Una storia di un altro tempo e la storia del nostro tempo

La storia di un altro tempo è quella di Elena, la protagonista de La purezza del serpente, il romanzo di Stefano Santachiara, pubblicato per Amazon. 

Siamo nel 1918 e Elena è sposata a un uomo, per lei, ripugnante, Goffredo. Un uomo ricco e potente. È nelle stanze di una casa enorme, che inghiotte non solo i personaggi ma anche il lettore, che l’avventura di Elena prende il via scatenando una specie di tasselli componibili in un mosaico esteso nello spazio e nel tempo. Che spirito, Elena! 

Ci si ritrova catapultati in una dimensione quasi onirica, cosparsa di svolte e di incontri e di nuovi spazi da conquistare, di ostacoli da superare. È un vortice quello che apre Elena con la sua fuga. 

Dal punto di vista stilistico, troviamo una narrazione pastosa, le parole sono state scelte con cura, l’ipertesto è ricco e restituisce un tessuto che va al di là della storia immediata di Elena. 

Il fatto curioso, però, è la scelta di Stefano Santachiara di affidare La purezza del serpente non all’editoria tradizionale, bensì all’autopubblicazione

Stefano Santachiara non è affatto nuovo nel panorama editoriale italiano, le sue scelte — si deduce — erano più di una. Infatti, Santachiara è giornalista d’inchiesta, ha indagato sul malaffare pubblico e privato e sugli scempi edilizi e sulle collusioni mafiose in Emilia Romagna per varie testate. Penna de «il Fatto Quotidiano», le sue indagini sono state riprese poi da Report. Per Chiarelettere, ha publicato I panni sporchi della sinistra. 

Resta il fatto che, il suo romanzo lo ha affidato al colosso americano che, da qualche anno, è sbarcato anche nelle librerie fisiche. Un tempo, l’impossibilità di vendere attraverso la libreria rappresentava un punto a favore degli editori indipendenti nella lotta contro Amazon Publishing. 

Tuttavia, il fenomeno dell’autopubblicazione non è nuovo in Italia, ma, solitamente, veniva scelto da una determinata tipologia di narrativa, per lo più rosa, che si dimostrava essere anche danarosa, stando alle testimonianze di alcune scrittrici che con l’autupubblicazione hanno raggiunto un discreto successo di vendite. 

Negli Stati Uniti, per esempio, il fenomeno è così diffuso che autori come Jennifer L. Armentrout sono diventati casi editoriali. Di lei, Forbes ne parla come di una scrittrice di best-seller, un’impresa straordinaria, definendola come autrice ibrido, cioè che pubblica sia con le case editrici tradizionali sia in selfpublishing. I suoi libri autopubblicati sono rimasti nella top ten di Amazon, e non solo, per diverse settimane, un successo non ancora raggiunto dai romanzi pubblicati dalle grandi case editrici americane. (L’autrice, in italiano, è pubblicata da Nord Edizioni.)

In Italia, uno dei casi più sorprendenti è quello di Riccardo Bruni che nel 2016, con La notte delle falene, finisce allo Strega e poi pubblicato, l’anno dopo, da La nave di Teseo. 

E allora, chissà che la storia di Elena non si annoveri tra i prossimi casi sorprendenti.  

Il mostro sacro: le leggende sono frutti postumi

Forse tranne poche eccezioni, le leggende nascono postume, acquistano grandezza, fioriscono passando di protettore in protettore, di biografo in biografo. Che sia colpa della memoria, la quale a ricordare vede le cose ancora più belle di quanto non fossero nell’attimo in cui le abbiamo vissute? Speculazioni. Certo è che di Wolfgang Amadeus Mozart ne sapevo meno di quanto pensassi — eppure ho visitato la sua casa a Salisburgo, ho mangiato i cioccolatini omonimi a Vienna, ho ascoltato CD e concerti live con le sue sinfonie, l’ho guardato bene ritratto su un grande quadro custodito nel museo d’arte della capitale austriaca, ho osservato — ritratta sullo stesso quadro — la sorella di cui sapevo si dicesse fosse molto talentata anche lei. 

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È così grande, così eterno il personaggio da immaginare eterna persino la sua vita terrena? Muore giovane, Mozart, me lo immaginavo vecchio, anzi, non lo immaginavo, lo davo per scontato. 

Lo ammetto, sarà un articolo ricco in domande e povero in risposte. L’unica risposta certa è quella che posso fornire a un’ipotetica domanda che suona così: consigli la lettura de Il mostro sacro di Remo Borgatti? Sì, la consiglio. E avverto: vi troverete catapultati a Vienna, sentirete anche i profumi sprigionati dalle caffetterie, dalle strade, di pochi anni fa e di secoli fa. Non disfatte le valige, Remo Borgatti è abile a tessere una rete di luoghi e di misteri che vi terrà in continuo movimento. Dall’Austria bisogna raggiungere la Sardegna, poi il nord Italia. 

I personaggi si intrecciano e si raccontano travolti da un mistero che risale a secoli fa e a un omicidio che si è consumato poche ore prima che il lettore venga catapultato in mezzo alla narrazione. 

