Massini: Eichmann e Arendt in dialogo

Ci sono libri che leggi in un solo pomeriggio. Li divori. Poi, però, impieghi mesi per processarli, farli tuoi, rimescolare le parole perché non siano solo acqua piovana, perché aderiscano e, dalla perturbazione che hanno creato, da quel turbinio di sensazioni, fiorisca una nuova, seppur fievole, coscienza. Non basta un libro per creare una nuova coscienza, ma può essere un ottimo inizio.  

Ho letto Eichmann. Dove inizia la notte. Un dialogo fra Hannah Arendt e Adolf Eichmann di Stefano Massini in pochissimo tempo, ma ho impiegato più di due mesi per farlo sedimentare. Perché la questione della memoria non è la questione di un giorno. Non è commemorazione in divisa e un banco di libri in libreria o una lezione a scuola dedicata al tema. Ricordare è un esercizio quotidiano, un muscolo che va allenato con costanza. 

Pubblicato da Fandango, il dialogo di Massini è una gemma. Un piccolo gioiello di riflessioni da leggere, rileggere e poi ri-rileggere ancora. 

Perché è attuale. Attuale persino in questi giorni in cui il Covid19 ci chiude in casa, ci mette in allerta, ci ricorda quanto siamo vulnerabili e nelle mani dei potenti per i quali «immunità di gregge» può avere un certo senso, un certo pragmatismo, soprattutto economico. Anche non prevedere l’uso di ventilatori per i diversamente abili può essere una strategia. Siamo in guerra, dicono. Beh, vi dico, lasciamoci aiutare dalla letteratura. Per ridimensionare i termini, per ricordare (non commemorare) e per imparare dal nostro stesso passato. 

Forse essere in guerra, come qualsiasi altra forma di inferno e paradiso dei giorni nostri, è anche uno stato psicologico. E qui, su questo fronte, la letteratura può molto.

Non ne sapeva nulla Massini della pandemia che stava arrivando, ma scrive con lungimiranza straordinaria: «Dico che il male si nutre di paura». I titoloni dei giornali, la paura distillata in poche stringhe di parole, ci hanno portato a svaligiare i supermercati, a #nonfermarci, a dividerci, a scappare disperati verso quello che chiamiamo casa, per poi renderci conto che c’è un unico modo per combattere il nemico, chiunque esso sia: unendoci.

Hegel ci aveva avvisati: la storia si muove in loop. Come Trump con i ventilatori negati, così Hans Cohn che «poteva tranquillamente morire a sei anni perché tre numeri civici avanti viveva un genio, che si è salvato il culo». 

È onirico il ritmo con cui Massini racconta questo serrato scambio di battute tra la Arendt e Eichmann, a tratti si inseriscono le immagini de L’insostenibile leggerezza dell’essere viene in mente un sogno di Teresa quando si legge: «Li faceva mettere in fila nudi sul bordo di una grande fossa, cento metri. E sparavano, a raffica. Appena finivano dentro, buttavano giù terra». E allora forse era meno spietato il gas, sono entrambi d’accordo. Ci sono tante gradazioni di orrore

Nessuna camera a gas, ma è sempre la paura di morire soffocati che ci attanaglia la mente in questi giorni. Come allora, così adesso. Siamo fragili. «Si rende conto di quanto siamo fragili? Basta che un tizio in qualche ufficio punti tutte le sue carte per avere una promozione, e noi ci finiamo nel mezzo». 

Dicono che l’ozio sia il padre di tutti i vizi e che è beata l’ignoranza. Ci hanno tratto in errore. L’ozio è la pausa in cui possiamo finalmente sentire i nostri pensieri e l’ignoranza è una zavorra che ci rende deboli. Non fragili, ma deboli. Dopo la Seconda Guerra Mondiale non abbiamo avuto molto tempo per riflettere. Ora, sebbene circolino bollettini di guerra con morti e feriti tutti i giorni intorno a mezzogiorno, non siamo in guerra. Abbiamo tempo, la maggior parte di noi, tempo per pensare, per oziare, per vincere l’ignoranza.

Magari con un buon libro. 

Iniziate con Eichmann. Dove inizia la notte. Un dialogo fra Hannah Arendt e Adolf Eichmann.

Permafrost: oltre la scrittura femminile

È un giro sulla giostra, vorticoso, sorprendente, appassionante. Ti lascia senza fiato, come una corsa in mezzo alla pineta con gli occhi puntati sulla radura poco distante da te. Permafrost è una lettura che lascia il segno, come un taglio e la sua cicatrice

Pubblicato da Nottetempo, tradotto in italiano da Amaranta Sbardella, è il primo romanzo firmato da Eva Baltasar, poetessa e scrittrice catalana che usa le parole come lame che incidono la pelle, si insinuano sotto di essa, proliferano trasformate in miliardi di pensieri e sensazioni

Permafrost, in italiano permagelo, è la zona perennemente ghiacciata della terra oltre la quale è difficile penetrare, raggiungere il calore che sta sotto. È scudo, rete protettiva, zona limite: nel ghiaccio non vi è scambio tra fuori e dentro, ma solo tra ghiaccio e fuori, tra ghiaccio e dentro. 

