Perché leggere i classici… romeni?

In un mondo in cui i lettori sono pochi, le nuove uscite sono milioni, chi ha ancora tempo per dedicarsi alla lettura dei classici? Di più, alla lettura dei classici romeni? 

Se io stessa non fossi romena, avrei mai trovato il tempo per sfogliare La Ciuleandra (Rediviva Edizioni, traduzione di Alina-Monica Turlea e Alessio Colarizi Graziani)? Ho rovesciato la domanda e, come fanno i bravi scrittori, ho sposato un altro punto di vista chiedendomi: quanti scrittori albanesi, montenegrini, ucraini, bielorussi, lettoni ho letto negli ultimi anni? Credo, se non ricordo male, uno, polacco. Non ne ho letti di contemporanei e non ne ho letti di classici. E ho fatto male. Come male fareste voi se non vi lasciaste incuriosire da Liviu Rebreanu e dal suo appetitoso romanzo, La Ciuleandra

Un classico. Evidente, per una determinata popolazione, grazie allo studio scolastico. Meno evidente, ma sempre un classico, per coloro che lo scoprono adesso la prima volta. 

Ora spiego perché La Ciuleandra è un classico, per tutti, e perché leggerlo. 

Per spiegarmi, mi farò aiutare da un autore classico: Italo Calvino che, in un celebre passo, fornisce una lista di ragioni per cui leggere i classici. Ne riporto alcune, a titolo di esempio (a questo link, le trovate tutte), e mi soffermo con una riflessione legata a La Ciuleandra. 

«Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli». 

Il ritmo di La Ciuleandra, le pennellate con cui vengono descritti i personaggi, il gioco psicologico che mescola reale e irreale, il piano simbolico: è un’esplosione di relazioni che crea una trama dal sapore intenso. La Ciuleandra rappresenta una ricchezza per chi lo ha letto e amato, e una fortuna per chi lo leggerà. 

«D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima». 

Non ricordo di aver letto La Ciuleandra in gioventù, quindi in lingua romena. Tuttavia, la conoscevo, come vicenda, come stile. Liviu Rebreanu è uno dei massimi esponenti della letteratura romena. A ragion veduta. È fruttato e denso lo stile con cui racconta le avventure di questo rampollo, un certo Puiu Faranga, che si macchia di un delitto. Si dispiega, così, il mondo dei ricchi, dei boiardi, in contrasto con quello dei poveri, dei contadini: è una ferita vederli a confronto. Un ferita che, inevitabile, fa riflettere oltrepassando le barriere del tempo e dello spazio.  

«Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». 

Potrei rileggerlo oggi stesso e, ne sono certa, coglierei una sfumatura che, nella precedente lettura, mi è sfuggita.  

«Un classico è un libro che viene prima di altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia».

Questo assioma va testato sulla propria pelle. 

«È classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno».

Ricchi, da un lato, e poveri, dall’altro. Follia pretesa e follia reale. La costrizione di stare da soli con se stessi e gli effetti di questa solitudine produttiva. Il potere: politico, dell’io, del padre padrone. 

Ci sono così tanti rami fioriti a abbellire le chiome nate dalle radici di La Ciuleandra che solo leggendo il romanzo si possono cogliere. 

L’edizione italiana, inoltre, riporta numerose note a piè di pagina che, se da un lato danno la sensazione di ritrovarsi davanti a una specie di testo didascalico, come se il lettore dovesse apprendere esplicitamente qualcosa in seguito alla lettura, dall’altro danno una certa autonomia al libro, in caso di blackout elettrici o di internet, aspetto da non sottovalutare. 

Piccolo neo — davvero piccolo, ma pur sempre esistente — qualche svista che fa inciampare l’occhio del lettore più esigente.  

Nel suo complesso, la lettura di La Ciuleandra è piacevole, si percepisce un’atmosfera autentica, pregna e capace di trascinare chi legge in territori lontani e poco esplorati. Dice ancora Calvino: «è classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona». È anche questo, La Ciuleandra.  

Karma Hostel: una Cina insolita

È un libro insolito, Karma Hostel di Francesco De Luca, uscito per Il Foglio. È insolito nella misura in cui è insolita la Cina di cui ci racconta, la storia del protagonista, l’avventura in sé che porta il lettore in un viaggio esotico, incredibile, alienante e sorprendente. 

La vicenda accade in Cina, ma non c’è un solo luogo comune nella trama di Karma Hostel. I cinesi non sono affatto come li immaginano gli europei: il panorama non c’entra nulla con i luoghi comuni che ci restituiscono un paese avvolto nello smog, ghiotto di cibi assurdi, tradizionalista fino a sembrare alieno. 

Parla di una Cina, appunto, insolita, Francesco De Luca, rivelando un luogo che affascina e intriga, al contempo. Come affascinante risulta l’esperienza stessa dell’autore: un italiano amante del surf, che parla cinese, traduce i poeti cinesi in italiano, e decide di domare le onde dei mari cinesi aprendo, poi, un ostello lungo la spiaggia. 

Un percorso sorprendente, un’esperienza sorprendente: di questo ho parlato con Francesco De Luca. Ma anche del modo in cui è nato il libro, dei miti da sfatare legati al popolo cinese e delle difficoltà incontrate dalla cultura cinese tradotta in italiano. 

Domanda: Hostel Karma ha tutta l’aria di essere autofiction, si percepisce una nota genuina, di vita reale. Come nasce l’idea del romanzo? 

Risposta: Sono tornato a Roma, dalla Cina, dopo nove anni e mi sono reso conto che siamo decaduti moltissimo. Siamo vecchi dal punto di vista spirituale, culturale, antropologico, economico. Ho visto questo al mio ritorno, ho colto le vibrazioni della morte culturale. 