Uscito per Oakmond Publishing, Il mostro sacro di Remo Borgatti è una lettura piacevole, scorrevole e curiosa poiché, di questo mostro sacro, di Mozart, si sono conservate moltissime zone d’ombra legate a una vita agitata, fatta di momenti altalenanti dal punto di vista economico, di amori clandestini, di una morte sospetta e una sepoltura insolitamente celere. Il teschio stesso di Mozart è stato trafugato? Ma a che pro? E quando nasce il mito intorno alla sua figura? 

È riduttivo raccontare quello che succede ai personaggi di Remo Borgatti perché si rischia di togliere il piacere della scoperta che si ha nel voltare le pagine e ritrovarsi davanti agli occhi scenari sorprendenti, personaggi coloriti e impenetrabili, figure munite di una vasta cultura e un gusto raffinato per i misteri della storia. Ci si può soltanto lasciar trasportare. 

Si percepisce solo uno slittamento di ritmo, se vogliamo, tra una prima parte che — ma qui entra in gioco il gusto personale — apre molte porte e stimola la curiosità attraverso chicche sulla vita di Mozart, sull’esistenza delle vipere in Sardegna, sul modo in cui Borgatti ti depista in quanto detective (confesso che a un certo punto ero sicura di aver risolto l’enigma del giallo, ma — e lì ho immaginato un sorriso ironico dipinto sul volto dell’autore — sono stata smentita poche pagine più tardi grazie a una frase che smontava la mia intuizione). Nella seconda parte, quella in cui i nodi vengono al pettine, sebbene ormai sei in trappola e devi sapere il perché di Mozart ai giorni nostri e chi è l’assassino, è come se si planasse su acque più quieti, torbide e attraenti, ma più quiete. 

Il Sessantotto dell’Est. Eroi in fiamme

Non avevo mai pensato al ’68 prima di essere arrivata in Italia. Per me, da romena, non esisteva uno spartiacque fatto di rivolte, di reggiseni bruciati, università occupate, libertà conquistate con la forza. Infatti, mi sono sempre chiesta, ma in Romania — e nei vari paesi comunisti — com’è possibile che non sia arrivato il vento della ribellione? L’Europa non è poi uno spazio incomensurabile. Possibile che la cortina di ferro fosse così impenetrabile? 

La risposta definitiva l’ho ritrovata in questi giorni, leggendo il libro di Dario Fertilio e di Olena Ponomareva, Eroi in fiamme (Mauro Pagliai Editore). 

Immaginiamo le piazze dell’Ovest in cui si riversa la gente in cerca della libertà. C’è caos, slogan, chitarre, spinelli, alcol? Qualsiasi cosa pensiamo vi sia nelle piazze dell’Occidente, togliamola. Immaginiamo ora l’altro lato della medesima Europa, il silenzio di un giorno qualsiasi, e un uomo, Vasyl’ Makuch, che la mattina del 5 novembre 1968, vestito in modo distinto, si reca alle Poste Centrali, in pieno Kyiv, con una busta rigonfia indirizzata al Comitato centrale del Partito Comunista dell’Ucraina. 

Inizia così Eroi in fiamme, con questa scena, come in un film, bianco e nero, anzi un documentario che ricostruisce i pensieri, le paure, i punti fermi di un uomo che sta per prendere una decisione sofferta, ma impossibile da evitare. Vasyl’ Makuch deve farlo. 

Dario Fertilio si rivela così un narratore abile nel portare il lettore in uno spazio altro, in una dimensione lontana e estranea. È come se ricreasse una realtà virtuale. D’un tratto sei lì, assieme a Vasyl’, intento a comprendere le sue ragioni, a cogliere gli eventi storici che si dispiegano attorno alla sua vita. Chi è questo uomo? Perché compie un gesto così estremo? Cosa pensa di ottenere? E le conseguenze? Ha una famiglia? 

Sono domande che nascono spontanee e Dario Fertilio pare le percepisca — o le induca nella mente del lettore. Sono domande che trovano risposta man mano che la vicenda di Makuch si costruisce attorno a questo evento iniziale. 

Si scopre così che Lidia, la moglie, con Vasyl’ ha condiviso non solo l’esperienza del matrimonio, ma anche un destino comune. Si legge: «Laggiù i due ricevettero il regalo della fortuna che a volte premia i disperati bisognosi di incontrarsi: essere allo stesso tempo nel medesimo luogo, anche se tempo e luogo ricordavano da vicino un girone infernale. Lei era figlia di un avvocato perseguitato come “nemico del popolo” dal regime staliniano. Sua madre era morta quando Lidia era ancora bambina. Durante la seconda guerra mondiale, appena adolescente, in compagnia della matrigna si era ritrovata sotto l’occupazione tedesca. Era toccata ad entrambe la deportazione in Germania, per lavorare nei campi. Nel Reich la matrigna, un’attrice apprezzata per le sue doti vocali, era stata arruolata in una compagnia teatrale che si esibiva davanti ai soldati tedeschi al fronte. Come destino di tanti sovietici prigionieri di Hitler, al termine della guerra le due donne erano attese in patria per essere processate e condannate duramente. Slealtà verso lo Stato: dieci anni in campi di lavoro forzato. Del resto, un cittadino sovietico vissuto per tanto tempo all’estero e ritornato vivo, non era già di per sé da considerarsi sospetto, e un potenziale traditore?» 

