Seconda vita: i trentadue canti della vita

La letteratura romena tradotta in Italia è esigua. Fa fatica a trovare uno spazio, a essere compresa e accolta al di fuori dalla cerchia ristretta di chi parla il romeno o frequenta la vasta comunità di romeni in Italia. Le culture si riversano le une nelle altre e, di solito, si guarda con ammirazione e interesse verso le culture maggiori, più forti, più affermate. 

In quest’ottica, la letteratura permette di tastare il polso ai colonialismi moderni più di ogni altro strumento. 

Per fortuna, però, il mondo è fatto anche di eccezioni, di nicchie, di amanti voraci e veritieri che, con passione e contro corrente, si dedicano a travasare le culture minori. 

Si intitola Seconda vita il libro di Nicoleta Dabija (traduzione di Barbara Pavetto con Francesco Altieri), pubblicato in Italia da Edizioni EBS Print. Ed è un pugno nello stomaco. Non tanto per la storia quanto per i risvolti, le riflessioni che suscita, la dimensione umana che sottolinea e di cui ci eravamo completamente scordati. 

Di morte parliamo da mesi: il COVID-19 è stato un memento mori, ci ha ricordato che siamo fragili, che c’era stato un meccanismo sbagliato alla base della nostra illusione di eternità. 

Non tratta il COVID-19, il libro di Nicoleta Dabija. Il legame con la pandemia è l’attualità e il coraggio del tema trattato.

Mariana impiega tre giorni per morire. Ha un tumore che combatte da tempo. Ha un figlio di sette anni. Ha un passato dal quale è fuggita perché ingombrante quanto solo le tradizioni rinnegate del villaggio sanno esserlo. Mariana voleva morire in città, ma dovrà accontentarsi di morire nel villaggio natale da dove, le tre bambine del passato, sedute nel carro trainato dai buoi e avvolte dal fieno, andavano alla fiera raccontandosi storie spensierate. 

Ci sono costellazioni di simboli: trovarli, coglierli provoca un piacere intenso nel lettore.  

Seconda vita non è un romanzo. È filosofia, nella misura in cui ridona all’uomo la sua dimensione umana e gli racconta che la morte è parte della vita e non cosa estranea. C’è continuità, ci sono legami che non possono essere recisi perché sottili, impalpabili. Non esistono forbici che possano tagliarli. 

È poesia, Seconda vita. Le parole sono ponderate, le immagini sono scelte con cura. Dice: «Ma l’anima non è che energia buona che, dopo la morte, si frange come pane caldo e si divide tra le persone care. I morti si condividono. Lo spirito, liberato, entra dentro di noi in cerca di amore, lo fiuta, e quando lo trova si accoccola tranquillo, al suo fianco». 

È anche narrativa, fintantoché Seconda vita testimonia le tradizioni di una cultura, le contraddizioni intime di chi si misura con la finitezza dell’essere umano e del dolore. C’è un bambino, Alex, che perde sua madre. C’è una madre che seppellisce una figlia. C’è una sorella che non sa più se, in famiglia, sono due o tre figlie. 

E, soprattutto, c’è la vita. In qualche modo, in una certa forma, il senso ultimo del libro di Nicoleta Dabija, i trentadue Canti che compongono il volume non sono dedicati alla morte, bensì alla vita. 

Mariana è un alito caldo sulla nuca, a Londra, un anno più tardi dalla sua morte. È lì che rinasce e si lascia cogliere da Nicoleta.  

Perché, in fondo, cos’è la morte? Anzi, ancora di più, che cos’è la vita? 

Quando gli esseri umani abitano negli sguardi ovvero “La casa degli sguardi”

I poeti sono sensibili. Non è questo il caso di Daniele Mencarelli. Lui non è sensibile, lui è fragile, ha la pelle meno spessa, in un determinato punto, di difficile identificazione: da lì passano i dolori del mondo e raggiungono il suo cuore. E allora come puoi vivere quando il dolore del mondo echeggia, rimbomba, esplode dentro di te? 

La privazione del sonno è una delle torture più diffuse e insopportabili che si possano infliggere a un essere umano. Daniele, il Daniele de La casa degli sguardi, è torturato dalla vita attraverso l’insonnia. 

Come mettere a tacere il dolore del mondo che vibra nel petto? Se non hai scudi o armi con cui proteggerti, ti resta una cosa soltanto. La dimenticanza. 

Daniele, il Daniele de La casa degli sguardi, sceglie di dimenticare. Prima con la droga, poi con l’alcol. 

Come lui, dimenticano grazie all’alcol, o ridono grazie all’alcol, o si trasformano in altro grazie all’alcol 9,8% della popolazione europea. E oltre 65% della popolazione oltre gli 11 anni ha consumato almeno una bevanda alcolica nell’ultimo anno. 

Ma il romanzo di Daniele Mencarelli non è un libro sull’alcol. 

Pubblicato da Mondadori e vincitore del Premio Volponi, La casa degli sguardi è un libro da leggere. Non da classificare, né da spiegare, né da raccontare. È, semplicemente, un libro che va letto. 

Farà male. Farà piangere. Farà anche ridere, quando meno te lo aspetti. Farà tremare le mani per la rabbia, per le ingiustizie di cui Daniele diventa spettatore. Perché quello a cui Daniele assiste è atroce: laddove dovrebbe sbocciare la vita, si allunga come un’ombra insostenibile la morte, la sofferenza, la malattia. 