È grazie all’esperienza avuta in Cina che ho deciso di scrivere un libro. L’ho scritto in tre mesi: mi sono licenziato dal lavoro e non ho fatto altro che scrivere. 

È un libro con cui voglio far riflettere, con cui voglio tornare a parlare di più di patria e meno di politica. Se ci pensi: chi parla di cultura oggi in Italia? 

D: Un italiano che fa surf su un’isola cinese: come sei finito alle Hawaii d’Oriente? 

R: Ho un amore sconfinato per il mare, per il surf e per i tropici. Inizialmente, ho vissuto sei anni a Beijing che è una megalopoli da capogiro. Dopo sei anni di smog e di inverni rigidi, ho preso mia moglie e ci siamo trasferiti a Hainan. Un volo di tre ore e quarantacinque minuti. Non so se mi spiego: si è trattato di un viaggio interno di quasi quattro ore, e non mi trovavo nel punto più a Nord del paese. Questa geografia immensa si rispecchia, ovviamente, anche nella popolazione. 

Giunto sull’isola, sono riuscito a coronare il sogno di molti: vivere in riva al mare, su un’isola tropicale, in mezzo alle palme e circondato da un mare a trentatré gradi. Splendido. Sull’isola dovevo pensare a un modo per vivere. Allora, con alcuni amici cinesi, abbiamo costruito con le nostre mani un ostello. 

Non solo, sono riuscito a istituire anche una rivista di surf. A dire il vero, sono stato un pioniere nel portare il surf in Cina. 

Mi sembrava un must, portare il surf in Cina. Mi spiego: la Rivoluzione culturale ha avuto un grande impatto sulla popolazione. Ha distrutto l’immaginario collettivo, fatto che ha portato alla perdita dei valori. Questo crea vuoti, alienazione, specie nelle generazioni più giovani. 

Il surf è una forma di meditazione, una meditazione liquida, un momento di raccoglimento. È ciò che serve per spezzare l’incantesimo del vuoto, del desiderio di arricchirsi a tutti i costi, che è il leitmotiv della società cinese. 

D: Dei cinesi si dicono tantissime cose, specie di questi tempi. Resta una comunità chiusa, sfuggente e, di conseguenza, circondata da un alone di mistero che la rende, da un lato affascinante e, dall’altro, incomprensibile. Tu hai vissuto la Cina dall’interno: che popolo è il popolo cinese? 

R: Non ci sono risposte assolute. La cultura cinese è eterogenea, profonda, ricca, diversa. Sebbene abbia vissuto in Cina per circa dieci anni, non basta per formulare una risposta definitiva. 

Esistono tante Cina e l’immaginario di chi guarda da fuori non può cogliere le molte sfaccettature. Spostiamo il punto di vista, guardiamo, per esempio, gli italiani con gli occhi degli americani: gli italiani non sono tutti quelli italiani. 

In Cina, per esempio, è molto sentito il discorso del lavoro, ma questo non è sentito con la medesima intensità in tutto il Paese. A Nord, dove sono più aristocratici, per così dire, sono anche più dediti al lavoro. 

Per descrivere i cinesi mi aiuterei con una metafora. In Cina, il piatto tipico, è il hot pot: un pentolone in cui bolle una specie di zuppa e nella quale i commensali fanno cadere diversi ingredienti, carne, verdure, insomma, quello che c’è. È impossibile scegliere, una volta immersi gli ingredienti; per cui i commensali finiscono per pescare qualcosa dal pentolone e questo non è necessariamente quello che avevano aggiunto loro. È questo, più o meno, la Cina: ognuno mette qualcosa di suo creando un hot pot da cui attingere insieme. 

D: A guardare le nuove uscite, il mondo editoriale italiano si dimostra molto sensibile nei confronti delle letteratura anglofona. Quanto è aperto nei confronti della letteratura cinese? Quali le difficoltà nel diffondere una cultura così distante? 

R: Gli scogli che si incontrano nel far conoscere la cultura cinese in Italia sono quelli tipici del mondo editoriale italiano in generale. L’editoria italiana è un ambiente saturo e questo è il risultato di decenni in cui tutti pensano di poter scrivere. Questo è un effetto del fatto che gli italiani hanno avuto Interviste accesso all’istruzione che, a sua volta, ha permesso di padroneggiare meglio la lingua e, quindi, creare l’illusione che questo basti per essere scrittori. 

Quello che è difficile, nel panorama editoriale Italiano, è comunicare con gli editori. Molti di loro sembrano incapaci di ascoltare gli scrittori, anche a causa delle troppe richieste che ricevono quotidianamente. 

Per quanto riguarda la cultura cinese, nello specifico, un grande scoglio è rappresentato dalle ideologie politiche. Ma ciò che mi ha fatto innamorare della lingua cinese, della sua cultura non è un’ideologia politica, ma il piacere che suscita una lingua tonale. Ho studiato il cinese per oltre vent’anni. 

Ecco, secondo me, il criterio per decidere come comportarsi nei confronti della cultura è chiedersi quanto questa possa arricchire chi la riceve. 

D: Quali progetti ti stanno impegnando attualmente? So che, oltre a Karma Hostel, è uscito di recente, nella tua traduzione, il libro di Hai Zi, Un uomo felice

R: A breve, uscirà, tradotto da me, un libro di Gu Cheng, il maggiore esponente della poesia oscura cinese, e un libro di Terence McKenna. Porterò in Italia il pittore e artista polacco Zdzislaw Beksinski e, assieme a Umberto Rossi, tradurrò Erik Davis. Insomma, tanti progetti… 

Seconda vita: i trentadue canti della vita

La letteratura romena tradotta in Italia è esigua. Fa fatica a trovare uno spazio, a essere compresa e accolta al di fuori dalla cerchia ristretta di chi parla il romeno o frequenta la vasta comunità di romeni in Italia. Le culture si riversano le une nelle altre e, di solito, si guarda con ammirazione e interesse verso le culture maggiori, più forti, più affermate. 