La storia di Makuch non è un caso più unico che raro. 

E l’Occidente del 1968? Dicono gli autori: «Certo, è stato l’anno delle barricate a Parigi, a Berlino, a Milano; della contestazione e dei capelli lunghi; di Rudi Dutschke e Cohn-Bendit; di Sartre e Lévy-Strauss; delle icone di Mao e Che Guevara; dei vietcong e dei Beatles; dei cortei e delle bandiere rosse, della giovinezza con la sua gioiosa liberazione sessuale, dell’utopia e della rivoluzione. Ma quel mito è servito a nascondere la cruda realtà dell’altro Sessantotto: quello di Praga in rivolta, dell’invasone sovietica, delle illusioni distrutte, dell’angoscia per il futuro, di Vasyl’ Makuch e degli altri eroi in fiamme».

A leggere Eroi in fiamme, emerge con forza il fatto che il ’68 dell’Est non è finito nel ’68. Non è finito perché molte delle libertà per cui si sceglieva il sacrificio estremo non sono state raggiunte. E, per comprendere appieno il significato del brano che riporto di seguito, va letto il libro. 

Siamo nel 2018, spiegano gli autori: «Il Presidente di lungo corso Vladimir Vladimirovič Putin firmò, e sorrise al suo collaboratore che gli aveva porto il documento. Con quel gesto si sollevava un peso dallo stomaco, ed era un gran passo verso il futuro felice della Russia. Fuori, sulle cupole del Cremlino, splendeva un trionfale sole di luglio. Anche il segretario, cogliendo l’umore del suo superiore, sorrise. Con quella firma entrava in vigore la legge federale “Sugli emendamenti agli articoli 11 e 14 della legge sull’istruzione nella Federazione Russa”, che aboliva l’insegnamento delle lingue “nazionali” (il termine significava “non russe”) nelle scuole di primo e secondo grado. Naturalmente nel testo della legge non figurava la parola abolizione, si sottolineava soltanto la scelta volontaria della lingua e delle materie d’insegnamento da parte dei genitori dei bambini e dei ragazzi. Un cambiamento che forse… forse avrebbero reso meno difficile il ritorno all’antico splendore imperiale dopo la vergogna del 1991. E qualcuno, fantasticò il Presidente, nei secoli a venire si sarebbe ricordato di lui. Vladimir il Grande… sorrise alla sua stessa battuta, perché era un uomo di spirito».

Lettura esotica: Le avventure di un viaggiatore naïf

La traduzione del titolo mi appartiene perché non esiste al momento una versione italiana del libro che mi ha intrattenuta per una settimana. Ho riso, tanto, e allora ho pensato di coinvolgervi nella scoperta di un autore dotato di un umorismo straordinario. Ridere, pare, fa bene allo spirito.

L’edizione è romena e si intitola Le avventure di un viaggiatore naïf (Aventurile unui călător naiv) pubblicato da Lebada Edizioni. E, date le circostanze, invece di proporre una recensione, vi offro un assaggio di quanto Jan Cornelius scrive nel suo sorprendente libro.

Anticipo solo il fatto che la narrazione ricorda una specie di cyber-fiction o social-fiction, formata da un insieme di flash, di post più o meno lunghi in cui autobiografia e battute di spirito si mescolano sapientemente l’una all’altra. Ce n’è per tutti i gusti.

In apertura, troviamo il protagonista, Jan Cornelius, pronto a prendere un minibus e varcare i confini della Romania, in direzione Repubblica Moldova. Lo attendono per un incontro letterario poiché, di professione, Jan Cornelius scrive, traduce e si preoccupa di divulgare la cultura.

Le avventure iniziano a Chisinau, o meglio, appena prima, a Iasi.

Oggi sono arrivato a Iasi, dopodomani parto per Chisinau. Sono stato invitato a un festival letterario tramite il Goethe Institut. Mi sono recato oggi all’autostazione di Iasi per comprare un biglietto per la corsa delle 9, di martedì 17 settembre. Mi hanno guardato come fossi un alieno. In che senso un biglietto per martedì? In che senso per Chisinau? Per Chisinau i biglietti si vendono solo sul pullman. “E se ci fossero troppi passeggeri?”, mi sono chiesto. Forse si tira a sorte. O gli eccedenti vengono buttati fuori dal pullman lungo la strada. C’è un ufficio informazioni ma sulla porta c’è scritto a caratteri cubitali NON POSSEDIAMO INFORMAZIONI PER CHISINAU. E comunque, l’ufficio è chiuso. Quanto mi piace il teatro dell’assurdo! Pss! Silenzio! L’atto primo è incominciato.

Poi, le avventure proseguono con grandi soste a Düsseldorf, dove l’autore risiede, e brevi incursioni a Malta e a Bruxelles, in Egitto e in Polonia e in tanti altri posti, creando così un diario di bordo ironico e acuto.

Il sottotitolo recita Tra movimento e isolamento, per cui la parte finale accade all’epoca della pandemia.