Daniele ha poco più di vent’anni. Vorrebbe fare il poeta, ma non ha le forze. Ha scritto diverse poesie, sono state anche pubblicate su riviste importanti, la comunità dei poeti lo definisce uno di loro, ma lui, nonostante questo grandissimo sogno, non riesce a sfuggire alla dimenticanza. Si chiama così la sua inseparabile amica che lo fa arrivare a casa in uno stato pietoso, facendo soffrire chi, invece, vorrebbe proteggere. 

Un amico — perché il mondo della poesia (dell’arte) questo crea: incontri e amici — gli trova lavoro presso una cooperativa che ha vinto un appalto e ora si occupa delle pulizie presso l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù. 

Il primo giorno di lavoro, Daniele capisce che non appartiene nemmeno a quel mondo. Infatti, ben presto cercherà di rifugiarsi tra le braccia della sua buona amica, la dimenticanza. È un’amica sgradita, ingombrante: la sua presenza significa rischiare di perdere il lavoro. È pericoloso pulire gli ambienti dell’ospedale da ubriachi. Per qualche ragione, Daniele non vuole rinunciare a quel lavoro, alla squadra a cui è stato assegnato, agli occhi tondi, scuri, teneri di Toctoc con cui istaura un dialogo basilare, da solitudini che si incontrano e si riconoscono le une nelle altre. 

Bisogna scendere a compromessi, però, con la sua tenace amica. Niente alcol da lunedì e fino alla fine del turno del venerdì. È così che Daniele inizia a essere vivo cinque giorni e mezzo alla settimana. Lo fa, ma con quanto dolore? 

Non si tratta solo dell’astinenza: i corpi possono disintossicarsi dai veleni ingeriti. L’anima, però, il cuore, la psiche — come vogliamo chiamare quel qualcosa che ci compone e che vibra, accoglie, comprende, processa gli eventi che accadono intorno a noi, dando loro un significato, una ragione d’esistere? — come può depurarsi dai veleni che gli vengono offerti quotidianamente? 

È questa la domanda di fondo ed è questa anche la risposta, in definitiva, che rende la lettura di questo romanzo un’urgenza. E un obbligo. 

Storie di una certa età: il tempo non esiste, esiste l’energia

Esiste l’energia, non il tempo. Anche ciò che passa, in modo tiranno, è l’energia, e non il tempo. Lo sanno Anselmo, Armida, i Figli di Dio, Gina, la prof, la francese, Dante, un uomo che si sveglia vedendo tutto rosso, una certa amica preziosa, Celeste, Flora, ma anche la madre di due figlie fin troppo presenti. Lo sanno tutti loro che, superata la soglia dei sessantacinque, capiscono che la vita è tutta una questione di energie. E non di tempo. Il tempo si rinnova, semmai esistesse una cosa simile. Le energie possono esaurirsi, pur avendo ancora tempo, se non si presta attenzione, se non si preservano, se non si ha cura di ricaricarle.

Storie di una certa età (Amazon Edizioni) di Cristiana Pivari sono questo: uno squarcio dietro il sipario dei nonni, delle nonne, dei vedovi e delle vedove.

Che ne sappiamo di loro?

Sappiamo che sono fragili, da proteggere, incapaci di prendersi cura di se stessi, facili prede dell’Alzheimer. Non sappiamo, però, che hanno ancora tanta energia quanto basta per seguire un corso di ballo, per innamorarsi, per sognare, per proiettare sogni nel presente o, al massimo, nel futuro prossimo.

Non è idilliaco il mondo dipinto dalla Pivari. A tratti, fa male. Armida, che legge Manzoni, fa pensare ai leoni anziani: di che vivono i leoni una volta diventati vecchi, chi si cura di loro? Chi si cura di Armida che, sebbene legga Manzoni, ha conosciuto nella vita il temibile spaccato del prima e del dopo? Armida è una clochard, non più giovane, che, oltre alla lettura dell’unico libro trovato nell’immondizia, si fuma con parsimonia un pacchetto di sigarette alla settimana, beve un chinotto quando può, va a pranzo alla mensa dei poveri e valuta se il dolore alla schiena valga un giro in ospedale, con il rischio di restare chiusa in una qualche clinica. Da cosa fugge Armida? Dalla società che l’ha fatta soffrire con i suoi schemi e le sue richieste: marito, lavoro, mutuo? Da chi fugge Armida? Difficile deciderlo. Cristiana Pivari si concentra su altro: sotto l’essere ruvido di Armida, si nasconde un animo candido che sa aiutare. C’è un lieto fine, anche se non è quello di Armida.

Il finale è sorprendente, invece, in uno dei racconti meglio riusciti (non tutte le ciambelle vengono col buco, questo è chiaro). Figli di Dio. Semplice, ancestrale, nulla da togliere, nulla da aggiungere. Lei è una signora rispettabile. Lui è un uomo misterioso. Il loro incontro è straordinario e naturale. C’è tanto in mezzo alla loro storia. Forse, c’è tutto. C’è la vita, le sue contraddizioni, i suoi azzardi, le sue speranze, i suoi sogni. E, soprattutto, c’è la narrazione: ciò che si sa, ciò che non si sa e il modo in cui i vuoti vengono colmati.