In quest’ottica, la letteratura permette di tastare il polso ai colonialismi moderni più di ogni altro strumento. 

Per fortuna, però, il mondo è fatto anche di eccezioni, di nicchie, di amanti voraci e veritieri che, con passione e contro corrente, si dedicano a travasare le culture minori. 

Si intitola Seconda vita il libro di Nicoleta Dabija (traduzione di Barbara Pavetto con Francesco Altieri), pubblicato in Italia da Edizioni EBS Print. Ed è un pugno nello stomaco. Non tanto per la storia quanto per i risvolti, le riflessioni che suscita, la dimensione umana che sottolinea e di cui ci eravamo completamente scordati. 

Di morte parliamo da mesi: il COVID-19 è stato un memento mori, ci ha ricordato che siamo fragili, che c’era stato un meccanismo sbagliato alla base della nostra illusione di eternità. 

Non tratta il COVID-19, il libro di Nicoleta Dabija. Il legame con la pandemia è l’attualità e il coraggio del tema trattato.

Mariana impiega tre giorni per morire. Ha un tumore che combatte da tempo. Ha un figlio di sette anni. Ha un passato dal quale è fuggita perché ingombrante quanto solo le tradizioni rinnegate del villaggio sanno esserlo. Mariana voleva morire in città, ma dovrà accontentarsi di morire nel villaggio natale da dove, le tre bambine del passato, sedute nel carro trainato dai buoi e avvolte dal fieno, andavano alla fiera raccontandosi storie spensierate. 

Ci sono costellazioni di simboli: trovarli, coglierli provoca un piacere intenso nel lettore.  

Seconda vita non è un romanzo. È filosofia, nella misura in cui ridona all’uomo la sua dimensione umana e gli racconta che la morte è parte della vita e non cosa estranea. C’è continuità, ci sono legami che non possono essere recisi perché sottili, impalpabili. Non esistono forbici che possano tagliarli. 

È poesia, Seconda vita. Le parole sono ponderate, le immagini sono scelte con cura. Dice: «Ma l’anima non è che energia buona che, dopo la morte, si frange come pane caldo e si divide tra le persone care. I morti si condividono. Lo spirito, liberato, entra dentro di noi in cerca di amore, lo fiuta, e quando lo trova si accoccola tranquillo, al suo fianco». 

È anche narrativa, fintantoché Seconda vita testimonia le tradizioni di una cultura, le contraddizioni intime di chi si misura con la finitezza dell’essere umano e del dolore. C’è un bambino, Alex, che perde sua madre. C’è una madre che seppellisce una figlia. C’è una sorella che non sa più se, in famiglia, sono due o tre figlie. 

E, soprattutto, c’è la vita. In qualche modo, in una certa forma, il senso ultimo del libro di Nicoleta Dabija, i trentadue Canti che compongono il volume non sono dedicati alla morte, bensì alla vita. 

Mariana è un alito caldo sulla nuca, a Londra, un anno più tardi dalla sua morte. È lì che rinasce e si lascia cogliere da Nicoleta.  

Perché, in fondo, cos’è la morte? Anzi, ancora di più, che cos’è la vita? 

Se Dio fosse una donna: alle origini del mondo

Volevo che non finisse mai. Volevo che la lettura si protraesse all’infinito, che i proverbi yiddish continuassero a sorprendermi nonostante fossi reduce da un altro libro, molto intenso, che raccontava il rovescio della medaglia, la versione palestinese. Ma, nonostante ciò, fui catturata dalle pagine. Forse perché la cultura, la tradizione ha poco a che fare con la sua interpretazione e con il potere che spinge il presente a diventare violento, intransigente, aberrante. Forse, se la cultura e la tradizione non fossero più manipolate, ma solo vissute, smetterebbero di creare mostri, dolore e sofferenza.  

Fatto sta che, nonostante i sentimenti contraddittori dovuti alla storia recente legata alla nascita dello Stato di Israele, leggere Se Dio fosse una donna. SuperTex di Leon De Winter (pubblicato in Italia da Marcos y Marcos nella traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo) è stato come scavare le origini della creazione del mondo. Perché se il mondo, la realtà è narrazione, i proverbi citati da De Winter mostrano come abbiamo iniziato a raccontarci le nostre verità. 

Max ha trentasei anni, è un uomo ricco, erede della SuperTex, un impero tessile che vende a Amsterdam abiti cuciti e confezionati in Thailandia, a prezzi stracciati. È il figlio di un sopravvissuto ai lager nazisti. E ciò ha il suo peso. 

Tutto ha inizio una mattina. Max deve telefonare al partner tailandese e recriminargli delle insolvenze. Si sveglia presto, lascia il corpo caldo, snello e satinato della splendida Maria ancora avvolto dalle lenzuola profumate. Sono le sei del mattino e, se si fa questa levataccia, è per una questione di fusi orari. Deve parlare urgentemente con Jimmy Ch’in. Sulla scrivania, però, si rende conto mentre sta per iniziare la telefonata, ci sono i documenti sbagliati. La segretaria gli ha preparato il fascicolo errato. La rabbia diventa lava incandescente. Invece di chiamare Jimmy, chiama l’impiegata e la licenzia in tronco. 

Maria, dolce ma anche autorevole, gli suggerisce di fare una scappata in ufficio, prendere i documenti, chiamare Jimmy per risolvere la questione e tornare tra le lenzuola stropicciate e calde. Semplice, no? 