Vi offro questo passaggio:

Fuggito in Germania all’inizio degli anni ’80, dovevo ancora completare gli studi universitari per cui, in parallelo, svolgevo diversi lavori nei cantieri, nei traslochi, come guardiano, verniciatore, e così via. Il lavoro come Reicher, cioè “annusatore”, è uno tra i più simpatici. Giravo la città con un camion e valutavo il grado di inquinamento in relazione a una determinata scala, basandomi sull’odore. In Romania, quando sentirono che lavori svolgevo, commentavano con un poverino, è scappato da dove stava bene e mo’ deve scavare i canali per i tedeschi! Meglio scavare i canali qui, piuttosto che scavarmi la fossa in quel sistema, ma di questo ho già raccontato un anno fa, soltanto che ora mi sono ricordato della questione dell'”annusatore”, poiché nell’odierna Romania il naso va di moda, una grande quantità di persone lotta per la libertà del naso, voglio mostrare il mio naso, ma quale Covid, signori, lasciatemi annusare! Il numero degli idioti è infinitamente superiore a qualsiasi numero si possa immaginare, da sempre e per sempre, Einstein diceva di dubitare che l’universo fosse infinito, ma non dubitava fosse infinita la stupidità. E ora mi dedico alla rilettura del libro di Gogol, Il naso, un racconto demenziale in cui il naso abbandona bruscamente la faccia a cui appartiene e se ne va, ti succederà lo stesso, se non indossi la mascherina!

Lettura, esclusione e Migrante per sempre

Prima ancora di iniziare a leggere, i libri li compravo in modo spasmodico. Nelle due città in cui ho trascorso la mia infanzia e gran parte della mia adolescenza, il negozio che vendeva giocattoli, vendeva anche libri e articoli di cancelleria. I libri mi rapivano per le loro copertine, le stilografiche per la loro capacità di cambiare colore. Possedevo, infatti, due calamai, uno con inchiostro blu e uno con inchiostro rosso. All’occorrenza, svuotavo il serbatoio premendo sull’intestino duro di plastica che conteneva l’inchiostro, poi infilavo il penino nell’altra boccetta per riempire la mia stilografica made in China. Trovavo la cosa molto elettrizzante poiché, da ragazza, non mi piaceva leggere, ma adoravo scrivere. I libri, come dicevo, li acquistavo per la loro copertina, per il titolo, per il nome dell’autore. 

Cosa c’entrano queste mie abitudini con Migrante per sempre di Cristina Ingrao? C’entra. Perché nella scelta di questo romanzo che, nelle ultime pagine mi ha strappato più di una lacrima, il criterio di scelta dallo «scaffale» di Baldini+Castoldi è stato prima di tutto la copertina. Poi il titolo. Non conoscevo, quindi, l’autrice, né il suo percorso al di fuori della letteratura, come sindacalista e politica italiana. 

Questa è la prima considerazione

La seconda considerazione riguarda il tempo che ho impiegato per completare la lettura del libro. Mesi. Leggendo per il piacere della lettura (e non per una scadenza, un’intervista, una revisione, uno studio), vi dedico il tempo della sera; il tempo libero. Spesso crollavo con l’ereader in mano, mi interrompevo per settimane, e quando dovevo riprendere, avevo smarrito il filo, e mi toccava sfogliare le pagine indietro per ricollegarmi con la storia di Lina. Da qui, ho capito che non c’è da prendersela con chi si sente stanco la sera per leggere, dopo una giornata intensa di lavoro. È una forma di discriminazione, anche questa, di esclusione. 

Esclusione. Questa è la parola chiave anche del romanzo di Cristina Ingrao nel raccontare la storia di Lina, dalla sua infanzia in Sicilia, con la mamà partita per la Germania a lavorare in fabbrica perché al paese suo mancava il lavoro, i fratelli che sono finiti tutti assieme alle germanesi, i nonni rimasti al paese, prima a crescere i nipoti, poi a aspettarli d’estate, in vacanza. 

Anche Lina ci finisce in una fabbrica tedesca. Vorrebbe studiare lei, è pure brava, ma non c’è spazio per andare a scuola. Non per le donne, non in Sicilia, non all’epoca di Lina. Bisogna lasciare tutto e partire per la Germania, in mezzo alla neve e allo smarrimento di una lingua incomprensibile e assai diversa da quella cantilena calda che è il siciliano mescolato all’italiano e che si parla al paese. 

Che affresco meraviglioso che ne esce. Quanto presente in quel passato, quanta umanità tra le pagine di una vita da cui emerge con forza la sensazione che senza radici è dura stare in equilibrio, avere la forza di fiorire

Ci sono moltissimi brani che rendono Migrante per sempre una lettura indimenticabile. Ne cito uno, a titolo di esempio, un passaggio che apre decine di porte, di interrogativi, di scenari su cui riflettere. Dice l’autrice: «Voglio accettarmi per quello che sono, voglio esserne fiera. Non sono gli altri, a trattarmi da straniera: sono io, che ho attraversato troppi luoghi e troppe tribù, per poter scegliere di appartenere a una sola. Non ho bisogno di loro, non più: sono straniera e sono libera, sono una figlia del mondo. Sono una migrante, Lina; e lo sei anche tu, ti piaccia o no. Chi è stata migrante resta migrante per sempre». 