37 orizzontale: Canarie è un altro racconto che attira l’attenzione del lettore. Semplice e efficace, mette a confronto due generazioni e le loro paure. Non è mai un bene penetrare i misteri. E la madre di questo racconto, asfissiata dalle cure delle due figlie, deve trovare un modo per gioire delle sue energie. Perché, insisto, i personaggi di Storie di una certa età non si curano del tempo, il punto centrale è l’energia. L’energia che ti fa scendere dal letto al mattino, che ti tiene vigile, autonomo, attivo, curioso, interessato, pieno di slancio e di voglia di esplorare oppure, al contrario, ti fa sentire sfinito, stanco, esausto.

Cosa resta dopo aver letto Storie di una certa età? Resta un sorriso malinconico grazie allo stile ironico e frizzante con cui Cristiana Pivari racconta gli stralci di vita di sessantenni, settantenni e ottantenni che non hanno nulla da invidiare ai giovani, agli anni passati. E se non hanno nulla da invidiare non è per rassegnazione, ma perché hanno raggiunto qualcosa che i giovani non riescono nemmeno a definire. Non è saggezza e non è pace. Forse è consapevolezza, ma anche questo termine rimane povero. Piuttosto, è tutte e tre insieme.

Dice, infatti, l’autrice restituendo un’istantanea di grande impatto:

Lei è vedova da qualche anno, è la signora Cretti. Per lui è soltanto Viola, la fata.

“Ha le vene varicose”, ha osservato Mario.

“Nemmeno io sono perfetto”, gli ha risposto e poi, alla sua età, avrà pur diritto ad avere qualche imperfezione. Non è mica finta.

Ecco che cosa non sono i personaggi di Storie di una certa età: non sono finti. Anche laddove la narrazione diventa più debole o ripetitiva nei tratti che descrivono i personaggi, gli abitanti di questa raccolta di racconti sono tutto, ma non finti.

Vassalli: le streghe e le donne annidate nelle parole

Per il Torneo letterario di Robinson ho letto due romanzi, due grandi romanzi: Memoriale di Paolo Volponi e La Chimera di Sebastiano Vassalli. Ne dovevo scegliere uno e ho optato per Vassalli perché mi ha colpito fino a farmi commuovere in più di un passaggio. Volponi mi aveva trascinato in un mondo alienante, in mezzo a un narratore che non sapevo se credere, in una realtà che sentivo vicina e distante allo stesso tempo. A tratti, mi ha fatta incazzare il Saluggia di Volponi. 

Antonia, invece, mi ha ricordato che nonostante i secoli, è cambiato poco, quasi nulla. Mi ha ricordato che sono donna anche io e che nonostante la minigonna e le calze di nylon, siamo ancora di due specie: streghe e angeli.  

Con La chimera (ed. BUR Rizzoli), Sebastiano Vassalli racconta il presente. Non solo quello del 1600, non solo il suo, ma anche il nostro. È il presente semplice degli inglesi, quello che dura così tanto da risultare «per sempre», poiché il procedere della storia umana, nelle sue pieghe più intime, è uno eterno, incerto, a tentoni, con scettri che passano di mano in mano e vincitori che raccontano le proprie gesta. 
Per fortuna c’è uno spazio in cui il potere, umano o divino che sia, non ha alcuna efficacia: la lingua; quella viva, parlata, che sa di terra e di sudore. È la lingua a custodire la verità sulle nostre credenze, sui nostri costumi, sul nostro passato. Infatti, ne La chimera, le donne avevano le lune e non hanno mai smesso; amano ancora i diavoli e pagano con la vita.
Lo stile, coinvolgente e di ampio respiro, è come un’equivalenza chimica: a ogni molecola di verità equivale una molecola di riflessione. 

La prima riflessione che mi ritorna in mente a distanza di settimane dalla lettura si intreccia con l’attualità, con le parole della ministra Azzolina che si congratula con se stessa per la buona riuscita della didattica a distanza, senza un minimo accenno al fatto che, se vi è una forma di successo, questo è dovuto soprattutto a chi sta a fianco ai figli, a chi li segue, a chi li sostiene. È un successo condiviso tra docenti, studenti e genitori, anzi mamme

Cuoche, infermiere, insegnanti, donne delle pulizie e poco streghe, perché le streghe sono ribelli, non accettano facilmente le regole, notano le incongruenze, pensano. Qualcuna agisce anche. 

Non è il caso di Antonia. Antonia, la strega di Vassalli, subisce, perché è figlia del suo tempo e in quanto tale, sebbene capisca più di quanto dovrebbe capire una orfanella, non può fare nulla per sottrarsi al suo destino. Avrà una fine atroce, assurda e, in minima parte, misericordiosa. 

Il mondo brucia le streghe, ma preserva gli angeli, quelli del focolaio, s’intende. Lo faceva nel 1600 e lo fa oggi, persino ai nostri complessi tempi da COVID19.

Ci si accorge degli scienziati o dei medici donne per il tempo di un titolo, che ai giorni dell’informazione via Facebook, è questione di istanti. E quando si può apprendere qualcosa, modificare il vecchio paradigma colpito e affondato dal coronavirus, il mondo si aggrappa ancora a una visione maschilista, senza operare la sintesi, superando la dualità. 

