Ascia nera: un’inchiesta lucida e oggettiva

Quando Leonardo Sciascia raccontava per la prima volta in un romanzo della mafia siciliana, nel 1961, qualcuno gli dava del bugiardo. Esubero di fantasia, robe da scrittori. Il problema era lui, l’autore.

Con Sciascia, Leonardo Palmisano non condivide solo il nome, ma anche, in una certa misura, le inclinazioni. Una tra tutte, quella di parlare di argomenti scomodi

Si intitola Ascia nera. La brutale intelligenza della mafia nigeriana ed è stato pubblicato da Fandango Libri, a maggio del 2019. Il saggio ha scalato le classifiche in fretta ed è diventato uno studio di riferimento per chi vuole indagare l’argomento.

Ascia Nera. La brutale intelligenza della mafia nigeriana di Leonardo Palmisano

Black Axe, Ascia nera, è conosciuta anche con il nome di Neo-Black Movement of Africa e Wikipedia la liquida con questa descrizione: «culto segreto studentesco nigeriano dedito ad attività tipiche di un’organizzazione criminale». A leggere Palmisano, invece, si coglie uno «Stato» che funziona come una macchina perfetta, basato sulla meritocrazia, che sfrutta il senso del bisogno, di dipendenza dei membri della comunità

Si può fare carriera in mezzo all’Ascia nera. Ed è una risposta che nessuna forma di governo «ortodosso» può dare in mezzo alle vaste distese africane. All’interno dell’organizzazione si è protetti, si è a casa ovunque ci si trovi nel mondo, nel bene e nel male. 

Tra tanti membri dell’organizzazione ci sono, come lascia intuire Wikipedia e documenta Palmisano, uomini colti, istruiti, specializzati, professionisti ciascuno nel proprio settore. Hanno determinati skills che superano il sangue freddo quando bisogna impugnare una pistola o far bruciare macchina e cadavere, per citare luoghi comuni che riconducono alla criminalità organizzata tipica della cinematografia. 

Ci sono anche loro, quelli con il sangue freddo, e lo stesso Palmisano ne sa qualcosa. Durante l’inchiesta, e dopo la pubblicazione di un articolo sul Corriere del Mezzogiorno inerente ai temi sviluppati poi nel saggio, il sociologo ha ricevuto diverse minacce di morte tramite cinque profili fake di Facebook, come riporta Il Giornale. A minacciarlo, presunte donne nigeriane. Per gli inquirenti, criminali ben organizzati. 

Forse qualcuno si è accorto della presenza di Palmisano in mezzo alle baracche, nei vicoli bui dove, come racconta nel libro, una ragazza si prostituisce mettendo un segnale per indicare la propria presenza, come gli scout nei boschi, per non smarrirsi. O forse è stato qualcuno di quei ragazzi che, per pochi spiccioli, hanno preso coraggio e si sono raccontati, hanno ceduto poi, si sono traditi e hanno riportato la conversazione avuta con il sociologo. 

Supposizioni. 

Quello che è certo è che laddove non esiste uno Stato, esistono soluzioni alternative, esiste la vita che prende il sopravvento, che vuole resistere, replicarsi, a ogni costo. Ed esiste, dall’altro canto, l’esame di coscienza, l’assumersi le proprie responsabilità, l’essere consapevoli che c’entriamo con loro. Con gli altri, i diversi da noi. Con il «non A» che, in logica, serve per definire e delimitare l’«A» attraverso la legge binaria dell’identità che descrive il mondo degli esseri umani. 

Infatti, l’inchiesta in mezzo alla prostituzione e al traffico di esseri umani che Palmisano traccia nel suo lavoro non è un puntare il dito, non ha radici razziste, non cerca colpevoli. Quello che fa è vicino a quello che ha fatto Sciascia ai suoi tempi: ne parla per capire. Per capire che dietro una cannetta da farsi in compagnia, per esempio, una di quelle che non ha mai fatto male a nessuno, c’è un mondo invisibile che si muove come le falange romane, compatto e ben organizzato. 

