Karma Hostel: una Cina insolita

È un libro insolito, Karma Hostel di Francesco De Luca, uscito per Il Foglio. È insolito nella misura in cui è insolita la Cina di cui ci racconta, la storia del protagonista, l’avventura in sé che porta il lettore in un viaggio esotico, incredibile, alienante e sorprendente. 

La vicenda accade in Cina, ma non c’è un solo luogo comune nella trama di Karma Hostel. I cinesi non sono affatto come li immaginano gli europei: il panorama non c’entra nulla con i luoghi comuni che ci restituiscono un paese avvolto nello smog, ghiotto di cibi assurdi, tradizionalista fino a sembrare alieno. 

Parla di una Cina, appunto, insolita, Francesco De Luca, rivelando un luogo che affascina e intriga, al contempo. Come affascinante risulta l’esperienza stessa dell’autore: un italiano amante del surf, che parla cinese, traduce i poeti cinesi in italiano, e decide di domare le onde dei mari cinesi aprendo, poi, un ostello lungo la spiaggia. 

Un percorso sorprendente, un’esperienza sorprendente: di questo ho parlato con Francesco De Luca. Ma anche del modo in cui è nato il libro, dei miti da sfatare legati al popolo cinese e delle difficoltà incontrate dalla cultura cinese tradotta in italiano. 

Domanda: Hostel Karma ha tutta l’aria di essere autofiction, si percepisce una nota genuina, di vita reale. Come nasce l’idea del romanzo? 

Risposta: Sono tornato a Roma, dalla Cina, dopo nove anni e mi sono reso conto che siamo decaduti moltissimo. Siamo vecchi dal punto di vista spirituale, culturale, antropologico, economico. Ho visto questo al mio ritorno, ho colto le vibrazioni della morte culturale. 

È grazie all’esperienza avuta in Cina che ho deciso di scrivere un libro. L’ho scritto in tre mesi: mi sono licenziato dal lavoro e non ho fatto altro che scrivere. 

È un libro con cui voglio far riflettere, con cui voglio tornare a parlare di più di patria e meno di politica. Se ci pensi: chi parla di cultura oggi in Italia? 

D: Un italiano che fa surf su un’isola cinese: come sei finito alle Hawaii d’Oriente? 

R: Ho un amore sconfinato per il mare, per il surf e per i tropici. Inizialmente, ho vissuto sei anni a Beijing che è una megalopoli da capogiro. Dopo sei anni di smog e di inverni rigidi, ho preso mia moglie e ci siamo trasferiti a Hainan. Un volo di tre ore e quarantacinque minuti. Non so se mi spiego: si è trattato di un viaggio interno di quasi quattro ore, e non mi trovavo nel punto più a Nord del paese. Questa geografia immensa si rispecchia, ovviamente, anche nella popolazione. 

Giunto sull’isola, sono riuscito a coronare il sogno di molti: vivere in riva al mare, su un’isola tropicale, in mezzo alle palme e circondato da un mare a trentatré gradi. Splendido. Sull’isola dovevo pensare a un modo per vivere. Allora, con alcuni amici cinesi, abbiamo costruito con le nostre mani un ostello. 

Non solo, sono riuscito a istituire anche una rivista di surf. A dire il vero, sono stato un pioniere nel portare il surf in Cina. 

Mi sembrava un must, portare il surf in Cina. Mi spiego: la Rivoluzione culturale ha avuto un grande impatto sulla popolazione. Ha distrutto l’immaginario collettivo, fatto che ha portato alla perdita dei valori. Questo crea vuoti, alienazione, specie nelle generazioni più giovani. 

Il surf è una forma di meditazione, una meditazione liquida, un momento di raccoglimento. È ciò che serve per spezzare l’incantesimo del vuoto, del desiderio di arricchirsi a tutti i costi, che è il leitmotiv della società cinese. 

D: Dei cinesi si dicono tantissime cose, specie di questi tempi. Resta una comunità chiusa, sfuggente e, di conseguenza, circondata da un alone di mistero che la rende, da un lato affascinante e, dall’altro, incomprensibile. Tu hai vissuto la Cina dall’interno: che popolo è il popolo cinese? 

R: Non ci sono risposte assolute. La cultura cinese è eterogenea, profonda, ricca, diversa. Sebbene abbia vissuto in Cina per circa dieci anni, non basta per formulare una risposta definitiva. 

Esistono tante Cina e l’immaginario di chi guarda da fuori non può cogliere le molte sfaccettature. Spostiamo il punto di vista, guardiamo, per esempio, gli italiani con gli occhi degli americani: gli italiani non sono tutti quelli italiani. 

In Cina, per esempio, è molto sentito il discorso del lavoro, ma questo non è sentito con la medesima intensità in tutto il Paese. A Nord, dove sono più aristocratici, per così dire, sono anche più dediti al lavoro. 

Per descrivere i cinesi mi aiuterei con una metafora. In Cina, il piatto tipico, è il hot pot: un pentolone in cui bolle una specie di zuppa e nella quale i commensali fanno cadere diversi ingredienti, carne, verdure, insomma, quello che c’è. È impossibile scegliere, una volta immersi gli ingredienti; per cui i commensali finiscono per pescare qualcosa dal pentolone e questo non è necessariamente quello che avevano aggiunto loro. È questo, più o meno, la Cina: ognuno mette qualcosa di suo creando un hot pot da cui attingere insieme. 

D: A guardare le nuove uscite, il mondo editoriale italiano si dimostra molto sensibile nei confronti delle letteratura anglofona. Quanto è aperto nei confronti della letteratura cinese? Quali le difficoltà nel diffondere una cultura così distante? 

R: Gli scogli che si incontrano nel far conoscere la cultura cinese in Italia sono quelli tipici del mondo editoriale italiano in generale. L’editoria italiana è un ambiente saturo e questo è il risultato di decenni in cui tutti pensano di poter scrivere. Questo è un effetto del fatto che gli italiani hanno avuto Interviste accesso all’istruzione che, a sua volta, ha permesso di padroneggiare meglio la lingua e, quindi, creare l’illusione che questo basti per essere scrittori. 

Quello che è difficile, nel panorama editoriale Italiano, è comunicare con gli editori. Molti di loro sembrano incapaci di ascoltare gli scrittori, anche a causa delle troppe richieste che ricevono quotidianamente. 

Per quanto riguarda la cultura cinese, nello specifico, un grande scoglio è rappresentato dalle ideologie politiche. Ma ciò che mi ha fatto innamorare della lingua cinese, della sua cultura non è un’ideologia politica, ma il piacere che suscita una lingua tonale. Ho studiato il cinese per oltre vent’anni. 

Ecco, secondo me, il criterio per decidere come comportarsi nei confronti della cultura è chiedersi quanto questa possa arricchire chi la riceve. 

D: Quali progetti ti stanno impegnando attualmente? So che, oltre a Karma Hostel, è uscito di recente, nella tua traduzione, il libro di Hai Zi, Un uomo felice

R: A breve, uscirà, tradotto da me, un libro di Gu Cheng, il maggiore esponente della poesia oscura cinese, e un libro di Terence McKenna. Porterò in Italia il pittore e artista polacco Zdzislaw Beksinski e, assieme a Umberto Rossi, tradurrò Erik Davis. Insomma, tanti progetti…