La questione è semplice, i dati parlano chiaro. In casa, sono per lo più le donne a gestire e sostenere la famiglia, seguendo i figli, igenizzando casa e spesa, provvedendo all’armonia psicologica del nucleo. Fuori, sempre i dati fotografano una realtà in cui le donne vengono meno colpite dal nuovo virus trasformandole nelle migliori candidati per una possibile ripresa economica del paese.  Nell’ottica di una maggiore sicurezza. 

È roba da streghe, però, da anti-angelo, ed è già successo in passato, si pensi agli USA della seconda guerra mondiale. Ne seguì un’impertinente presa di coscienza, e fu considerata assurda la pretesa delle donne di mantenere il posto di lavoro, invece di accettare di essere scartate quando gli uomini ritornarono dal fronte. 

Il destino delle streghe è quello di essere bruciate, a prescindere dall’epoca di appartenenza. Vero, Antonia? 

Memoriale. Un narratore inaffidabile

Ho partecipato al Torneo letterario di Robinson di Repubblica come tanti, immagino. Leggere è più di una passione per me, è la mia compulsione. Leggere sotto la guida di un’importante testata giornalistica, mi sembrava un’esperienza molto interessante. Ho aderito. Poi, lo confesso, non avevo ben capito quanto avrei letto e come avrebbe funzionato il Torneo

Flirtavo con l’idea di diventare di professione lettore. Sai mai? 

Memoriale

Per il Torneo, mi è capitato in lettura Memoriale di Paolo Volponi (Einaudi Editore) e La chimera di Sebastiano Vassalli (di cui ve ne parlerò presto). Tra i due, per me Vassalli ha raccontato una storia che è andata dritta al cuore perché, più di un’operaia, sono una donna che vede come il mondo non abbia ancora smesso di bruciare le sue streghe. 

Sono anche un’ex operaia, però. Non in fabbrica, ma per un’azienda di trasporti, assunta via cooperativa. Forse, ecco, ho conosciuto la versione ancor più difficile dell’essere operaio. 

Memoriale esce nel 1962, ma non per questo è meno attuale. 

Paolo Volponi

La storia è presto detta.

Saluggia, Albino Saluggia, è un reduce della seconda guerra mondiale. È giovane, con le sue idee fisse, un po’ timido, poco avvezzo del mondo. Viene assunto in una fabbrica del Nord Italia e qui le sue paranoie prendono una piega definitiva. Diventa nevrotico, paranoico, è un narratore inaffidabile mentre, convinto che i medici della fabbrica stiano complottando alle sue spalle, per licenziarlo, racconta la sua disavventura nella fabbrica e alle prese con la malattia. 

Perché, sebbene Saluggia non voglia ammetterlo o si affidi a dottori improvvisati, è malato. Ha la tubercolosi. Deve curarsi in un sanatorio, deve seguire una cura ben precisa, che lui rifiuta. 

Cosa può succedere nella mente dell’uomo abituato a un ritmo, a una realtà, strappato da questa realtà e a questo ritmo, gettato nelle fauci della guerra e poi in un nuovo ritmo, quello della fabbrica, dove l’individuo perde il suo senso di essere, se non come prolungamento della macchina che deve utilizzare? 

Saluggia ha paura del complotto perché a lui fare l’operaio piace. O almeno così appare dalle parole del narratore che trasportano il lettore in una specie di labirinto da cui nessuna Arianna può aiutarti a uscire.  

È dai tempi della prima rivoluzione industriale, dagli albori della questione sociale, così come ci viene spiegata sui libri di scuola, che la realtà alienante della fabbrica è un nodo che non si è mai sciolto del tutto. 

Scrivo ai tempi del Covid19. Non posso farne astrazione. Ho letto il libro in tempi non sospetti, ma il nuovo assetto mondiale, martoriato da questo virus che ci distanzia fisicamente, mette in evidenza, in modo forte, spaventoso, proprio i limiti e le problematiche del mondo produttivo, delle fabbriche. 

Perché, nell’800, i deboli erano le donne e i bambini che lavoravano in condizioni assurde, ma anche i braccianti che avevano lasciato i campi dopo gli enclosures, e all’inizio del ‘900 c’era l’alienazione degli operai, le loro paure nei confronti della fabbrica che sembrava volerli inghiottire come un tessuto cicatriziale che cresce intorno a una ferita ricucita. Oggi sono gli stessi operai a pagare il prezzo dell’incertezza, della paura, alienati e frastornati tra mille ipotesi e poche regole chiare. A loro è chiesto di fare ripartire l’economia, a non farci mancare il cibo, a produrre mascherine e dispositivi che ci proteggano. A quale prezzo? 

Chissà cosa avrebbe scritto oggi Volponi. Forse avrebbe dato alle stampe un romanzo che gli avrebbe valso un terzo premio Strega.

Massini: Eichmann e Arendt in dialogo

Ci sono libri che leggi in un solo pomeriggio. Li divori. Poi, però, impieghi mesi per processarli, farli tuoi, rimescolare le parole perché non siano solo acqua piovana, perché aderiscano e, dalla perturbazione che hanno creato, da quel turbinio di sensazioni, fiorisca una nuova, seppur fievole, coscienza. Non basta un libro per creare una nuova coscienza, ma può essere un ottimo inizio.  

Ho letto Eichmann. Dove inizia la notte. Un dialogo fra Hannah Arendt e Adolf Eichmann di Stefano Massini in pochissimo tempo, ma ho impiegato più di due mesi per farlo sedimentare. Perché la questione della memoria non è la questione di un giorno. Non è commemorazione in divisa e un banco di libri in libreria o una lezione a scuola dedicata al tema. Ricordare è un esercizio quotidiano, un muscolo che va allenato con costanza. 

