Sillabario di genetica per principianti: la scienza che si spiega e si domanda

Uscito per Bompiani, Sillabario di genetica per principianti di Guido Barbujani è un’escursione in mezzo alle montagne russe della storia, dei nostri geni, dei falsi miti della nostra società nipote dell’illuminismo. E quello che piace di questo testo, che piace molto, è il modo in cui uno dei più importanti genetisti italiani ha deciso di introdurci alla scienza delle differenze. L’ironia, sottile, acuta, sfumata, è qualcosa di straordinario

Ho conosciuto la scrittura di Guido Barbujani grazie a un romanzo sorprendente, Tutto il resto è provvisorio, uscito sempre per Bompiani. Mi ha stregata (per gli appassionati di approfondimenti, trovate qui il link con la recensione) e sono andata alla ricerca di altro. Ho trovato molti libri di saggistica e mi sono innamorata delle riflessioni che vi ho trovato. 

Di questa seconda tipologia fa parte che il Sillabario di genetica per principianti che si apre con una nota introduttiva, necessaria e indispensabile per comprendere le nozioni che seguono. Per i poco avvezzi, come me, la comprensione potrebbe risultare, a tratti, un po’ impegnativa nella misura in cui si tratta di cose nuove, ignote e poco familiari. Tuttavia, a tenere l’attenzione sempre alta, c’è la lucidità dello stile che rende anche i passaggi più ostici altamente accessibili. 

Sillabario di genetica per principianti

Di Darwin abbiamo sentito parlare tutti, chi più chi meno, di Mendel pure, ma degli alleli (le varianti del DNA), del RNA e delle sue funzioni, magari ne sappiamo meno. 

Come di certo ne sappiamo poco, ma non per questo ci tratteniamo da esprimere giudizi definitivi, sugli OGM. Che cosa sono, che cosa fanno, a cosa servono? Sono buoni o sono nocivi? Ci giunge notizia, e questo lo racconta Barbujani, che a Haiti, nonostante lo stato di emergenza, i contadini avevano distrutto le scorte alimentari perché OGM. Nessun giudizio, da parte di Barbujani in merito agli OGM, ma un invito a riformulare il problema che, si intuisce tra le righe, si rispecchia nell’antico quesito riguardo alla scienza in generale: chi deve controllare i progressi della scienza affinché non vengano mal riposti? 

Dettaglio più frivolo, ma delizioso spunto di riflessione per i più pazienti: la particella «rib» che compone il nome del nostro DNA, ovvero l’acido desossiribonucleico, è un acronimo. Sta per Rockfeller Institute of Biochemistry ed è il nome dell’istituto presso il quale lavorava lo scopritore di questi zuccheri, un certo Levene, grazie al quale «il nome del miliardario Rockfeller è contenuto in ogni cellula vivente». Cosa questo significhi, Barbujani non lo sa ed è bello che non lo sappia, così ciascuno dei suoi lettori può trovare il proprio significato. 

Guido Barbujani

Quello che invece è un indizio sul quale soffermarsi, e magari trarre insieme le medesime conclusioni, è il fatto che «tutte le forme di vita che conosciamo hanno un’origine comune», di più «tutti, dal virus del raffreddore a noi alle melanzane, condividiamo antenati comuni, anche se molto remoti». Quello che ci distingue gli uni dagli altri, sono le mutazioni

Qui aggiungo una digressione

Faccio parte di quella grande fetta di esseri umani che non ha subito la mutazione, quindi non digeriscono il latte. Ecco che cosa dice la genetica in merito alla questione del latte (riporto la citazione, perché non conosco un modo migliore per spiegarlo): 

«Il lattosio è lo zucchero del latte, di cui si nutrono i neonati di tutti i mammiferi. Per digerire il lattosio abbiamo un solo gene (si chiama lph) e quindi un solo enzima, la lattasi […]. Dopo lo svezzamento, verso i tre o quattro anni, le cose cambiano: alcuni di noi continuano a produrre tanta lattasi, altri no; e questi ultimi diventano intolleranti al lattosio, e se bevono latte, o mangiano formaggio fresco, o un gelato, stanno male. Quanto male, dipende da caso a caso, ma stanno male. In passato l’intolleranza al lattosio è stata attribuita ad allergie, infezioni intestinali e altre cause fantasiose, ma oggi sappiamo che dipende dal gene lhp che, quando è poco attivo, non produce abbastanza lattasi.»  