Perché leggere i classici… romeni?

In un mondo in cui i lettori sono pochi, le nuove uscite sono milioni, chi ha ancora tempo per dedicarsi alla lettura dei classici? Di più, alla lettura dei classici romeni? 

Se io stessa non fossi romena, avrei mai trovato il tempo per sfogliare La Ciuleandra (Rediviva Edizioni, traduzione di Alina-Monica Turlea e Alessio Colarizi Graziani)? Ho rovesciato la domanda e, come fanno i bravi scrittori, ho sposato un altro punto di vista chiedendomi: quanti scrittori albanesi, montenegrini, ucraini, bielorussi, lettoni ho letto negli ultimi anni? Credo, se non ricordo male, uno, polacco. Non ne ho letti di contemporanei e non ne ho letti di classici. E ho fatto male. Come male fareste voi se non vi lasciaste incuriosire da Liviu Rebreanu e dal suo appetitoso romanzo, La Ciuleandra

Un classico. Evidente, per una determinata popolazione, grazie allo studio scolastico. Meno evidente, ma sempre un classico, per coloro che lo scoprono adesso la prima volta. 

Ora spiego perché La Ciuleandra è un classico, per tutti, e perché leggerlo. 

Per spiegarmi, mi farò aiutare da un autore classico: Italo Calvino che, in un celebre passo, fornisce una lista di ragioni per cui leggere i classici. Ne riporto alcune, a titolo di esempio (a questo link, le trovate tutte), e mi soffermo con una riflessione legata a La Ciuleandra. 

«Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli». 

Il ritmo di La Ciuleandra, le pennellate con cui vengono descritti i personaggi, il gioco psicologico che mescola reale e irreale, il piano simbolico: è un’esplosione di relazioni che crea una trama dal sapore intenso. La Ciuleandra rappresenta una ricchezza per chi lo ha letto e amato, e una fortuna per chi lo leggerà. 

«D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima». 

Non ricordo di aver letto La Ciuleandra in gioventù, quindi in lingua romena. Tuttavia, la conoscevo, come vicenda, come stile. Liviu Rebreanu è uno dei massimi esponenti della letteratura romena. A ragion veduta. È fruttato e denso lo stile con cui racconta le avventure di questo rampollo, un certo Puiu Faranga, che si macchia di un delitto. Si dispiega, così, il mondo dei ricchi, dei boiardi, in contrasto con quello dei poveri, dei contadini: è una ferita vederli a confronto. Un ferita che, inevitabile, fa riflettere oltrepassando le barriere del tempo e dello spazio.  

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». 

Potrei rileggerlo oggi stesso e, ne sono certa, coglierei una sfumatura che, nella precedente lettura, mi è sfuggita.  

«Un classico è un libro che viene prima di altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia».

Questo assioma va testato sulla propria pelle. 

«È classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno».

Ricchi, da un lato, e poveri, dall’altro. Follia pretesa e follia reale. La costrizione di stare da soli con se stessi e gli effetti di questa solitudine produttiva. Il potere: politico, dell’io, del padre padrone. 

Ci sono così tanti rami fioriti a abbellire le chiome nate dalle radici di La Ciuleandra che solo leggendo il romanzo si possono cogliere. 

L’edizione italiana, inoltre, riporta numerose note a piè di pagina che, se da un lato danno la sensazione di ritrovarsi davanti a una specie di testo didascalico, come se il lettore dovesse apprendere esplicitamente qualcosa in seguito alla lettura, dall’altro danno una certa autonomia al libro, in caso di blackout elettrici o di internet, aspetto da non sottovalutare. 

Piccolo neo — davvero piccolo, ma pur sempre esistente — qualche svista che fa inciampare l’occhio del lettore più esigente.  

Nel suo complesso, la lettura di La Ciuleandra è piacevole, si percepisce un’atmosfera autentica, pregna e capace di trascinare chi legge in territori lontani e poco esplorati. Dice ancora Calvino: «è classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona». È anche questo, La Ciuleandra.  

Seconda vita: i trentadue canti della vita

La letteratura romena tradotta in Italia è esigua. Fa fatica a trovare uno spazio, a essere compresa e accolta al di fuori dalla cerchia ristretta di chi parla il romeno o frequenta la vasta comunità di romeni in Italia. Le culture si riversano le une nelle altre e, di solito, si guarda con ammirazione e interesse verso le culture maggiori, più forti, più affermate. 

In quest’ottica, la letteratura permette di tastare il polso ai colonialismi moderni più di ogni altro strumento. 

Per fortuna, però, il mondo è fatto anche di eccezioni, di nicchie, di amanti voraci e veritieri che, con passione e contro corrente, si dedicano a travasare le culture minori. 

Si intitola Seconda vita il libro di Nicoleta Dabija (traduzione di Barbara Pavetto con Francesco Altieri), pubblicato in Italia da Edizioni EBS Print. Ed è un pugno nello stomaco. Non tanto per la storia quanto per i risvolti, le riflessioni che suscita, la dimensione umana che sottolinea e di cui ci eravamo completamente scordati. 