Pubblicato da Fandango, il dialogo di Massini è una gemma. Un piccolo gioiello di riflessioni da leggere, rileggere e poi ri-rileggere ancora. 

Perché è attuale. Attuale persino in questi giorni in cui il Covid19 ci chiude in casa, ci mette in allerta, ci ricorda quanto siamo vulnerabili e nelle mani dei potenti per i quali «immunità di gregge» può avere un certo senso, un certo pragmatismo, soprattutto economico. Anche non prevedere l’uso di ventilatori per i diversamente abili può essere una strategia. Siamo in guerra, dicono. Beh, vi dico, lasciamoci aiutare dalla letteratura. Per ridimensionare i termini, per ricordare (non commemorare) e per imparare dal nostro stesso passato. 

Forse essere in guerra, come qualsiasi altra forma di inferno e paradiso dei giorni nostri, è anche uno stato psicologico. E qui, su questo fronte, la letteratura può molto.

Non ne sapeva nulla Massini della pandemia che stava arrivando, ma scrive con lungimiranza straordinaria: «Dico che il male si nutre di paura». I titoloni dei giornali, la paura distillata in poche stringhe di parole, ci hanno portato a svaligiare i supermercati, a #nonfermarci, a dividerci, a scappare disperati verso quello che chiamiamo casa, per poi renderci conto che c’è un unico modo per combattere il nemico, chiunque esso sia: unendoci.

Hegel ci aveva avvisati: la storia si muove in loop. Come Trump con i ventilatori negati, così Hans Cohn che «poteva tranquillamente morire a sei anni perché tre numeri civici avanti viveva un genio, che si è salvato il culo». 

È onirico il ritmo con cui Massini racconta questo serrato scambio di battute tra la Arendt e Eichmann, a tratti si inseriscono le immagini de L’insostenibile leggerezza dell’essere viene in mente un sogno di Teresa quando si legge: «Li faceva mettere in fila nudi sul bordo di una grande fossa, cento metri. E sparavano, a raffica. Appena finivano dentro, buttavano giù terra». E allora forse era meno spietato il gas, sono entrambi d’accordo. Ci sono tante gradazioni di orrore

Nessuna camera a gas, ma è sempre la paura di morire soffocati che ci attanaglia la mente in questi giorni. Come allora, così adesso. Siamo fragili. «Si rende conto di quanto siamo fragili? Basta che un tizio in qualche ufficio punti tutte le sue carte per avere una promozione, e noi ci finiamo nel mezzo». 

Dicono che l’ozio sia il padre di tutti i vizi e che è beata l’ignoranza. Ci hanno tratto in errore. L’ozio è la pausa in cui possiamo finalmente sentire i nostri pensieri e l’ignoranza è una zavorra che ci rende deboli. Non fragili, ma deboli. Dopo la Seconda Guerra Mondiale non abbiamo avuto molto tempo per riflettere. Ora, sebbene circolino bollettini di guerra con morti e feriti tutti i giorni intorno a mezzogiorno, non siamo in guerra. Abbiamo tempo, la maggior parte di noi, tempo per pensare, per oziare, per vincere l’ignoranza.

Magari con un buon libro. 

Iniziate con Eichmann. Dove inizia la notte. Un dialogo fra Hannah Arendt e Adolf Eichmann.

Daniel Keyes: Una stanza piena di gente

Uscito per Nord Editrice, nella traduzione di Natalia Stabilini e Isabella C. Blum, Una stanza piena di gente di Daniel Keyes è un libro che toglie il fiato

Non lo toglie per la semplice vicenda di William Milligan, lo stupratore dalla personalità multipla, come è stato definito dalla stampa negli anni ’70 quando il suo caso era diventato una via per i politici per ingraziarsi i potenziali votanti, un’ottima scusa per vedere i giornali o un modo facile e veloce per creare mostri, stuzzicare le paure delle persone e stimolare l’opinione pubblica nella direzione desiderata. 

Quello che colpisce della storia è quanto la violenza subita dai bambini possa distruggere un’esistenza. Billy passerà circa trent’anni tra prigione e istituti di cura mentale finché i suoi troppi io riusciranno a fondersi in uno solo. 

Una stanza piena di gente di Daniel Keyes

Keyes inizia la storia di Una stanza piena di gente nel momento in cui Billy viene arrestato per l’ultima volta, negli anni ’70. Gli agenti lo trovano in casa in possesso di armi, confuso, e con una presunta bomba che potrebbe esplodere da un momento all’altro. 

