha anche una nipotina, Iris, una teenager che non sopporta la crudeltà degli umani e che cerca affetto nonostante risulti scontrosa. Si chiama Luce ed è la figlia dell’ex cognata, nonché la miglior amica di Iris, Marta. 

Si trovano tutti riuniti sotto uno stesso tetto e, anche se a una prima vista potrebbe risultare impegnativo associare nomi e personaggi, nella lettura tutto scorre e si muove come su un palco scenico. Il palco è appunto la casa vacanze messa in vendita, a Cassetown, cittadina di fantasia, sulla costa orientale dell’Australia. 

Sono passati dieci anni da quando la famiglia di Iris, quella mononucleare, composta da lei, Paul e Kurt, si è sfasciata. Non è stato facile per nessuno, ancora meno per Iris, ma li ritroviamo in uno spazio privo di rancori, di delusione e di dolore. È lo spazio del dopo. Di un dopo la tempesta, in un certo senso, perché quella che scroscia sul tetto della casa vacanza, ora, è solo una pioggia. Insistente, restrittiva, fitta e fredda, ma è solo pioggia. 

Troviamo Iris come un punto fermo che, con ago e filo, ricama la sua famiglia elastica, allargata, estesa. Come un clan. È lei il sole, sebbene nessuno sembra se ne accorga. È lei che nutre tutti loro, che li accoglie, che li tiene uniti. Silenziosa e discreta, ma naturale nelle sue scelte. Non ci sono sensi di colpa da condividere, ma solo eventi, solo vite che si intrecciano. 

Oltre a Iris, c’è anche Rose. Non c’è fisicamente nella casa, ma è come la terra fertile che contiene tutti. Ha cento anni e la sua vita si srotola all’indietro, come un gomitolo di lana. È lei che c’entra con la Faglia di Hope, o con la Colpa della Speranza, o con la Speranza della Colpa. Anche se l’assenza del genitivo sassone nel titolo dà un’indicazione per poter interpretare al meglio il titolo originale. 

Nella vita di Rose, c’è stato uno scienziato e poeta e, con lui, una faglia che ha smosso la terra delle certezze sotto i piedi della donna. È una storia passata che sopravvive nei ricordi di Rose e tra le pagine di un libricino ritrovato nella casa vacanze. 

Ci sono molti dettagli nel romanzo che rendono la lettura accattivante e uno scambio di visioni sul mondo. Uno di essi è rappresentato dalla questione del tempo. Oltre alla struttura che si divide in tre parti, due delle quali (la prima e l’ultima) percorrono gli eventi in senso cronologico, e una parte centrale che va a ritroso, ci sono molte riflessioni dedicate alla percezione del tempo. Soprattutto alla questione dell’adesso e del fatto che questo sia la somma di numerosi e distinti adesso, ovvero di percezioni. L’adesso è il risultato di un insieme di percezioni. 

È un pensiero sottile, lo esprime Kurt, mentre dopo la festa, ancora con i postumi della sbornia, nota il suo adesso e quello di una sagoma che scorge in lontananza, nella baia. Ma è una riflessione che, se sviscerata, disincanta lo sguardo e ammorbidisce la rigidità di chi crede di avere la verità in tasca. 

Dopo la pioggia di Tracy Farr è un viaggio in cui i luoghi comuni si illuminano di nuova luce.

Pietra nera: un’avventura iniziatica

Pietra nera è il sequel, il secondo capitolo della saga. Il terzo, Alessandro Bertante lo ha tutto in testa, o lo ha già scritto ma serba il segreto. O forse no. Forse è solo un’idea.

Non vuole conoscere le domande prima delle presentazioni di libro, perché non gli piace addomesticare le risposte. Forse lo fa anche con le storie, lasciando loro la possibilità di sorprenderlo.

In attesa di sapere cosa succede dopo, a breve, la stessa Nottetempo ripubblicherà il prima, Nina dei lupi, romanzo finalista allo Strega e vincitore del Rieti. 

Pietra nera di Alessandro Bertante

Se non avete ancora letto Nina dei lupi, però, non c’è problema. Pietra nera è un’avventura iniziatica a sé stante: si può partire anche da qui. Protagonista è Alessio, il Figlio dei lupi, un ragazzo saggio e ponderato, più animale che umano data la sua capacità di fiutare il pericolo e di reagire scattante come un felino, astuto come chi è sopravvissuto o è nato in mezzo alla morte. Zara è altro. Non ha una meta, se non quella di restare viva, e quando Alessio la aiuta, gli rimane accanto, come uno specchio in cui riflettersi o, meglio ancora, un lago in cui non solo riflettersi ma dal quale trarre le sostanze essenziali per evolversi, per crescere, per mettersi alla prova. C’è qualcosa di primordiale nel loro incontro. 

Alessio ha una missione da portare a compimento, nel mentre, assieme a Zara, deve preoccuparsi anche di sopravvivere. Che non è cosa da poco. Dopo la Sciagura il mondo è venuto fuori mutilato, distrutto, post apocalittico. Il cielo è striato, le carcasse delle macchine, i pezzi di cemento, le ossa dei morti compongono il nuovo panorama. La natura è tornata più feroce che mai. 

Non solo. Ci sono più belve che umani, fatto che rende gli ultimi merce preziosa. E forse non è nemmeno la prima volta che succede nella storia dell’umanità. Quella di prima, perché in mezzo all’umanità post Sciagura, il termine va ridimensionato e ripensato. Gli unici umani sembrano nascondersi in piccole comunità, ai margini della disperazione, delle città in fiamme, ma anche in mezzo a una valle che si apre sorprendendo come uno scenario appartenente a un altro mondo

Alessandro Bertante

Oltrepassata la pianura con le sue temibili insidie e la città che brucia saccheggiata da guerrieri crudeli, dopo il ponte ferroviario arrugginito, si estende una specie di tregua. Un piccolo punto di vegetazione rigogliosa, dove l’uomo prova a tornare a essere umano, a resistere, a ricordare, a proteggersi, a ricrearsi in quanto comunità. Alessandro Bertante non la nomina mai, ma gli occhi attenti di chi la conosce la sa identificare. Valtrebbia. La valle più bella del mondo, secondo il giovane Hemingway. 

Lo stile è fresco, scorrevole, avvolgente. Dà spazio e tempo, non mette fretta nel raccontare questo nuovo mondo in cui un accendino può diventare merce di scambio e i ricordi sono un’ancora di salvezza. 

A leggere Pietra nera si resta sorpresi, non addomesticati, intrappolati in un’avventura che penetra oltre l’epidermide, raggiunge le vene, si mescola al sangue, e continua a scorrere per giorni.