Di morte parliamo da mesi: il COVID-19 è stato un memento mori, ci ha ricordato che siamo fragili, che c’era stato un meccanismo sbagliato alla base della nostra illusione di eternità. 

Non tratta il COVID-19, il libro di Nicoleta Dabija. Il legame con la pandemia è l’attualità e il coraggio del tema trattato.

Mariana impiega tre giorni per morire. Ha un tumore che combatte da tempo. Ha un figlio di sette anni. Ha un passato dal quale è fuggita perché ingombrante quanto solo le tradizioni rinnegate del villaggio sanno esserlo. Mariana voleva morire in città, ma dovrà accontentarsi di morire nel villaggio natale da dove, le tre bambine del passato, sedute nel carro trainato dai buoi e avvolte dal fieno, andavano alla fiera raccontandosi storie spensierate. 

Ci sono costellazioni di simboli: trovarli, coglierli provoca un piacere intenso nel lettore.  

Seconda vita non è un romanzo. È filosofia, nella misura in cui ridona all’uomo la sua dimensione umana e gli racconta che la morte è parte della vita e non cosa estranea. C’è continuità, ci sono legami che non possono essere recisi perché sottili, impalpabili. Non esistono forbici che possano tagliarli. 

È poesia, Seconda vita. Le parole sono ponderate, le immagini sono scelte con cura. Dice: «Ma l’anima non è che energia buona che, dopo la morte, si frange come pane caldo e si divide tra le persone care. I morti si condividono. Lo spirito, liberato, entra dentro di noi in cerca di amore, lo fiuta, e quando lo trova si accoccola tranquillo, al suo fianco». 

È anche narrativa, fintantoché Seconda vita testimonia le tradizioni di una cultura, le contraddizioni intime di chi si misura con la finitezza dell’essere umano e del dolore. C’è un bambino, Alex, che perde sua madre. C’è una madre che seppellisce una figlia. C’è una sorella che non sa più se, in famiglia, sono due o tre figlie. 

E, soprattutto, c’è la vita. In qualche modo, in una certa forma, il senso ultimo del libro di Nicoleta Dabija, i trentadue Canti che compongono il volume non sono dedicati alla morte, bensì alla vita. 

Mariana è un alito caldo sulla nuca, a Londra, un anno più tardi dalla sua morte. È lì che rinasce e si lascia cogliere da Nicoleta.  

Perché, in fondo, cos’è la morte? Anzi, ancora di più, che cos’è la vita? 

Se Dio fosse una donna: alle origini del mondo

Volevo che non finisse mai. Volevo che la lettura si protraesse all’infinito, che i proverbi yiddish continuassero a sorprendermi nonostante fossi reduce da un altro libro, molto intenso, che raccontava il rovescio della medaglia, la versione palestinese. Ma, nonostante ciò, fui catturata dalle pagine. Forse perché la cultura, la tradizione ha poco a che fare con la sua interpretazione e con il potere che spinge il presente a diventare violento, intransigente, aberrante. Forse, se la cultura e la tradizione non fossero più manipolate, ma solo vissute, smetterebbero di creare mostri, dolore e sofferenza.  

Fatto sta che, nonostante i sentimenti contraddittori dovuti alla storia recente legata alla nascita dello Stato di Israele, leggere Se Dio fosse una donna. SuperTex di Leon De Winter (pubblicato in Italia da Marcos y Marcos nella traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo) è stato come scavare le origini della creazione del mondo. Perché se il mondo, la realtà è narrazione, i proverbi citati da De Winter mostrano come abbiamo iniziato a raccontarci le nostre verità. 

Max ha trentasei anni, è un uomo ricco, erede della SuperTex, un impero tessile che vende a Amsterdam abiti cuciti e confezionati in Thailandia, a prezzi stracciati. È il figlio di un sopravvissuto ai lager nazisti. E ciò ha il suo peso. 

Tutto ha inizio una mattina. Max deve telefonare al partner tailandese e recriminargli delle insolvenze. Si sveglia presto, lascia il corpo caldo, snello e satinato della splendida Maria ancora avvolto dalle lenzuola profumate. Sono le sei del mattino e, se si fa questa levataccia, è per una questione di fusi orari. Deve parlare urgentemente con Jimmy Ch’in. Sulla scrivania, però, si rende conto mentre sta per iniziare la telefonata, ci sono i documenti sbagliati. La segretaria gli ha preparato il fascicolo errato. La rabbia diventa lava incandescente. Invece di chiamare Jimmy, chiama l’impiegata e la licenzia in tronco. 

Maria, dolce ma anche autorevole, gli suggerisce di fare una scappata in ufficio, prendere i documenti, chiamare Jimmy per risolvere la questione e tornare tra le lenzuola stropicciate e calde. Semplice, no? 

Max guida una Porsche. È un ebreo con la Porsche. Un ebreo non credente, non ortodosso, ateo, che ironizza sulle tradizioni millenarie. In fondo, la cucina kosher è la cucina di gente che viveva nel deserto. Cosa c’entra quel mondo con questo attuale? Non è assurdo applicare all’oggi i dettami di una realtà anacronistica? Guarda fuori dalla finestra: non c’è il deserto a Amsterdam. 