Ascia Nera. La brutale intelligenza della mafia nigeriana ha l’aria di voler capovolgere le domande, i punti di vista, per poter raggiungere nuove risposte. 

Dopo la pioggia: il tempo di una famiglia allargata

Tracy Farr è australiana e, prima di essere una scrittrice, è una scienziata. Infatti, il titolo originale del romanzo è The Hope Fault che, se non si conoscesse la professione dell’autrice, si potrebbe pensare che sia per colpa di Hope oppure la speranza di Fault e non la faglia neozelandese che porta il nome di Hope. 

Dopo la pioggia di Tracy Farr

Non ci sono colpe nel romanzo di Tracy Farr, pubblicato in Italia da UnoRosso con il titolo Dopo la pioggia. O, se ci sono colpe, l’autrice non le sottolinea e non le esalta. 

Quello che esalta, invece, è l’essere una eroina di tutti i giorni di Iris, una donna sulla cinquantina, con un figlio ventenne, Kurt, un ex marito fedifrago, Paul, risposato con l’amante, e con una nuova bambina ancora in attesa di un nome. Ha anche una nipotina, Iris, una teenager che non sopporta la crudeltà degli umani e che cerca affetto nonostante risulti scontrosa. Si chiama Luce ed è la figlia dell’ex cognata, nonché la miglior amica di Iris, Marta. 

Si trovano tutti riuniti sotto uno stesso tetto e, anche se a una prima vista potrebbe risultare impegnativo associare nomi e personaggi, nella lettura tutto scorre e si muove come su un palco scenico. Il palco è appunto la casa vacanze messa in vendita, a Cassetown, cittadina di fantasia, sulla costa orientale dell’Australia. 

Sono passati dieci anni da quando la famiglia di Iris, quella mononucleare, composta da lei, Paul e Kurt, si è sfasciata. Non è stato facile per nessuno, ancora meno per Iris, ma li ritroviamo in uno spazio privo di rancori, di delusione e di dolore. È lo spazio del dopo. Di un dopo la tempesta, in un certo senso, perché quella che scroscia sul tetto della casa vacanza, ora, è solo una pioggia. Insistente, restrittiva, fitta e fredda, ma è solo pioggia. 

Troviamo Iris come un punto fermo che, con ago e filo, ricama la sua famiglia elastica, allargata, estesa. Come un clan. È lei il sole, sebbene nessuno sembra se ne accorga. È lei che nutre tutti loro, che li accoglie, che li tiene uniti. Silenziosa e discreta, ma naturale nelle sue scelte. Non ci sono sensi di colpa da condividere, ma solo eventi, solo vite che si intrecciano. 

Oltre a Iris, c’è anche Rose. Non c’è fisicamente nella casa, ma è come la terra fertile che contiene tutti. Ha cento anni e la sua vita si srotola all’indietro, come un gomitolo di lana. È lei che c’entra con la Faglia di Hope, o con la Colpa della Speranza, o con la Speranza della Colpa. Anche se l’assenza del genitivo sassone nel titolo dà un’indicazione per poter interpretare al meglio il titolo originale. 

Nella vita di Rose, c’è stato uno scienziato e poeta e, con lui, una faglia che ha smosso la terra delle certezze sotto i piedi della donna. È una storia passata che sopravvive nei ricordi di Rose e tra le pagine di un libricino ritrovato nella casa vacanze. 

Ci sono molti dettagli nel romanzo che rendono la lettura accattivante e uno scambio di visioni sul mondo. Uno di essi è rappresentato dalla questione del tempo. Oltre alla struttura che si divide in tre parti, due delle quali (la prima e l’ultima) percorrono gli eventi in senso cronologico, e una parte centrale che va a ritroso, ci sono molte riflessioni dedicate alla percezione del tempo. Soprattutto alla questione dell’adesso e del fatto che questo sia la somma di numerosi e distinti adesso, ovvero di percezioni. L’adesso è il risultato di un insieme di percezioni. 