Max guida una Porsche. È un ebreo con la Porsche. Un ebreo non credente, non ortodosso, ateo, che ironizza sulle tradizioni millenarie. In fondo, la cucina kosher è la cucina di gente che viveva nel deserto. Cosa c’entra quel mondo con questo attuale? Non è assurdo applicare all’oggi i dettami di una realtà anacronistica? Guarda fuori dalla finestra: non c’è il deserto a Amsterdam. 

Max guida una Porsche. Non ha il cappello, ma un girovita pesante e una Porsche. La guida di sabato, per giunta. E a gran velocità, mentre attraversa il centro per raggiungere l’ufficio. Le strade sono deserte e questo deserto gli si ritorce contro. Non vede la famiglia di ebrei ortodossi pronti a attraversare la strada, diretti alla sinagoga. Indossano il cappello, hanno i riccioli tradizionali e si salvano per miracolo, o, anzi, perché la Porsche ha un ottimo sistema di frenata. Le lesioni provocate dall’incidente sono minime: una gamba rotta per il ragazzo sedicenne. Roba da nulla, assicura l’avvocato di Max. 

Eppure ci ritroviamo davanti all’applicazione pratica di una delle leggi della fisica quantistica. Due sistemi che sono entrati in collisione continuano a avere effetti gli uni sugli altri anche nel momento in cui si separano. Quell’incontro segna un punto di rottura nell’universo di Max. 

Max sente il bisogno di rivolgersi a una psicoanalista. E ecco il personaggio più misterioso e affascinante di questa storia. La dottoressa Jansen si limita a ascoltare, a porre domande e a non pensare. Perché lei non pensa, come dirà al signor Max Breslauer. Pensare è compito del paziente. 

Dura un giorno, la storia di Max. Un giorno, tante generazioni e vite. Come tutte le storie. Come l’intera Storia. Un attimo, miliardi di attimi. 

Ancelle, Marte, Zie, Mogli ed Ecomogli. Le donne di Atwood

«La libertà di e la libertà da. Nei tempi dell’anarchia, c’era la libertà di. Adesso vi viene data la libertà da. Non sottovalutatelo.» Sono i tempi da Coronavirus che mi hanno spinta a scegliere questa frase da Il racconto dell’Ancella (ed. Ponte alle Grazie, trad. Camillo Pennati). Ne sono certa. Sono i limiti della libertà che stiamo rivalutando in questi giorni, no? Sono i limiti della libertà che indaga anche Margaret Atwood. 

E lo fa con l’abilità di un alchimista della parola: la realtà è lì, palpabile, veritiera, già vista. Non c’è nulla di nuovo ne Il racconto dell’Ancella, se non il modo in cui ci viene raccontato. 

Atwood cuce i pezzi del nostro mondo costruendone una versione distopica. Eppure, la sensazione di dejà-vu è intensa

L’Ancella della storia è un vaso da riempire, perché nel mondo in cui si muove incerta, nel mondo della collaborazione assidua tra le donne e il governo degli uomini, le donne si suddividono in base alla funzione che ricoprono. E ai colori. Alcune, quelle presumibilmente fertili, sono le Ancelle, vestono di rosso e, si spera (è meglio per loro che avvenga!) diano alla luce un bambino sano quanto prima. Ci sono poi le Mogli, le Ecomogli, le Marte, le Zie: popolano un mondo che fa venire i brividi a chi legge

Se le Ancelle devono procreare, le Zie devono riprogrammare questi vasi dalla terra fertile. Infatti, insegnano. «La normalità, diceva Zia Lydia, significa ciò cui si è abituati. Se qualcosa potrà non sembrarvi normale al momento, dopo un po ’ di tempo lo sarà. Diventerà normale.»

Allora la domanda che sorge è: quante «Zie» ci hanno riprogrammato per secoli? Quante ci stanno ancora riprogrammando a sentirci vuote/i, inadeguate/i, fuori posto se non seguiamo la «normalità»? 

Atwood non dà risposte. O meglio, non dà risposte immediate, ma incanala. Ci mette in guardia anche sul cambiamento, e dice: «in una vasca da bagno che si riscaldi gradatamente moriresti bollito senza nemmeno accorgertene.» Abbiamo tempo per accorgerci dei cambiamenti, ignorare è una scelta. Di più: «ignorare non è come non sapere, ti ci devi mettere di buona volontà». 

Quello che è centrale nella storia è la donna. A un certo punto il mondo, quello che tutti noi conosciamo, fatto di maschi e femmine liberi di sposarsi, di riprodursi, di vivere seguendo i propri desideri, è sparito. Si è trasformato in altro. Lo ha fatto davvero? Si è davvero trasformato in altro oppure quell’altro germogliava già nella forma precedente, quella che tutti noi conosciamo? «Nulla cambia all’improvviso», dice la Atwood. 

Centrale in questo romanzo che ho impiegato settimane a leggere e non sento di avere la forza di rileggere a breve, c’è la donna. I tanti tipi di donne, del mondo di prima e del mondo di dopo. E vengono in mente le api quando Atwood dice che «un uomo è semplicemente la strategia di una donna per fare altre donne». Api malconce, che hanno scordato qualcosa nel loro percorso evolutivo. Forse hanno scordato proprio quello di cui l’autrice ci ammonisce: «Guarda tuo marito che affetta le carote. Non sai quante vite di donne, quanti corpi di donne, ci sono voluti per arrivare sin qui». 

Beh, signore, guardiamo i nostri mariti che affettano le carote e ricordiamo cosa ci è voluto. La memoria è la nostra grande arma. È sempre la memoria che ci permette di osservare i cambiamenti, vincere l’ignoranza, mantenere la libertà. 