Max guida una Porsche. Non ha il cappello, ma un girovita pesante e una Porsche. La guida di sabato, per giunta. E a gran velocità, mentre attraversa il centro per raggiungere l’ufficio. Le strade sono deserte e questo deserto gli si ritorce contro. Non vede la famiglia di ebrei ortodossi pronti a attraversare la strada, diretti alla sinagoga. Indossano il cappello, hanno i riccioli tradizionali e si salvano per miracolo, o, anzi, perché la Porsche ha un ottimo sistema di frenata. Le lesioni provocate dall’incidente sono minime: una gamba rotta per il ragazzo sedicenne. Roba da nulla, assicura l’avvocato di Max. 

Eppure ci ritroviamo davanti all’applicazione pratica di una delle leggi della fisica quantistica. Due sistemi che sono entrati in collisione continuano a avere effetti gli uni sugli altri anche nel momento in cui si separano. Quell’incontro segna un punto di rottura nell’universo di Max. 

Max sente il bisogno di rivolgersi a una psicoanalista. E ecco il personaggio più misterioso e affascinante di questa storia. La dottoressa Jansen si limita a ascoltare, a porre domande e a non pensare. Perché lei non pensa, come dirà al signor Max Breslauer. Pensare è compito del paziente. 

Dura un giorno, la storia di Max. Un giorno, tante generazioni e vite. Come tutte le storie. Come l’intera Storia. Un attimo, miliardi di attimi. 

Quando gli esseri umani abitano negli sguardi ovvero “La casa degli sguardi”

I poeti sono sensibili. Non è questo il caso di Daniele Mencarelli. Lui non è sensibile, lui è fragile, ha la pelle meno spessa, in un determinato punto, di difficile identificazione: da lì passano i dolori del mondo e raggiungono il suo cuore. E allora come puoi vivere quando il dolore del mondo echeggia, rimbomba, esplode dentro di te? 

La privazione del sonno è una delle torture più diffuse e insopportabili che si possano infliggere a un essere umano. Daniele, il Daniele de La casa degli sguardi, è torturato dalla vita attraverso l’insonnia. 

Come mettere a tacere il dolore del mondo che vibra nel petto? Se non hai scudi o armi con cui proteggerti, ti resta una cosa soltanto. La dimenticanza. 

Daniele, il Daniele de La casa degli sguardi, sceglie di dimenticare. Prima con la droga, poi con l’alcol. 

Come lui, dimenticano grazie all’alcol, o ridono grazie all’alcol, o si trasformano in altro grazie all’alcol 9,8% della popolazione europea. E oltre 65% della popolazione oltre gli 11 anni ha consumato almeno una bevanda alcolica nell’ultimo anno. 

Ma il romanzo di Daniele Mencarelli non è un libro sull’alcol. 

Pubblicato da Mondadori e vincitore del Premio Volponi, La casa degli sguardi è un libro da leggere. Non da classificare, né da spiegare, né da raccontare. È, semplicemente, un libro che va letto. 

Farà male. Farà piangere. Farà anche ridere, quando meno te lo aspetti. Farà tremare le mani per la rabbia, per le ingiustizie di cui Daniele diventa spettatore. Perché quello a cui Daniele assiste è atroce: laddove dovrebbe sbocciare la vita, si allunga come un’ombra insostenibile la morte, la sofferenza, la malattia. 

Daniele ha poco più di vent’anni. Vorrebbe fare il poeta, ma non ha le forze. Ha scritto diverse poesie, sono state anche pubblicate su riviste importanti, la comunità dei poeti lo definisce uno di loro, ma lui, nonostante questo grandissimo sogno, non riesce a sfuggire alla dimenticanza. Si chiama così la sua inseparabile amica che lo fa arrivare a casa in uno stato pietoso, facendo soffrire chi, invece, vorrebbe proteggere. 

Un amico — perché il mondo della poesia (dell’arte) questo crea: incontri e amici — gli trova lavoro presso una cooperativa che ha vinto un appalto e ora si occupa delle pulizie presso l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù. 

Il primo giorno di lavoro, Daniele capisce che non appartiene nemmeno a quel mondo. Infatti, ben presto cercherà di rifugiarsi tra le braccia della sua buona amica, la dimenticanza. È un’amica sgradita, ingombrante: la sua presenza significa rischiare di perdere il lavoro. È pericoloso pulire gli ambienti dell’ospedale da ubriachi. Per qualche ragione, Daniele non vuole rinunciare a quel lavoro, alla squadra a cui è stato assegnato, agli occhi tondi, scuri, teneri di Toctoc con cui istaura un dialogo basilare, da solitudini che si incontrano e si riconoscono le une nelle altre. 

Bisogna scendere a compromessi, però, con la sua tenace amica. Niente alcol da lunedì e fino alla fine del turno del venerdì. È così che Daniele inizia a essere vivo cinque giorni e mezzo alla settimana. Lo fa, ma con quanto dolore? 

Non si tratta solo dell’astinenza: i corpi possono disintossicarsi dai veleni ingeriti. L’anima, però, il cuore, la psiche — come vogliamo chiamare quel qualcosa che ci compone e che vibra, accoglie, comprende, processa gli eventi che accadono intorno a noi, dando loro un significato, una ragione d’esistere? — come può depurarsi dai veleni che gli vengono offerti quotidianamente? 