Lo portano via, lo rinchiudono ma c’è qualcosa di strano nel comportamento di Billy. Va visitato da uno specialista. Sono due avvocati, un uomo e una donna, a cercare di tirare fuori dai guai Billy. Lui ha paura degli uomini, non si fida. Preferisce che a parlargli siano solo le donne, altrimenti si agita. È una dottoressa, allora, che parlerà con lui e vincerà la sua fiducia, finché Billy le rivelerà il suo grande segreto

Billy sta dormendo da anni. Sul posto, così chiamano le tante persone il momento di coscienza, si alternano Danny, Tommy, Allen, Arthur, Ragen e moltissimi altri. Ciascuno di loro possiede un pezzo di realtà ed è bravo in una determinata cosa. Ciascuno di loro ha un coefficiente di intelligenza diverso (Arthur addirittura supera il 130)  e non ricorda molto di quello che fanno gli altri, specie nei periodi di confusione quando, sul posto, si alternano in tanti. Certe volte, persino gli Indesiderati

Daniel Keyes

È questo il grande segreto di Billy. Di Billy lo stupratore del campus che ha rubato i soldi a tre donne e ne ha violentate due. Di Billy che dorme dall’età di diciassette anni, quando ha provato a uccidersi e gli altri hanno capito che era pericoloso lasciagli il posto, lasciarlo sveglio. Le altre persone hanno assunto il controllo, lo hanno perso, lo hanno ritrovato fino a restare profondamente confusi e disorientati. Avevano un disperato bisogno di aiuto. 

C’è un punto essenziale sul quale l’opinione pubblica, così come emerge dalla ricostruzione di Keyes, non si sofferma più di tanto. Lo stupratore è uno stuprato. Abusato all’età di nove anni dal padrino, dal papà Chal, Billy si disintegra interiormente. Non c’è altro modo per sopravvivere, gli dice la sua mente di bambino, a un dolore e a una simile sofferenza, se non quella di disintegrarsi. 

Il caso di William Milligan diventa emblematico, il suo percorso trasfigura la legge americana, la sua vita, poi, in ultima battuta, riuscirà a ricomporsi in qualche modo.

Resta, però, una riflessione, una domanda sulla quale indugiare a lungo: ogni volta che un adulto si muove nella vasta gamma della violenza (quindi, chi più chi meno, chi troppo) nei confronti di un bambino, cosa scrive sul suo io? 

Leggere Una stanza piena di gente va oltre il desiderio di scoprire qualcosa in più su un caso straordinario che ha sconvolto l’America. È uno spunto per pensare sulla società, sulle sue paure e su chi siano i veri mostri che la abitano. 

Venere in pelliccia: il piacere del dolore

Venere in pelliccia è un romanzo che risale al 1870, scritto dal giornalista e scrittore austriaco di origini ucraine Leopold von Sacher-Masoch dal quale deriva anche il termine «masochista». Il libro è disponibile in ebook, in audio libro e in forma cartacea pubblicato da diversi editori (inclusa una versione uscita per Mondadori).

La storia di Venere in pelliccia è semplice e curiosa. Il narratore, in visita per bere un the in compagna del suo amico Severin, nota un certo quadro e racconta di un suo sogno di una donna che identifica con Venere. C’è una specie di sovrapposizione tra il quadro di Venere e quello in cui sono ritratti Severin e una donna con frusta e pelliccia. 

È così che Severin decide di consegnare all’amico narratore un diario che racconta l’esperienza vissuta con una certa giovane vedova, ricca e bella. Wanda von Dunajew

Nel descrivere la donna Sacher-Masoch è un maestro, certi dettagli sono accurati come accurato deve essere lo scultore nel gesto di scalfire il marmo. La vedi, tu lettore, questa Wanda dalla voce squillante, dalla risata cristallina, dalle movenze leggiadre. La vedi anche quando si trasforma, solleticata dalle richieste di Severin. 

Wanda segue una filosofia di vita votata al piacere. Gli impegni non le piacciono, infatti, quando Severin le chiede la mano, lei rifiuta. Gli propone in cambio un anno di convivenza, un banco di prova per capire le compatibilità (ricordo che siamo nel 1870, quando esce il romanzo). 

Severin, senza mezzi termini, si offre come schiavo. Le consegna gli averi, firma un contratto in cui si trasforma in proprietà della bella Wanda, e anche una lettera di accompagnamento di un possibile suicidio. La sua amata ha diritto di vita e di morte su di lui. Secondo le leggi antiche della schiavitù. 

Il gioco è altalenante, conoscere i pensieri di Severin mette il lettore di fronte a certi interrogativi, si comprendono i meccanismi che lo tengono legato alla frusta della sua padrona. 

L’idillio tra Wanda e il suo schiavo conosce una battuta d’arresto nel momento in cui sulla scena appare il rude Alexis Papadopolis che strega la dominatrice, che umilia ancor di più lo schiavo Severin con frustate stimolando le risate della padrona. 

Wanda si innamora di Alexis e questo sentimento la mette in una posizione di debolezza, perde qualcosa del suo fascino di dominatrice, dettaglio che diventa la riprova che Wanda era sì dominatrice, ma solo in nuce. 

La riflessione diventa interessante nella misura in cui si aggiunge, alle conclusioni di Masoch, il fatto che la psicoanalisi definisca la donna come tendente al masochismo, anzi, per alcuni scienziati, la donna è geneticamente predisposta al masochismo fintanto che ha le mestruazioni, partorisce, viene deflorata (con tanto di rottura di imene, perdita di sangue e relativo dolore). Sembra che la donna sia geneticamente meno raffinata nella distinzione del tipo di piacere che sta irrorando il suo giardino neuronale, altamente confusa anche da un fattore organico: i ricettori periferici del dolore e del piacere sono gli stessi e questo fa sì che il dolore produca endorfina e quindi euforia.  

Di contro, l’uomo, geneticamente meno avvezzo al dolore, sarebbe più raffinato nel distinguere la fonte dell’euforia. 