«Non avevo partecipato a nessuna marcia. Luke diceva che era inutile e che io dovevo pensare a loro, alla mia famiglia, a lui e a lei. Ci pensavo, alla mia famiglia. Avevo cominciato a lavorare di più in casa, a cuocere dei piatti al forno. Mi sforzavo di non piangere a tavola, spesso piangevo senza accorgermene o me ne stavo seduta alla finestra della camera da letto, a guardar fuori… Non conoscevo molti vicini, e quando ci si incontrava, per strada, stavamo attenti a non scambiarci nulla di più che normali saluti. Nessuno voleva venir denunciato», Atwood completa dicendo «per slealtà». Ma potrebbe essere sostituita con altre paure. E il mondo distopico de «Il racconto dell’Ancella» somiglia sempre di più al nostro. 

Vassalli: le streghe e le donne annidate nelle parole

Per il Torneo letterario di Robinson ho letto due romanzi, due grandi romanzi: Memoriale di Paolo Volponi e La Chimera di Sebastiano Vassalli. Ne dovevo scegliere uno e ho optato per Vassalli perché mi ha colpito fino a farmi commuovere in più di un passaggio. Volponi mi aveva trascinato in un mondo alienante, in mezzo a un narratore che non sapevo se credere, in una realtà che sentivo vicina e distante allo stesso tempo. A tratti, mi ha fatta incazzare il Saluggia di Volponi. 

Antonia, invece, mi ha ricordato che nonostante i secoli, è cambiato poco, quasi nulla. Mi ha ricordato che sono donna anche io e che nonostante la minigonna e le calze di nylon, siamo ancora di due specie: streghe e angeli.  

Con La chimera (ed. BUR Rizzoli), Sebastiano Vassalli racconta il presente. Non solo quello del 1600, non solo il suo, ma anche il nostro. È il presente semplice degli inglesi, quello che dura così tanto da risultare «per sempre», poiché il procedere della storia umana, nelle sue pieghe più intime, è uno eterno, incerto, a tentoni, con scettri che passano di mano in mano e vincitori che raccontano le proprie gesta. 
Per fortuna c’è uno spazio in cui il potere, umano o divino che sia, non ha alcuna efficacia: la lingua; quella viva, parlata, che sa di terra e di sudore. È la lingua a custodire la verità sulle nostre credenze, sui nostri costumi, sul nostro passato. Infatti, ne La chimera, le donne avevano le lune e non hanno mai smesso; amano ancora i diavoli e pagano con la vita.
Lo stile, coinvolgente e di ampio respiro, è come un’equivalenza chimica: a ogni molecola di verità equivale una molecola di riflessione. 

La prima riflessione che mi ritorna in mente a distanza di settimane dalla lettura si intreccia con l’attualità, con le parole della ministra Azzolina che si congratula con se stessa per la buona riuscita della didattica a distanza, senza un minimo accenno al fatto che, se vi è una forma di successo, questo è dovuto soprattutto a chi sta a fianco ai figli, a chi li segue, a chi li sostiene. È un successo condiviso tra docenti, studenti e genitori, anzi mamme

Cuoche, infermiere, insegnanti, donne delle pulizie e poco streghe, perché le streghe sono ribelli, non accettano facilmente le regole, notano le incongruenze, pensano. Qualcuna agisce anche. 

Non è il caso di Antonia. Antonia, la strega di Vassalli, subisce, perché è figlia del suo tempo e in quanto tale, sebbene capisca più di quanto dovrebbe capire una orfanella, non può fare nulla per sottrarsi al suo destino. Avrà una fine atroce, assurda e, in minima parte, misericordiosa. 

Il mondo brucia le streghe, ma preserva gli angeli, quelli del focolaio, s’intende. Lo faceva nel 1600 e lo fa oggi, persino ai nostri complessi tempi da COVID19.

Ci si accorge degli scienziati o dei medici donne per il tempo di un titolo, che ai giorni dell’informazione via Facebook, è questione di istanti. E quando si può apprendere qualcosa, modificare il vecchio paradigma colpito e affondato dal coronavirus, il mondo si aggrappa ancora a una visione maschilista, senza operare la sintesi, superando la dualità. 

La questione è semplice, i dati parlano chiaro. In casa, sono per lo più le donne a gestire e sostenere la famiglia, seguendo i figli, igenizzando casa e spesa, provvedendo all’armonia psicologica del nucleo. Fuori, sempre i dati fotografano una realtà in cui le donne vengono meno colpite dal nuovo virus trasformandole nelle migliori candidati per una possibile ripresa economica del paese.  Nell’ottica di una maggiore sicurezza. 

È roba da streghe, però, da anti-angelo, ed è già successo in passato, si pensi agli USA della seconda guerra mondiale. Ne seguì un’impertinente presa di coscienza, e fu considerata assurda la pretesa delle donne di mantenere il posto di lavoro, invece di accettare di essere scartate quando gli uomini ritornarono dal fronte. 

Il destino delle streghe è quello di essere bruciate, a prescindere dall’epoca di appartenenza. Vero, Antonia? 

Massini: Eichmann e Arendt in dialogo

Ci sono libri che leggi in un solo pomeriggio. Li divori. Poi, però, impieghi mesi per processarli, farli tuoi, rimescolare le parole perché non siano solo acqua piovana, perché aderiscano e, dalla perturbazione che hanno creato, da quel turbinio di sensazioni, fiorisca una nuova, seppur fievole, coscienza. Non basta un libro per creare una nuova coscienza, ma può essere un ottimo inizio.  