È questa la domanda di fondo ed è questa anche la risposta, in definitiva, che rende la lettura di questo romanzo un’urgenza. E un obbligo. 

Storie di una certa età: il tempo non esiste, esiste l’energia

Esiste l’energia, non il tempo. Anche ciò che passa, in modo tiranno, è l’energia, e non il tempo. Lo sanno Anselmo, Armida, i Figli di Dio, Gina, la prof, la francese, Dante, un uomo che si sveglia vedendo tutto rosso, una certa amica preziosa, Celeste, Flora, ma anche la madre di due figlie fin troppo presenti. Lo sanno tutti loro che, superata la soglia dei sessantacinque, capiscono che la vita è tutta una questione di energie. E non di tempo. Il tempo si rinnova, semmai esistesse una cosa simile. Le energie possono esaurirsi, pur avendo ancora tempo, se non si presta attenzione, se non si preservano, se non si ha cura di ricaricarle.

Storie di una certa età (Amazon Edizioni) di Cristiana Pivari sono questo: uno squarcio dietro il sipario dei nonni, delle nonne, dei vedovi e delle vedove.

Che ne sappiamo di loro?

Sappiamo che sono fragili, da proteggere, incapaci di prendersi cura di se stessi, facili prede dell’Alzheimer. Non sappiamo, però, che hanno ancora tanta energia quanto basta per seguire un corso di ballo, per innamorarsi, per sognare, per proiettare sogni nel presente o, al massimo, nel futuro prossimo.

Non è idilliaco il mondo dipinto dalla Pivari. A tratti, fa male. Armida, che legge Manzoni, fa pensare ai leoni anziani: di che vivono i leoni una volta diventati vecchi, chi si cura di loro? Chi si cura di Armida che, sebbene legga Manzoni, ha conosciuto nella vita il temibile spaccato del prima e del dopo? Armida è una clochard, non più giovane, che, oltre alla lettura dell’unico libro trovato nell’immondizia, si fuma con parsimonia un pacchetto di sigarette alla settimana, beve un chinotto quando può, va a pranzo alla mensa dei poveri e valuta se il dolore alla schiena valga un giro in ospedale, con il rischio di restare chiusa in una qualche clinica. Da cosa fugge Armida? Dalla società che l’ha fatta soffrire con i suoi schemi e le sue richieste: marito, lavoro, mutuo? Da chi fugge Armida? Difficile deciderlo. Cristiana Pivari si concentra su altro: sotto l’essere ruvido di Armida, si nasconde un animo candido che sa aiutare. C’è un lieto fine, anche se non è quello di Armida.

Il finale è sorprendente, invece, in uno dei racconti meglio riusciti (non tutte le ciambelle vengono col buco, questo è chiaro). Figli di Dio. Semplice, ancestrale, nulla da togliere, nulla da aggiungere. Lei è una signora rispettabile. Lui è un uomo misterioso. Il loro incontro è straordinario e naturale. C’è tanto in mezzo alla loro storia. Forse, c’è tutto. C’è la vita, le sue contraddizioni, i suoi azzardi, le sue speranze, i suoi sogni. E, soprattutto, c’è la narrazione: ciò che si sa, ciò che non si sa e il modo in cui i vuoti vengono colmati.

37 orizzontale: Canarie è un altro racconto che attira l’attenzione del lettore. Semplice e efficace, mette a confronto due generazioni e le loro paure. Non è mai un bene penetrare i misteri. E la madre di questo racconto, asfissiata dalle cure delle due figlie, deve trovare un modo per gioire delle sue energie. Perché, insisto, i personaggi di Storie di una certa età non si curano del tempo, il punto centrale è l’energia. L’energia che ti fa scendere dal letto al mattino, che ti tiene vigile, autonomo, attivo, curioso, interessato, pieno di slancio e di voglia di esplorare oppure, al contrario, ti fa sentire sfinito, stanco, esausto.

Cosa resta dopo aver letto Storie di una certa età? Resta un sorriso malinconico grazie allo stile ironico e frizzante con cui Cristiana Pivari racconta gli stralci di vita di sessantenni, settantenni e ottantenni che non hanno nulla da invidiare ai giovani, agli anni passati. E se non hanno nulla da invidiare non è per rassegnazione, ma perché hanno raggiunto qualcosa che i giovani non riescono nemmeno a definire. Non è saggezza e non è pace. Forse è consapevolezza, ma anche questo termine rimane povero. Piuttosto, è tutte e tre insieme.

Dice, infatti, l’autrice restituendo un’istantanea di grande impatto:

Lei è vedova da qualche anno, è la signora Cretti. Per lui è soltanto Viola, la fata.

“Ha le vene varicose”, ha osservato Mario.

“Nemmeno io sono perfetto”, gli ha risposto e poi, alla sua età, avrà pur diritto ad avere qualche imperfezione. Non è mica finta.

Ecco che cosa non sono i personaggi di Storie di una certa età: non sono finti. Anche laddove la narrazione diventa più debole o ripetitiva nei tratti che descrivono i personaggi, gli abitanti di questa raccolta di racconti sono tutto, ma non finti.