Ha quarant’anni la protagonista di Eva Baltasar ed è una donna che ama lo stare più dell’andare, i libri più dei film, immaginare più del vivere. Figlia di una famiglia borghese e oppressiva, ha una sorella che è ben inserita in mezzo alle etichette. Ha studiato Storia dell’arte ma finisce per arrivare a fine mese grazie a lavoretti di giornalismo e insegnando lo spagnolo quando si trova in territorio straniero o come ragazza alla pari. 

Ci sono molte donne nella sua vita, ma a travolgerla è l’amore per Roxenne, una creatura della quale ci si potrebbe innamorare a prescindere dalle inclinazioni sessuali, perché, a vedere il mondo attraverso la protagonista di Permafrost, l’omosessualità e l’eterosessualità sono concetti superati, superabili. Roxenne è desiderabile, a prescindere. 

In mezzo al racconto, ci si muove su un disteso filo, come equilibristi, tra vita e tentati suicidi. Per sciogliere il permafrost, c’è solo un modo, in apparenza. Morire. 

Sono tentativi fallimentari, i gesti suicidi; la protagonista li racconta con ironia e distacco, quasi fossero le azioni altrui e nei cui successi ci crede poco. 

La salvano i gatti, anzi l’idea dei gatti spiaccicati sulla pavimentazione all’ingresso del palazzo in cui vive, ma anche le lande verdi e desolate dell’oltremanica, le cosce morbide di qualche notte di passione. C’è sempre un filo a cui aggrapparsi: certe volte più resistente, altre più fragile. 

Il sesso è uno degli ingredienti del romanzo. Che per lei la penetrazione sia anche dolore, la protagonista lo scopre quando è adolescente. A casa di una compagna di scuola, guardando un film porno, lei capisce che non c’è immedesimazione con l’attrice. C’è una traccia di piacere, e questo lo scopre più tardi, ritornata a casa. Se la sessualità sboccia con naturalezza, la vocazione segue un percorso intricato: difficile dare un nome a ciò che vuol fare della sua vita. 

Scritto in medias res e in prima persona, Permafrost scorre come un inarrestabile flusso di coscienza, aggiungendo flash back che seguono connessioni inconsuete, sorprendenti. È un percorso selvaggio la vita della protagonista, selvaggio e affascinante, dal quale è difficile staccarsi, ti avviluppa come in un bozzolo di parole. Si riemerge trasformati, più ricchi, ampliati nelle proprie visioni, deformati, scalfiti dalle schegge di permafrost che, a tratti, la protagonista lascia scivolare o vorticare oltre la pagina fino a raggiungere il lettore. 

Dopo la pioggia: il tempo di una famiglia allargata

Tracy Farr è australiana e, prima di essere una scrittrice, è una scienziata. Infatti, il titolo originale del romanzo è The Hope Fault che, se non si conoscesse la professione dell’autrice, si potrebbe pensare che sia per colpa di Hope oppure la speranza di Fault e non la faglia neozelandese che porta il nome di Hope. 

Dopo la pioggia di Tracy Farr

Non ci sono colpe nel romanzo di Tracy Farr, pubblicato in Italia da UnoRosso con il titolo Dopo la pioggia. O, se ci sono colpe, l’autrice non le sottolinea e non le esalta. 

Quello che esalta, invece, è l’essere una eroina di tutti i giorni di Iris, una donna sulla cinquantina, con un figlio ventenne, Kurt, un ex marito fedifrago, Paul, risposato con l’amante, e con una nuova bambina ancora in attesa di un nome. Ha anche una nipotina, Iris, una teenager che non sopporta la crudeltà degli umani e che cerca affetto nonostante risulti scontrosa. Si chiama Luce ed è la figlia dell’ex cognata, nonché la miglior amica di Iris, Marta. 

Si trovano tutti riuniti sotto uno stesso tetto e, anche se a una prima vista potrebbe risultare impegnativo associare nomi e personaggi, nella lettura tutto scorre e si muove come su un palco scenico. Il palco è appunto la casa vacanze messa in vendita, a Cassetown, cittadina di fantasia, sulla costa orientale dell’Australia. 

Sono passati dieci anni da quando la famiglia di Iris, quella mononucleare, composta da lei, Paul e Kurt, si è sfasciata. Non è stato facile per nessuno, ancora meno per Iris, ma li ritroviamo in uno spazio privo di rancori, di delusione e di dolore. È lo spazio del dopo. Di un dopo la tempesta, in un certo senso, perché quella che scroscia sul tetto della casa vacanza, ora, è solo una pioggia. Insistente, restrittiva, fitta e fredda, ma è solo pioggia. 

Troviamo Iris come un punto fermo che, con ago e filo, ricama la sua famiglia elastica, allargata, estesa. Come un clan. È lei il sole, sebbene nessuno sembra se ne accorga. È lei che nutre tutti loro, che li accoglie, che li tiene uniti. Silenziosa e discreta, ma naturale nelle sue scelte. Non ci sono sensi di colpa da condividere, ma solo eventi, solo vite che si intrecciano. 