Ho letto Eichmann. Dove inizia la notte. Un dialogo fra Hannah Arendt e Adolf Eichmann di Stefano Massini in pochissimo tempo, ma ho impiegato più di due mesi per farlo sedimentare. Perché la questione della memoria non è la questione di un giorno. Non è commemorazione in divisa e un banco di libri in libreria o una lezione a scuola dedicata al tema. Ricordare è un esercizio quotidiano, un muscolo che va allenato con costanza. 

Pubblicato da Fandango, il dialogo di Massini è una gemma. Un piccolo gioiello di riflessioni da leggere, rileggere e poi ri-rileggere ancora. 

Perché è attuale. Attuale persino in questi giorni in cui il Covid19 ci chiude in casa, ci mette in allerta, ci ricorda quanto siamo vulnerabili e nelle mani dei potenti per i quali «immunità di gregge» può avere un certo senso, un certo pragmatismo, soprattutto economico. Anche non prevedere l’uso di ventilatori per i diversamente abili può essere una strategia. Siamo in guerra, dicono. Beh, vi dico, lasciamoci aiutare dalla letteratura. Per ridimensionare i termini, per ricordare (non commemorare) e per imparare dal nostro stesso passato. 

Forse essere in guerra, come qualsiasi altra forma di inferno e paradiso dei giorni nostri, è anche uno stato psicologico. E qui, su questo fronte, la letteratura può molto.

Non ne sapeva nulla Massini della pandemia che stava arrivando, ma scrive con lungimiranza straordinaria: «Dico che il male si nutre di paura». I titoloni dei giornali, la paura distillata in poche stringhe di parole, ci hanno portato a svaligiare i supermercati, a #nonfermarci, a dividerci, a scappare disperati verso quello che chiamiamo casa, per poi renderci conto che c’è un unico modo per combattere il nemico, chiunque esso sia: unendoci.

Hegel ci aveva avvisati: la storia si muove in loop. Come Trump con i ventilatori negati, così Hans Cohn che «poteva tranquillamente morire a sei anni perché tre numeri civici avanti viveva un genio, che si è salvato il culo». 

È onirico il ritmo con cui Massini racconta questo serrato scambio di battute tra la Arendt e Eichmann, a tratti si inseriscono le immagini de L’insostenibile leggerezza dell’essere viene in mente un sogno di Teresa quando si legge: «Li faceva mettere in fila nudi sul bordo di una grande fossa, cento metri. E sparavano, a raffica. Appena finivano dentro, buttavano giù terra». E allora forse era meno spietato il gas, sono entrambi d’accordo. Ci sono tante gradazioni di orrore

Nessuna camera a gas, ma è sempre la paura di morire soffocati che ci attanaglia la mente in questi giorni. Come allora, così adesso. Siamo fragili. «Si rende conto di quanto siamo fragili? Basta che un tizio in qualche ufficio punti tutte le sue carte per avere una promozione, e noi ci finiamo nel mezzo». 

Dicono che l’ozio sia il padre di tutti i vizi e che è beata l’ignoranza. Ci hanno tratto in errore. L’ozio è la pausa in cui possiamo finalmente sentire i nostri pensieri e l’ignoranza è una zavorra che ci rende deboli. Non fragili, ma deboli. Dopo la Seconda Guerra Mondiale non abbiamo avuto molto tempo per riflettere. Ora, sebbene circolino bollettini di guerra con morti e feriti tutti i giorni intorno a mezzogiorno, non siamo in guerra. Abbiamo tempo, la maggior parte di noi, tempo per pensare, per oziare, per vincere l’ignoranza.

Magari con un buon libro. 

Iniziate con Eichmann. Dove inizia la notte. Un dialogo fra Hannah Arendt e Adolf Eichmann.

Il cuore non si vede: a meno che non si disegni una mappa

Ho impiegato più tempo del solito per leggere Il cuore non si vede, l’ultimo romanzo di Chiara Valerio, uscito per Einaudi. Le ragioni non sono gli impegni lavorativi (sono tanto impregnata quanto prima) né i figli (nessuna aggiunta di eredi) né gli esami all’università (il numero si è mantenuto costante). Ho impiegato più tempo del solito perché l’ho centellinato, l’ho riempito di segni esclamativi e cuoricini e frecce che rimandano a un’altra pagina e questo per gran parte del romanzo. E poi, quando ho finito, l’ho riletto, aiutandomi con una personale mappa interpretativa. L’esperienza è stata in crescendo: in principio è stato come sfiorare un irresistibile sconosciuto, la seconda volta, invece, come tornare a casa da chi ami.  

Lo stile è da capogiro. È purezza, è letteratura al grado superlativo. L’alternanza di frasi ad ampio respiro e corte rende il romanzo avvolgente e caldo, mentre i dialoghi sono olistici, si estendono oltre la parola detta, oltre alla possibile gestualità che li accompagna. 

Il protagonista di questa storia è Andrea Dileva, un quarantenne, colto, enigmatico che vive con Laura, una donna abituata alle mancanze del suo compagno. Che potesse svegliarsi un giorno senza il cuore, però, no, a questo non era preparata. E, quella stessa mattina in cui scopre la mancanza, dopo essere stata seminuda a modo suo, perché ognuno è seminudo a modo suo, perde la pazienza. 

Andrea non può farci nulla, non è colpa sua. Non ha più il cuore nel petto, dalla cassa toracica non arriva alcun suono, alcun fremito, sebbene lui stia bene. Cioè, è ancora vivo. Un miracolo? Un prodigio? Un non morto? Non lo sa nemmeno lui che cosa sia, ma è preoccupato. Che ne sarà di lui? 

Nella visione di Chiara Valerio, la vita di Andrea Dileva diventa una metafora delle relazioni che, a tratti, stimola la memoria. Ho percepito una fragranza kafkiana e sono rimasta inebriata, perché Chiara Valerio la incapsula in una nuova forma, la ridisegna e sorprende. 