Eppure, sono molti i martiri maschi (e del loro piacere del sacrificio estremo, Masoch dà un’interpretazione che ha stimolato molte riflessioni), gli artisti, i filosofi, gli scrittori (maschi) i cui personaggi raccontano di loro tendenze masochiste (in Zola, in Petrinio Arbitro, la leggenda narra anche di Aristotele a quattro zampe sulla cui schiena è seduta a cavalcioni Filde con una frusta in mano, lo stesso Masoch da cui il nome) da far sorgere il dubbio che la tendenza masochista femminile innata sia indotta. Una conseguenza dei demoni che abitano i fondali del mondo maschile. Demonizzare ciò che ti spaventa, una forza che non puoi controllare: non sarebbe la prima volta che gli uomini si comportano in questo modo, finendo per trasformare un vantaggio (resistere al dolore, confonderlo negli effetti con il piacere) in un difetto e producendo un’etichetta secondo cui il genere femminile propende alla sofferenza, al dolore, alla schiavitù. 

Wanda, la Venere in pelliccia, infatti impara a dominare, non è dominatrice nata. Lo impara, tuttavia, stimolando una certa predisposizione, una certa visione doppia secondo la quale riesce a trarre godimento sia dal piacere sia dal dolore.

Tutto questo tempo: un romanzo che provoca dipendenza

Mi hanno attratto la copertina, il nome dell’autore, il titolo mi ha detto qualcosa di indecifrabile e affascinante al contempo. Un mare increspato dalle onde, una seggiola conficcata nelle morbidezze bagnante della sabbia, una bandiera fluttuante nel vento e il sole che colora di giallo il mare grigio. Nicola Ravera Rafele. Tutto questo tempo. È stata questa la sequenza a colpirmi, in questo preciso ordine. 

È uscito per Fandango Libri ed è una droga potentissima. Annienta il mondo intorno, i bisogni fisiologici, la voglia di fare altro al di fuori del girare le pagine, capire, liquefarsi per poi strappare le norme della realtà fino a infilarsi tra le pagine come sotto le coperte per diventare non più spettatore ma parte integrante, personaggio, l’altra amica o l’amante. Dare un consiglio a Elisa. Bere un bicchiere di Martini con lei, leggere in anteprima il romanzo di Giovanni. Amarlo e odiarlo perché se n’è andato. 

Elisa lo incontra a Polignano. Giovanni è più vecchio di lei di vent’anni, fa lo scrittore ed è lì per presentare il suo romanzo. Ha un fascino tutto suo, Giovanni Luna, il fascino del cinico, di chi si dà ma solo in parte. 

È il 1986 quando nasce Clara Luna, c’è una foto, scattata da Giovanni con una Leica a immortalare lei e sua madre, Elisa. 

È il 1987 l’anno in cui Giovanni, di ritorno dall’Argentina, ha un tentennamento. È a Madrid, vorrebbe tornare a casa dalla sua famiglia, ma c’è qualcosa che glielo impedisce. C’è il vuoto, la paura, la consapevolezza, la possibilità di fuggire. C’è tutto questo che si unisce e si amalgama alla tensione verso chi ama, verso chi lo aspetta. 

Nicola Ravera Rafele

È il compleanno di Clara, Giovanni dovrebbe rientrare a momenti, Elisa ha tenuto la bambina sveglia perché il padre la possa abbracciare e le possa fare gli auguri. La bambina gattona in giro per la casa, ormai è sfinita, cede al sonno. Elisa è preoccupata, chiama la linea aerea, insiste perché le venga detto se l’aereo di Giovanni Luna si sia schiantato. Ha paura, forse è morto. L’aereo è atterrato in anticipo, la rassicura l’operatore, allora Elisa pone l’unica domanda che le rimane, ma deve insistere a lungo per ottenere risposta. C’era un passeggero di nome Giovanni Luna a bordo del velivolo? No, non c’era. 

È il secondo abbandono che Elisa affronta nella sua giovane vita e, come per ogni via percorsa la seconda volta, ha reminiscenze. I ricordi di cosa si prova, di come si supera il trauma dell’abbandono sono vaghi, ma ci sono. Giovanni Luna l’ha lasciata da sola, con la loro bambina di appena un anno, in una casa spaziosa ubicata in una palazzina di proprietà nella capitale. Il padre di Giovanni era fascista, erano ricchi. 

C’è Roma da un lato, ci sono Elisa e Clara. E c’è Madrid, il punto geografico in cui Giovanni Luna è inciampato. Ci sono i pensieri dell’uomo, il suo vorticare di emozioni e sentimenti, le parole che sgorgano come flussi incontenibili trascritti su fogli sparsi, sui tovaglioli, memorizzati. Sono lettere, o confessioni, o gridi di disperazione, e sono indirizzati a Elisa. Si sta mettendo a nudo Giovanni, a modo suo, secondo i suoi tempi, creando pause che sospendono la vita. 

È un mediocre Giovanni Luna, ha lasciato le gare di nuoto nel momento in cui la sfida era diventata difficile. Suo padre glielo aveva sempre detto che era uno scansafatiche, che non gli piaceva impegnarsi. Forse aveva ragione. Forse Giovanni è ancora quel ragazzo sviluppatosi prima degli altri, quindi in un illusorio anticipo, ma facile da raggiungere, ancor più facile da superare. 