È un pensiero sottile, lo esprime Kurt, mentre dopo la festa, ancora con i postumi della sbornia, nota il suo adesso e quello di una sagoma che scorge in lontananza, nella baia. Ma è una riflessione che, se sviscerata, disincanta lo sguardo e ammorbidisce la rigidità di chi crede di avere la verità in tasca. 

Dopo la pioggia di Tracy Farr è un viaggio in cui i luoghi comuni si illuminano di nuova luce.

Pietra nera: un’avventura iniziatica

Pietra nera è il sequel, il secondo capitolo della saga. Il terzo, Alessandro Bertante lo ha tutto in testa, o lo ha già scritto ma serba il segreto. O forse no. Forse è solo un’idea.

Non vuole conoscere le domande prima delle presentazioni di libro, perché non gli piace addomesticare le risposte. Forse lo fa anche con le storie, lasciando loro la possibilità di sorprenderlo.

In attesa di sapere cosa succede dopo, a breve, la stessa Nottetempo ripubblicherà il prima, Nina dei lupi, romanzo finalista allo Strega e vincitore del Rieti. 

Pietra nera di Alessandro Bertante

Se non avete ancora letto Nina dei lupi, però, non c’è problema. Pietra nera è un’avventura iniziatica a sé stante: si può partire anche da qui. Protagonista è Alessio, il Figlio dei lupi, un ragazzo saggio e ponderato, più animale che umano data la sua capacità di fiutare il pericolo e di reagire scattante come un felino, astuto come chi è sopravvissuto o è nato in mezzo alla morte. Zara è altro. Non ha una meta, se non quella di restare viva, e quando Alessio la aiuta, gli rimane accanto, come uno specchio in cui riflettersi o, meglio ancora, un lago in cui non solo riflettersi ma dal quale trarre le sostanze essenziali per evolversi, per crescere, per mettersi alla prova. C’è qualcosa di primordiale nel loro incontro. 

Alessio ha una missione da portare a compimento, nel mentre, assieme a Zara, deve preoccuparsi anche di sopravvivere. Che non è cosa da poco. Dopo la Sciagura il mondo è venuto fuori mutilato, distrutto, post apocalittico. Il cielo è striato, le carcasse delle macchine, i pezzi di cemento, le ossa dei morti compongono il nuovo panorama. La natura è tornata più feroce che mai. 

Non solo. Ci sono più belve che umani, fatto che rende gli ultimi merce preziosa. E forse non è nemmeno la prima volta che succede nella storia dell’umanità. Quella di prima, perché in mezzo all’umanità post Sciagura, il termine va ridimensionato e ripensato. Gli unici umani sembrano nascondersi in piccole comunità, ai margini della disperazione, delle città in fiamme, ma anche in mezzo a una valle che si apre sorprendendo come uno scenario appartenente a un altro mondo

Alessandro Bertante

Oltrepassata la pianura con le sue temibili insidie e la città che brucia saccheggiata da guerrieri crudeli, dopo il ponte ferroviario arrugginito, si estende una specie di tregua. Un piccolo punto di vegetazione rigogliosa, dove l’uomo prova a tornare a essere umano, a resistere, a ricordare, a proteggersi, a ricrearsi in quanto comunità. Alessandro Bertante non la nomina mai, ma gli occhi attenti di chi la conosce la sa identificare. Valtrebbia. La valle più bella del mondo, secondo il giovane Hemingway. 

Lo stile è fresco, scorrevole, avvolgente. Dà spazio e tempo, non mette fretta nel raccontare questo nuovo mondo in cui un accendino può diventare merce di scambio e i ricordi sono un’ancora di salvezza. 

A leggere Pietra nera si resta sorpresi, non addomesticati, intrappolati in un’avventura che penetra oltre l’epidermide, raggiunge le vene, si mescola al sangue, e continua a scorrere per giorni.