Una delle prime domande espresse, destinate a riverberare nella testa per tutto il tempo della lettura, è se «avere una relazione significa giocare allo stesso gioco». La risposta non è immediata, bisogna percorrere la vicenda di Andrea, ma anche di Laura, di Carla, di Angelica, di Cristina e, un po’, di Roxana. 

Si scopre che il telefono è quasi una prova ontologica e che le parole dell’infanzia possono plasmare un uomo. «La madre voleva, per Cristina, sua sorella, i capelli sì lunghi ma legati in una coda di cavallo quando era in classe. A scuola devi andare in ordine, o devi essere in ordine, utilizzo dei verbi che gli aveva procurato fin dai primi anni un errore di sinonimia tra essere e andare e dunque tra stare e andare, dubbio che, ancora, persisteva nella sua vita sentimentale». 

Se Andrea Dileva affascina con le sue mancanze e la sua passione per la mitologia, che è pure il suo lavoro, Angelica, la sua amica medico, che indaga sulle cause della sua insolita patologia, è il mio personaggio preferito. Fuori dalle righe, sveglia, ironica è la fluidità incontenibile dell’acqua. E, quando Roxana, la donna delle pulizie, cerca di contenerla in categorie mentali imposte da una società monocromatica, l’impatto dà vita a pagine pittoresche, frizzanti e di una profondità di riflessione davvero straordinaria. 

Il mio invito non è quello di leggere (anche se Leggere comanda), il mio invito è quello di disegnare la vostra personale mappa che, attraverso Il cuore non si vede, renda visibile ciò che pareva non lo fosse e sfuggiva, questo perché «cosa c’è oltre l’umana comprensione e conoscenza? Niente, la comprensione e la conoscenza nascono con l’uomo».  

Tutto questo tempo: un romanzo che provoca dipendenza

Mi hanno attratto la copertina, il nome dell’autore, il titolo mi ha detto qualcosa di indecifrabile e affascinante al contempo. Un mare increspato dalle onde, una seggiola conficcata nelle morbidezze bagnante della sabbia, una bandiera fluttuante nel vento e il sole che colora di giallo il mare grigio. Nicola Ravera Rafele. Tutto questo tempo. È stata questa la sequenza a colpirmi, in questo preciso ordine. 

È uscito per Fandango Libri ed è una droga potentissima. Annienta il mondo intorno, i bisogni fisiologici, la voglia di fare altro al di fuori del girare le pagine, capire, liquefarsi per poi strappare le norme della realtà fino a infilarsi tra le pagine come sotto le coperte per diventare non più spettatore ma parte integrante, personaggio, l’altra amica o l’amante. Dare un consiglio a Elisa. Bere un bicchiere di Martini con lei, leggere in anteprima il romanzo di Giovanni. Amarlo e odiarlo perché se n’è andato. 

Elisa lo incontra a Polignano. Giovanni è più vecchio di lei di vent’anni, fa lo scrittore ed è lì per presentare il suo romanzo. Ha un fascino tutto suo, Giovanni Luna, il fascino del cinico, di chi si dà ma solo in parte. 

È il 1986 quando nasce Clara Luna, c’è una foto, scattata da Giovanni con una Leica a immortalare lei e sua madre, Elisa. 

È il 1987 l’anno in cui Giovanni, di ritorno dall’Argentina, ha un tentennamento. È a Madrid, vorrebbe tornare a casa dalla sua famiglia, ma c’è qualcosa che glielo impedisce. C’è il vuoto, la paura, la consapevolezza, la possibilità di fuggire. C’è tutto questo che si unisce e si amalgama alla tensione verso chi ama, verso chi lo aspetta. 

Nicola Ravera Rafele

È il compleanno di Clara, Giovanni dovrebbe rientrare a momenti, Elisa ha tenuto la bambina sveglia perché il padre la possa abbracciare e le possa fare gli auguri. La bambina gattona in giro per la casa, ormai è sfinita, cede al sonno. Elisa è preoccupata, chiama la linea aerea, insiste perché le venga detto se l’aereo di Giovanni Luna si sia schiantato. Ha paura, forse è morto. L’aereo è atterrato in anticipo, la rassicura l’operatore, allora Elisa pone l’unica domanda che le rimane, ma deve insistere a lungo per ottenere risposta. C’era un passeggero di nome Giovanni Luna a bordo del velivolo? No, non c’era. 

È il secondo abbandono che Elisa affronta nella sua giovane vita e, come per ogni via percorsa la seconda volta, ha reminiscenze. I ricordi di cosa si prova, di come si supera il trauma dell’abbandono sono vaghi, ma ci sono. Giovanni Luna l’ha lasciata da sola, con la loro bambina di appena un anno, in una casa spaziosa ubicata in una palazzina di proprietà nella capitale. Il padre di Giovanni era fascista, erano ricchi. 

C’è Roma da un lato, ci sono Elisa e Clara. E c’è Madrid, il punto geografico in cui Giovanni Luna è inciampato. Ci sono i pensieri dell’uomo, il suo vorticare di emozioni e sentimenti, le parole che sgorgano come flussi incontenibili trascritti su fogli sparsi, sui tovaglioli, memorizzati. Sono lettere, o confessioni, o gridi di disperazione, e sono indirizzati a Elisa. Si sta mettendo a nudo Giovanni, a modo suo, secondo i suoi tempi, creando pause che sospendono la vita. 

