Il Sessantotto dell’Est. Eroi in fiamme

Non avevo mai pensato al ’68 prima di essere arrivata in Italia. Per me, da romena, non esisteva uno spartiacque fatto di rivolte, di reggiseni bruciati, università occupate, libertà conquistate con la forza. Infatti, mi sono sempre chiesta, ma in Romania — e nei vari paesi comunisti — com’è possibile che non sia arrivato il vento della ribellione? L’Europa non è poi uno spazio incomensurabile. Possibile che la cortina di ferro fosse così impenetrabile? 

La risposta definitiva l’ho ritrovata in questi giorni, leggendo il libro di Dario Fertilio e di Olena Ponomareva, Eroi in fiamme (Mauro Pagliai Editore). 

Immaginiamo le piazze dell’Ovest in cui si riversa la gente in cerca della libertà. C’è caos, slogan, chitarre, spinelli, alcol? Qualsiasi cosa pensiamo vi sia nelle piazze dell’Occidente, togliamola. Immaginiamo ora l’altro lato della medesima Europa, il silenzio di un giorno qualsiasi, e un uomo, Vasyl’ Makuch, che la mattina del 5 novembre 1968, vestito in modo distinto, si reca alle Poste Centrali, in pieno Kyiv, con una busta rigonfia indirizzata al Comitato centrale del Partito Comunista dell’Ucraina. 

Inizia così Eroi in fiamme, con questa scena, come in un film, bianco e nero, anzi un documentario che ricostruisce i pensieri, le paure, i punti fermi di un uomo che sta per prendere una decisione sofferta, ma impossibile da evitare. Vasyl’ Makuch deve farlo. 

Dario Fertilio si rivela così un narratore abile nel portare il lettore in uno spazio altro, in una dimensione lontana e estranea. È come se ricreasse una realtà virtuale. D’un tratto sei lì, assieme a Vasyl’, intento a comprendere le sue ragioni, a cogliere gli eventi storici che si dispiegano attorno alla sua vita. Chi è questo uomo? Perché compie un gesto così estremo? Cosa pensa di ottenere? E le conseguenze? Ha una famiglia? 

Sono domande che nascono spontanee e Dario Fertilio pare le percepisca — o le induca nella mente del lettore. Sono domande che trovano risposta man mano che la vicenda di Makuch si costruisce attorno a questo evento iniziale. 

Si scopre così che Lidia, la moglie, con Vasyl’ ha condiviso non solo l’esperienza del matrimonio, ma anche un destino comune. Si legge: «Laggiù i due ricevettero il regalo della fortuna che a volte premia i disperati bisognosi di incontrarsi: essere allo stesso tempo nel medesimo luogo, anche se tempo e luogo ricordavano da vicino un girone infernale. Lei era figlia di un avvocato perseguitato come “nemico del popolo” dal regime staliniano. Sua madre era morta quando Lidia era ancora bambina. Durante la seconda guerra mondiale, appena adolescente, in compagnia della matrigna si era ritrovata sotto l’occupazione tedesca. Era toccata ad entrambe la deportazione in Germania, per lavorare nei campi. Nel Reich la matrigna, un’attrice apprezzata per le sue doti vocali, era stata arruolata in una compagnia teatrale che si esibiva davanti ai soldati tedeschi al fronte. Come destino di tanti sovietici prigionieri di Hitler, al termine della guerra le due donne erano attese in patria per essere processate e condannate duramente. Slealtà verso lo Stato: dieci anni in campi di lavoro forzato. Del resto, un cittadino sovietico vissuto per tanto tempo all’estero e ritornato vivo, non era già di per sé da considerarsi sospetto, e un potenziale traditore?» 

La storia di Makuch non è un caso più unico che raro. 

E l’Occidente del 1968? Dicono gli autori: «Certo, è stato l’anno delle barricate a Parigi, a Berlino, a Milano; della contestazione e dei capelli lunghi; di Rudi Dutschke e Cohn-Bendit; di Sartre e Lévy-Strauss; delle icone di Mao e Che Guevara; dei vietcong e dei Beatles; dei cortei e delle bandiere rosse, della giovinezza con la sua gioiosa liberazione sessuale, dell’utopia e della rivoluzione. Ma quel mito è servito a nascondere la cruda realtà dell’altro Sessantotto: quello di Praga in rivolta, dell’invasone sovietica, delle illusioni distrutte, dell’angoscia per il futuro, di Vasyl’ Makuch e degli altri eroi in fiamme».

A leggere Eroi in fiamme, emerge con forza il fatto che il ’68 dell’Est non è finito nel ’68. Non è finito perché molte delle libertà per cui si sceglieva il sacrificio estremo non sono state raggiunte. E, per comprendere appieno il significato del brano che riporto di seguito, va letto il libro. 

Siamo nel 2018, spiegano gli autori: «Il Presidente di lungo corso Vladimir Vladimirovič Putin firmò, e sorrise al suo collaboratore che gli aveva porto il documento. Con quel gesto si sollevava un peso dallo stomaco, ed era un gran passo verso il futuro felice della Russia. Fuori, sulle cupole del Cremlino, splendeva un trionfale sole di luglio. Anche il segretario, cogliendo l’umore del suo superiore, sorrise. Con quella firma entrava in vigore la legge federale “Sugli emendamenti agli articoli 11 e 14 della legge sull’istruzione nella Federazione Russa”, che aboliva l’insegnamento delle lingue “nazionali” (il termine significava “non russe”) nelle scuole di primo e secondo grado. Naturalmente nel testo della legge non figurava la parola abolizione, si sottolineava soltanto la scelta volontaria della lingua e delle materie d’insegnamento da parte dei genitori dei bambini e dei ragazzi. Un cambiamento che forse… forse avrebbero reso meno difficile il ritorno all’antico splendore imperiale dopo la vergogna del 1991. E qualcuno, fantasticò il Presidente, nei secoli a venire si sarebbe ricordato di lui. Vladimir il Grande… sorrise alla sua stessa battuta, perché era un uomo di spirito».