Questo primissimo episodio diventa il preludio di un’esistenza, di un concatenarsi di eventi che si spalma per oltre trent’anni, per più di una generazione. Sullo sfondo si dispiega un sottile teatro dell’assurdo che cuce drammi e tragicommedie dando un’aria di originalità all’intera narrazione. 

Il ritmo e lo stile sono una specie di pioggia, di danza, di abito che si trasforma per aderire, di volta in volta, ai personaggi che si muovono, che si raccontano. 

Tutto questo tempo è un incontro speciale, consigliato (anche) a tutti coloro che lamentano di avere poco tempo a disposizione per leggere, molti problemi da risolvere e un’inclinazione ad affogare le mancate risoluzioni, per esempio, in un bicchiere di vino di troppo. C’è una droga più potente di quelle prodotte dalle distillerie, dai narcotrafficanti o dalle pasticcerie. È vero, richiede una certa inclinazione alla perversione, ovvero a trarre piacere da cose inconsuete. Basta poco, però, per farsi conquistare. La grande letteratura è una droga potente, possiede un fascino poroso, vampiresco. Ti risucchia. Ti svuota e ti riempie, come il mare in una risacca. Leggere diventa un’esperienza estatica. Tutto questo tempo è un’esperienza estatica

Nina dei lupi: otto motivi per leggerlo

Ci sono romanzi di cui si fatica a scrivere perché lo scrittore ha fatto scorrere in mezzo alle pagine una storia così viva, reale, intensa, straordinaria da rendere possibile una sola via: leggerlo. Ecco, per parlare di Nina dei lupi di Alessandro Bertante vorrei limitarmi a leggervi brani. Specie quelli a fianco ai quali ho aggiunto due o tre segni esclamativi, cuoricini simili all’omega greco e BELLO, tutto maiuscolo. 

Il rischio è quello di anticipare, di decontestualizzare e di togliere il piacere della scoperta. Mi limito a condividere i motivi per cui Nina dei lupi (Nottetempo Edizioni) è un romanzo da leggere

Nina dei lupi

Prima ragione: la lingua. Bertante sa rendere l’italiano elastico, poroso e ricco, lo trasforma in una specie di utero che si espande per contenere e nutrire le vicende di Nina, questa figlia dei lupi, questa bambina sopravvissuta alla Sciagura, alle nuvole basse e scure, ai cieli striati e minacciosi, al freddo del ruscello che separa il piccolo villaggio dei superstiti dalla montagna scura e spaventosa da dove si sente l’ululato dei lupi. 

Seconda ragione: perché potrebbe anche essere. La Sciagura è uno scenario probabile, una conseguenza delle azioni umane, della nostra noncuranza e del comportamento parassitario. O, se si resiste al disconforto del fatalismo e ci si lascia conteggiare da un blando raggio di ottimismo, la Sciagura appare come un monito. Alessandro Bertante ci dice fermiamoci, riflettiamo sulle nostre azioni, a fingersi sordi e ciechi abbiamo tutti qualcosa da perdere: il nostro mondo. 

Alessandro Bertante

Terza ragione: per la straordinaria avventura di sopravvivenza, per la scarica di speranza che si coglie tra le pieghe della storia di Nina, della forza di Diana, della straordinaria capacità di sopravvivenza degli esseri umani. 

Quarta ragione: per i dettagli che rendono Nina dei lupi un romanzo dolce e aspro allo stesso tempo. Tenero e tenace. Profondo e realistico. 

Quinta ragione: perché è un ritorno agli elementi essenziali dei primordi, prima ancora di ogni dio, di ogni santo e di ogni preghiera esaudita. C’è il mondo ancestrale intorno a Nina, che sussurra nenie e storie antiche, che profuma di erbe magiche, che sa di sofferenza, di perdita, di dolore e di lotta. 

Sesta ragione: perché ci si innamora di Nina. È solo una bambina quando la si incontra in mezzo alla tregua, al paradiso terrestre che suo nonno e una manciata di altri superstiti sono riusciti a creare. Una bambina piena di cicatrici nell’anima. È orfana, la accudiscono nonno Alfredo e nonna Marta, ha visto il suo bozzolo sciogliersi quando ancora non era pronta per affrontare la vita senza una protezione. Ci si innamora dei suoi silenzi, dei battiti del suo cuore, dei suoi inverni gelidi, della sua magrezza avvolta in abiti troppo grandi per il suo giovane corpo, della sua ribellione, della sua caparbietà, della sua forza vitale. Ci si innamora di Nina, la si sente pulsare nello stomaco assieme alla sua storia, ai lupi, all’uomo dei lupi. 

Settima ragione: perché il ritmo di Nina dei lupi è musica; chiarore cristallino. È un modularsi ora nel fragore di un ruscello di montagna ora nel suo fluire dolce poi nella tumultuosa corsa tra le rapide fino a raggiungere la cascata fresca e limpida che scorre in mezzo alle rocce. Si corre assieme a lui e bisogna raggiungere l’estuario per placarsi, bisogna leggere l’ultima parola dell’ultimo capitolo per darsi pace, poi chiudere il libro, girarlo con il titolo rivolto verso l’alto, sfogliare le prima pagine, rileggere Il principio. 

Ottava ragione: perché Nina dei lupi, pubblicato da Nottetempo, è una nuova edizione, revisionata, impreziosita, travolgente e precede, in senso cronologico, Pietra nera, il secondo capitolo della Trilogia del mondo nuovo