È un mediocre Giovanni Luna, ha lasciato le gare di nuoto nel momento in cui la sfida era diventata difficile. Suo padre glielo aveva sempre detto che era uno scansafatiche, che non gli piaceva impegnarsi. Forse aveva ragione. Forse Giovanni è ancora quel ragazzo sviluppatosi prima degli altri, quindi in un illusorio anticipo, ma facile da raggiungere, ancor più facile da superare. 

Questo primissimo episodio diventa il preludio di un’esistenza, di un concatenarsi di eventi che si spalma per oltre trent’anni, per più di una generazione. Sullo sfondo si dispiega un sottile teatro dell’assurdo che cuce drammi e tragicommedie dando un’aria di originalità all’intera narrazione. 

Il ritmo e lo stile sono una specie di pioggia, di danza, di abito che si trasforma per aderire, di volta in volta, ai personaggi che si muovono, che si raccontano. 

Tutto questo tempo è un incontro speciale, consigliato (anche) a tutti coloro che lamentano di avere poco tempo a disposizione per leggere, molti problemi da risolvere e un’inclinazione ad affogare le mancate risoluzioni, per esempio, in un bicchiere di vino di troppo. C’è una droga più potente di quelle prodotte dalle distillerie, dai narcotrafficanti o dalle pasticcerie. È vero, richiede una certa inclinazione alla perversione, ovvero a trarre piacere da cose inconsuete. Basta poco, però, per farsi conquistare. La grande letteratura è una droga potente, possiede un fascino poroso, vampiresco. Ti risucchia. Ti svuota e ti riempie, come il mare in una risacca. Leggere diventa un’esperienza estatica. Tutto questo tempo è un’esperienza estatica

Nina dei lupi: otto motivi per leggerlo

Ci sono romanzi di cui si fatica a scrivere perché lo scrittore ha fatto scorrere in mezzo alle pagine una storia così viva, reale, intensa, straordinaria da rendere possibile una sola via: leggerlo. Ecco, per parlare di Nina dei lupi di Alessandro Bertante vorrei limitarmi a leggervi brani. Specie quelli a fianco ai quali ho aggiunto due o tre segni esclamativi, cuoricini simili all’omega greco e BELLO, tutto maiuscolo. 

Il rischio è quello di anticipare, di decontestualizzare e di togliere il piacere della scoperta. Mi limito a condividere i motivi per cui Nina dei lupi (Nottetempo Edizioni) è un romanzo da leggere

Nina dei lupi

Prima ragione: la lingua. Bertante sa rendere l’italiano elastico, poroso e ricco, lo trasforma in una specie di utero che si espande per contenere e nutrire le vicende di Nina, questa figlia dei lupi, questa bambina sopravvissuta alla Sciagura, alle nuvole basse e scure, ai cieli striati e minacciosi, al freddo del ruscello che separa il piccolo villaggio dei superstiti dalla montagna scura e spaventosa da dove si sente l’ululato dei lupi. 

Seconda ragione: perché potrebbe anche essere. La Sciagura è uno scenario probabile, una conseguenza delle azioni umane, della nostra noncuranza e del comportamento parassitario. O, se si resiste al disconforto del fatalismo e ci si lascia conteggiare da un blando raggio di ottimismo, la Sciagura appare come un monito. Alessandro Bertante ci dice fermiamoci, riflettiamo sulle nostre azioni, a fingersi sordi e ciechi abbiamo tutti qualcosa da perdere: il nostro mondo. 

Alessandro Bertante

Terza ragione: per la straordinaria avventura di sopravvivenza, per la scarica di speranza che si coglie tra le pieghe della storia di Nina, della forza di Diana, della straordinaria capacità di sopravvivenza degli esseri umani. 

Quarta ragione: per i dettagli che rendono Nina dei lupi un romanzo dolce e aspro allo stesso tempo. Tenero e tenace. Profondo e realistico. 

Quinta ragione: perché è un ritorno agli elementi essenziali dei primordi, prima ancora di ogni dio, di ogni santo e di ogni preghiera esaudita. C’è il mondo ancestrale intorno a Nina, che sussurra nenie e storie antiche, che profuma di erbe magiche, che sa di sofferenza, di perdita, di dolore e di lotta. 

Sesta ragione: perché ci si innamora di Nina. È solo una bambina quando la si incontra in mezzo alla tregua, al paradiso terrestre che suo nonno e una manciata di altri superstiti sono riusciti a creare. Una bambina piena di cicatrici nell’anima. È orfana, la accudiscono nonno Alfredo e nonna Marta, ha visto il suo bozzolo sciogliersi quando ancora non era pronta per affrontare la vita senza una protezione. Ci si innamora dei suoi silenzi, dei battiti del suo cuore, dei suoi inverni gelidi, della sua magrezza avvolta in abiti troppo grandi per il suo giovane corpo, della sua ribellione, della sua caparbietà, della sua forza vitale. Ci si innamora di Nina, la si sente pulsare nello stomaco assieme alla sua storia, ai lupi, all’uomo dei lupi. 

Settima ragione: perché il ritmo di Nina dei lupi è musica; chiarore cristallino. È un modularsi ora nel fragore di un ruscello di montagna ora nel suo fluire dolce poi nella tumultuosa corsa tra le rapide fino a raggiungere la cascata fresca e limpida che scorre in mezzo alle rocce. Si corre assieme a lui e bisogna raggiungere l’estuario per placarsi, bisogna leggere l’ultima parola dell’ultimo capitolo per darsi pace, poi chiudere il libro, girarlo con il titolo rivolto verso l’alto, sfogliare le prima pagine, rileggere Il principio. 

Ottava ragione: perché Nina dei lupi, pubblicato da Nottetempo, è una nuova edizione, revisionata, impreziosita, travolgente e precede, in senso cronologico, Pietra nera, il secondo capitolo della Trilogia del mondo nuovo