Oltre a Iris, c’è anche Rose. Non c’è fisicamente nella casa, ma è come la terra fertile che contiene tutti. Ha cento anni e la sua vita si srotola all’indietro, come un gomitolo di lana. È lei che c’entra con la Faglia di Hope, o con la Colpa della Speranza, o con la Speranza della Colpa. Anche se l’assenza del genitivo sassone nel titolo dà un’indicazione per poter interpretare al meglio il titolo originale. 

Nella vita di Rose, c’è stato uno scienziato e poeta e, con lui, una faglia che ha smosso la terra delle certezze sotto i piedi della donna. È una storia passata che sopravvive nei ricordi di Rose e tra le pagine di un libricino ritrovato nella casa vacanze. 

Ci sono molti dettagli nel romanzo che rendono la lettura accattivante e uno scambio di visioni sul mondo. Uno di essi è rappresentato dalla questione del tempo. Oltre alla struttura che si divide in tre parti, due delle quali (la prima e l’ultima) percorrono gli eventi in senso cronologico, e una parte centrale che va a ritroso, ci sono molte riflessioni dedicate alla percezione del tempo. Soprattutto alla questione dell’adesso e del fatto che questo sia la somma di numerosi e distinti adesso, ovvero di percezioni. L’adesso è il risultato di un insieme di percezioni. 

È un pensiero sottile, lo esprime Kurt, mentre dopo la festa, ancora con i postumi della sbornia, nota il suo adesso e quello di una sagoma che scorge in lontananza, nella baia. Ma è una riflessione che, se sviscerata, disincanta lo sguardo e ammorbidisce la rigidità di chi crede di avere la verità in tasca. 

Dopo la pioggia di Tracy Farr è un viaggio in cui i luoghi comuni si illuminano di nuova luce.

Pietra nera: un’avventura iniziatica

Pietra nera è il sequel, il secondo capitolo della saga. Il terzo, Alessandro Bertante lo ha tutto in testa, o lo ha già scritto ma serba il segreto. O forse no. Forse è solo un’idea.

Non vuole conoscere le domande prima delle presentazioni di libro, perché non gli piace addomesticare le risposte. Forse lo fa anche con le storie, lasciando loro la possibilità di sorprenderlo.

In attesa di sapere cosa succede dopo, a breve, la stessa Nottetempo ripubblicherà il prima, Nina dei lupi, romanzo finalista allo Strega e vincitore del Rieti. 

Pietra nera di Alessandro Bertante

Se non avete ancora letto Nina dei lupi, però, non c’è problema. Pietra nera è un’avventura iniziatica a sé stante: si può partire anche da qui. Protagonista è Alessio, il Figlio dei lupi, un ragazzo saggio e ponderato, più animale che umano data la sua capacità di fiutare il pericolo e di reagire scattante come un felino, astuto come chi è sopravvissuto o è nato in mezzo alla morte. Zara è altro. Non ha una meta, se non quella di restare viva, e quando Alessio la aiuta, gli rimane accanto, come uno specchio in cui riflettersi o, meglio ancora, un lago in cui non solo riflettersi ma dal quale trarre le sostanze essenziali per evolversi, per crescere, per mettersi alla prova. C’è qualcosa di primordiale nel loro incontro. 

Alessio ha una missione da portare a compimento, nel mentre, assieme a Zara, deve preoccuparsi anche di sopravvivere. Che non è cosa da poco. Dopo la Sciagura il mondo è venuto fuori mutilato, distrutto, post apocalittico. Il cielo è striato, le carcasse delle macchine, i pezzi di cemento, le ossa dei morti compongono il nuovo panorama. La natura è tornata più feroce che mai. 

Non solo. Ci sono più belve che umani, fatto che rende gli ultimi merce preziosa. E forse non è nemmeno la prima volta che succede nella storia dell’umanità. Quella di prima, perché in mezzo all’umanità post Sciagura, il termine va ridimensionato e ripensato. Gli unici umani sembrano nascondersi in piccole comunità, ai margini della disperazione, delle città in fiamme, ma anche in mezzo a una valle che si apre sorprendendo come uno scenario appartenente a un altro mondo

Alessandro Bertante

Oltrepassata la pianura con le sue temibili insidie e la città che brucia saccheggiata da guerrieri crudeli, dopo il ponte ferroviario arrugginito, si estende una specie di tregua. Un piccolo punto di vegetazione rigogliosa, dove l’uomo prova a tornare a essere umano, a resistere, a ricordare, a proteggersi, a ricrearsi in quanto comunità. Alessandro Bertante non la nomina mai, ma gli occhi attenti di chi la conosce la sa identificare. Valtrebbia. La valle più bella del mondo, secondo il giovane Hemingway. 

Lo stile è fresco, scorrevole, avvolgente. Dà spazio e tempo, non mette fretta nel raccontare questo nuovo mondo in cui un accendino può diventare merce di scambio e i ricordi sono un’ancora di salvezza. 

A leggere Pietra nera si resta sorpresi, non addomesticati, intrappolati in un’avventura che penetra oltre l’epidermide, raggiunge le vene, si mescola al sangue, e continua a scorrere per giorni.