Danzando sull’orlo dell’abisso: la linea del desiderio

Ho conosciuto Grégoire Delacourt tre anni fa. Era a Milano per promuovere l’ultimo libro appena uscito in Italia, mentre io vestivo gli abiti del blogger che lo intervista. Ero rimasta affascinata nel leggerlo, incontrarlo mi aveva colpita. Gentile, spiritoso, disponibile, almeno così appariva dalla mimica e dalle parole dell’interprete. Avevamo scoperto di indossare lo stesso modello di fede nuziale e che la mia gravidanza, appena abbozzata ai tempi dell’incontro, mi spingeva a porre domande insolite e curiose. 

Ho letto anche il suo primo libro tradotto in italiano, quando la pancia era ormai così rotonda e tesa da intuire i movimenti della piccola sotto la pelle. C’era un incantesimo che stava iniziando a prendere forma. Mi stavo appassionando alle creature di Grégoire Delacourt, al suo modo di raccontare. 

Se due (libri) sono altrettanti indizi, il terzo è la prova, e questa è arrivata l’anno scorso. Grégoire Delacourt è di nuovo a Milano e la buona sorte vuole che sia io a intervistarlo per la nuova uscita del suo romanzo, La donna che non invecchiava mai (DeA Planet). 

Danzando sull’orlo dell’abisso

Ed è così, ed è una costante: Delacourt possiede uno sguardo, un filtro attraverso il quale scruta l’essenziale del reale per tradurlo in visioni sorprendenti, che smuovono quel qualcosa di intimo che ci rende umani. 

Non so se tornerà presto in Italia, ma so che è uscito il suo nuovo romanzo, Danzando sull’orlo dell’abisso ed è così caldo, intenso e accogliente che ti viene voglia di leggerlo pure in francese, anche quando la lingua è un mistero, per puro piacere. 

È una fame inconsueta. Una fedeltà di lettore quasi religiosa. I libri di Delacourt creano dipendenza

Grégoire Delacourt

Pubblicato per DeA Planet e tradotto da Tania Spagnoli, Danzando sull’orlo dell’abisso è musica, un concerto, ma anche un tripudio di sapori. Platone aveva classificato come arte inferiore sia il tatto sia il gusto, Delacourt le riabilita, le promuove, le rende attraenti

Un vino può ricordare un gusto fruttato, ma anche le perle di sudore lungo la schiena di una giovane Emma mossa dalla passione per il suo giovane amato, Olivier. E può essere anche il sapore di un percorso. Di due. Di uno. Di ciascuno.

Emmanuelle per sua madre, per tutti gli altri solo Emma è la protagonista, è lei a danzare sull’orlo dell’abisso. E l’abisso è il desiderio. 

La questione è semplice, quotidiana. A quanti non è successo di sentirsi attratti da uno sconosciuto, da un gesto infinitesimale ma potente come una tormenta? Forse è successo a molti, e altrettanti hanno deciso di ignorare quell’attrazione magnetica, la tormenta, le sue cause. 

Emma è piena di vergogna, di dubbi, di ripensamenti, ma decide di ascoltarsi, di prestare l’orecchio al desiderio di conoscere quello sconosciuto, notato alla Brasserie André, che l’ha spinta a immaginarsi tra le sue braccia mentre, invece, è stretta tra quelle di Olivier, il marito con cui condivide diciott’anni di vita, tutto sommato, felice. 

Hanno tre figli, Emma e Olivier, la più piccola ha dodici anni ed è l’unica che si dimostra aperta ad accettare che alla mamma possa non bastare la sua vita attuale. Gli altri due, più grandi, la accusano di egoismo, di essere cattiva, di non essere una buona madre. 

La felicità, specie quando si è madri, è un accessorio. Non è essenziale, si può farne a meno. È una felicità di rimbalzo, indiretta. Anzi, all’occorrenza, si dovrebbe fare a meno a favore dei bisogni dei figli. Pulire, stirare, cucinare, accompagnare, riordinare, sostenere, educare, supportare. Essere felici, seguire un desiderio, ammettere con se stesse che, pur amando il padre dei tuoi figli, c’è un vuoto in mezzo a voi, non è un atteggiamento che si addice a una madre. 

La mamma di Emma lo fa capire: è una poco di buono, la donna che segue i propri desideri. 

Dal punto di vista stilistico, Delacourt incanta come sempre, con immagini che scorrono limpide e chiare come le acque di un ruscello, con sapori stravaganti e un turbinio di emozioni che strappano una lacrima in più di un’occasione e che lasciano il segno. 

Leggere Danzando sull’orlo dell’abisso è un po’ come ascoltare Desdemona intonare La canzone del salice. È allo stesso tempo struggente e intenso.