I nodi che legano, da Ulisse a noi

Di Ulisse ne ho sentito parlare la prima volta quando ero grande. Da piccola, nella Romania post comunista, scoprivo le leggende nazionali. Baba Dochia. Vrâncioaia e i sette figlioli. I miti greci non erano riusciti a penetrare fino nel cuore nordico della Romania della mia infanzia

È difficile quindi risalire al momento esatto in cui si è spalancato il mondo della Grecia antica, fatto di donne filosofo (donne filosofo!), di uomini dal pensiero profondo e tagliente da influenzare per oltre duemila anni lo scibile umano. È difficile ricordare il momento preciso, ma è facile ricostruire quello che avevo percepito, poiché nei mesi a seguire ho riempito la mia biblioteca di libri sull’argomento e ho iniziato a guardare con ammirazione chiunque ricordasse i nomi degli dèi greci (e i loro corrispettivi romani), nonché le gesta, gli intrighi, le biografie. Chi aveva letto l’Iliade e l’Odissea, ça va sans dire, splendeva ai miei occhi come gli abitanti dell’Olimpo. 

Sono passati molti anni da allora, Baba Dochia sottrae ancora spazio a qualche mito greco, ma si tratta di argomenti di minore diffusione. L’Odissea, sebbene adulta, l’ho guardata persino in cartone animato, dopo averla letta con testo a fronte (non conosco il greco, ma mi piace giocare a indovinare le lettere) e riletta in parafrasi, nelle note critiche di tanti studiosi.

Si è detto tanto sull’Odissea, che altro c’era da dire? 

C’era da dire qualcosa sui nodi che disegnano le nostre vite e che, come un cordone ombelicale invisibile, traggono nutrimento dai nodi di Ulisse, stretti durante il suo lungo naufragare. 

È con curiosità, quindi, che ho iniziato a leggere il libro di Cristina Dell’Acqua, Il nodo magico, uscito per Mondadori. E ho finito di leggerlo con stupore, che è l’emozione più bella che un libro possa donare al suo lettore.  

L’ho sottolineato in moltissimi punti, in una scala variegata di evidenziatori, poiché la limpidezza di alcuni passaggi è urgenza: lo avevamo sulla punta della lingua e nessuno lo diceva. L’ha detto Cristina Dell’Acqua mentre ha tracciato i nodi che trasformano Ulisse in ciò che è e, nel parlare dei suoi nodi, l’autrice parla delle donne che, attraverso le molteplici sfaccettature del loro essere, plasmano il naufrago per antonomasia. Lo salvano, lo aiutano, gli insegnano come superare i pericoli, lo incantano, lo attendono, lo mettono alla prova, lo amano. 

È una mappa, ciò che ricostruisce Cristina dell’Acqua. La mappa dei sentimenti, dei legami che definiscono gli esseri umani e che si uniscono nelle parole usate per esprimerli, per raccontarli, per mostrali agli altri. Allora, in questa mappatura — è lei, la mappatura, a sorprendere il più delle volte il lettore con quella urgenza di cui parlavo prima — ritroviamo le origini del nostro lessico e capiamo che nelle parole sta il mondo. Di Ulisse. Il nostro. 

Allora vi propongo un assaggio attraverso questo esempio che mostra quanto i nostri de-sideri abbiano radici nelle stelle. Spiega Cristina dell’Acqua: «De-siderare significherebbe cessare di vedere le stelle, che nel mondo antico erano considerate segni da interpretare: grazie alla loro osservazione, l’astrologia, i sacerdoti verificavano se gli dèi approvavano o meno le decisioni degli uomini. Sulla scia delle stelle de-siderare è il rimpianto e la nostalgia di un qualcuno o un qualcosa lontano, perduto». 

Leggendo Il nodo magico si ha la sensazione che nei nodi non si inciampa, poiché purificati da qualsiasi accezione negativa; i nodi sono punti di incontro che producono esperienza, la quale si traduce a sua volta in scoperta che è, in ultima analisi, il senso di ogni naufragare.