La genetica non è mai stata così affascinate, aperta, applicata, accessibile come nel caso del Sillabario di genetica per principianti, e forse non poteva scegliere un momento migliore per esserlo considerate certe inclinazioni umane ignare di quanto patrimonio genetico si abbia in comune non solo con il fratello consanguineo, ma con il dirimpettaio e persino con il bambino africano, siriano o curdo la cui storia sembra non essere la nostra storia. Eppure, c’è un filo che ci unisce tutti, ci lega a un destino comune, come in un sistema algebrico le cui variabili, noi, sono esprimibili solo in funzione di altre variabili, altri noi. 

I geni del male: siamo cattivi per natura?

Più appassionante di un thriller o di un giallo, il libro di Valter Tucci, I geni del male, ti incolla alla pagina mentre passa in rassegna i momenti cruciali dell’evoluzionismo e ridimensiona le speranze di cui abbiamo investito la scienza, sopratutto la genetica. 

Uscito per Longanesi, il saggio di Valter Tucci riformula un’antica domanda e lo dichiara già nel sottotitolo. Cattivi si nasce o si diventa? La risposta non è immediata. L’analisi è ben dosata, ricca di dettagli, di esempi, di passaggi che spaziano dalla filosofia alla storia, alla psicologia, con uno sguardo fisso sulla genetica. 

I geni del male

Il quadro è complesso, molti dei nostri entusiasmi legati alla scienza si stanno ridimensionando in questi ultimi decenni. 

Ci aspettavamo che la scienza diventasse l’antica divinazione. Non doveva più interpretare soltanto le viscere, ma guardare in profondità, nei geni, per dirci chi sono i buoni e chi sono i cattivi. E non solo. 

Sappiamo qualcosa in più rispetto ai tempi delle divinazioni nelle viscere, addirittura sappiamo fare molte più cose di quanto riusciamo a comprenderne, ma non siamo ancora in grado di cogliere tutti i processi complessi e complicati che contraddistinguono la vita umana. A iniziare dal codice genetico. 

Valter Tucci

Sappiamo, per esempio, che il razzismo è uno sguardo pigro, che si ferma in superficie. Un po’ come dire, quello là è cattivo perché ha i capelli rossi. Per la genetica, il volto di Barack Obama e quello di Donald Trump hanno più elementi comuni di quello che si pensi. 

Non solo, è dubbia anche la superiorità maschile. I tanti scienziati, psicoanalisti, psicologi che spacciavano le femmine per maschi mancati, oggi si devono ricredere. 

Valter Tucci cita il biologo inglese Thomas Huxley che, nel 1864, «riportava di aver notato nei suoi studi che le circonvoluzioni cerebrali nelle donne sono più semplici rispetto a quelle degli uomini, un dato che a suo parere spiegava scientificamente l’inferiorità delle donne rispetto agli uomini». Eppure, la genetica va a fondo nella questione e dice che nell’ottica della sopravvivenza della specie «è proprio il genoma materno che […] ha avuto un ruolo più importante nell’evoluzione delle differenze tra maschi e femmine». Il cromosoma Y, quello che al liceo ci è stato spiegato di essere associato allo sviluppo dei testicoli e alla relativa mascolinizzazione dell’individuo, non ha passato momenti molto ricchi in questi ultimi tempi. Spiega l’autore: «nel corso degli ultimi trecento milioni di anni della sua evoluzione questo cromosoma del nostro genoma ha perso circa il 97% dei suoi geni». Da qui si può presumere che siamo meno aggressivi, bellicosi e violenti di quanto non fossimo trecento milioni di anni fa? 

Ipotesi

Di sicuro, a un certo punto il cromosoma X ha interrotto lo scambio armonico da una generazione all’altra con la controparte Y, portando alla «progressiva scomparsa della maggior parte dei geni» di quest’ultimo. 

Infatti, la questione con la cattiveria è complessa e ha molte variabili in gioco. 

Probabilmente in un determinato momento della preistoria è intervenuto qualcosa di non meglio definibile che ha provocato un cambiamento. Il primo effetto di questo cambiamento è stata la parola, il linguaggio. E proprio come i bambini piccoli che iniziano ad avere ricordi nel momento in cui cominciano a parlare, così l’umanità ha iniziato a passarsi le informazioni. Da allora in poi, per esempio, è diventato utile nell’economia della sopravvivenza aver paura per astrazione, in assenza di una minaccia reale. 

La paura prende la forma di una parola chiave, connessa alla difesa e all’attacco; è una delle emozioni scatenanti di un possibile gesto cattivo. Impulsivo o strategico che sia. 

La paura da sola non basta però per dividerci in buoni e cattivi, servono maggiori elementi che Valter Tucci analizza con attenzione guidando il lettore in un viaggio sorprendere e straordinario allo stesso tempo