Lettura esotica: Le avventure di un viaggiatore naïf

La traduzione del titolo mi appartiene perché non esiste al momento una versione italiana del libro che mi ha intrattenuta per una settimana. Ho riso, tanto, e allora ho pensato di coinvolgervi nella scoperta di un autore dotato di un umorismo straordinario. Ridere, pare, fa bene allo spirito.

L’edizione è romena e si intitola Le avventure di un viaggiatore naïf (Aventurile unui călător naiv) pubblicato da Lebada Edizioni. E, date le circostanze, invece di proporre una recensione, vi offro un assaggio di quanto Jan Cornelius scrive nel suo sorprendente libro.

Anticipo solo il fatto che la narrazione ricorda una specie di cyber-fiction o social-fiction, formata da un insieme di flash, di post più o meno lunghi in cui autobiografia e battute di spirito si mescolano sapientemente l’una all’altra. Ce n’è per tutti i gusti.

In apertura, troviamo il protagonista, Jan Cornelius, pronto a prendere un minibus e varcare i confini della Romania, in direzione Repubblica Moldova. Lo attendono per un incontro letterario poiché, di professione, Jan Cornelius scrive, traduce e si preoccupa di divulgare la cultura.

Le avventure iniziano a Chisinau, o meglio, appena prima, a Iasi.

Oggi sono arrivato a Iasi, dopodomani parto per Chisinau. Sono stato invitato a un festival letterario tramite il Goethe Institut. Mi sono recato oggi all’autostazione di Iasi per comprare un biglietto per la corsa delle 9, di martedì 17 settembre. Mi hanno guardato come fossi un alieno. In che senso un biglietto per martedì? In che senso per Chisinau? Per Chisinau i biglietti si vendono solo sul pullman. “E se ci fossero troppi passeggeri?”, mi sono chiesto. Forse si tira a sorte. O gli eccedenti vengono buttati fuori dal pullman lungo la strada. C’è un ufficio informazioni ma sulla porta c’è scritto a caratteri cubitali NON POSSEDIAMO INFORMAZIONI PER CHISINAU. E comunque, l’ufficio è chiuso. Quanto mi piace il teatro dell’assurdo! Pss! Silenzio! L’atto primo è incominciato.

Poi, le avventure proseguono con grandi soste a Düsseldorf, dove l’autore risiede, e brevi incursioni a Malta e a Bruxelles, in Egitto e in Polonia e in tanti altri posti, creando così un diario di bordo ironico e acuto.

Il sottotitolo recita Tra movimento e isolamento, per cui la parte finale accade all’epoca della pandemia.

Vi offro questo passaggio:

Fuggito in Germania all’inizio degli anni ’80, dovevo ancora completare gli studi universitari per cui, in parallelo, svolgevo diversi lavori nei cantieri, nei traslochi, come guardiano, verniciatore, e così via. Il lavoro come Reicher, cioè “annusatore”, è uno tra i più simpatici. Giravo la città con un camion e valutavo il grado di inquinamento in relazione a una determinata scala, basandomi sull’odore. In Romania, quando sentirono che lavori svolgevo, commentavano con un poverino, è scappato da dove stava bene e mo’ deve scavare i canali per i tedeschi! Meglio scavare i canali qui, piuttosto che scavarmi la fossa in quel sistema, ma di questo ho già raccontato un anno fa, soltanto che ora mi sono ricordato della questione dell'”annusatore”, poiché nell’odierna Romania il naso va di moda, una grande quantità di persone lotta per la libertà del naso, voglio mostrare il mio naso, ma quale Covid, signori, lasciatemi annusare! Il numero degli idioti è infinitamente superiore a qualsiasi numero si possa immaginare, da sempre e per sempre, Einstein diceva di dubitare che l’universo fosse infinito, ma non dubitava fosse infinita la stupidità. E ora mi dedico alla rilettura del libro di Gogol, Il naso, un racconto demenziale in cui il naso abbandona bruscamente la faccia a cui appartiene e se ne va, ti succederà lo stesso, se non indossi la mascherina!

I nodi che legano, da Ulisse a noi

Di Ulisse ne ho sentito parlare la prima volta quando ero grande. Da piccola, nella Romania post comunista, scoprivo le leggende nazionali. Baba Dochia. Vrâncioaia e i sette figlioli. I miti greci non erano riusciti a penetrare fino nel cuore nordico della Romania della mia infanzia

È difficile quindi risalire al momento esatto in cui si è spalancato il mondo della Grecia antica, fatto di donne filosofo (donne filosofo!), di uomini dal pensiero profondo e tagliente da influenzare per oltre duemila anni lo scibile umano. È difficile ricordare il momento preciso, ma è facile ricostruire quello che avevo percepito, poiché nei mesi a seguire ho riempito la mia biblioteca di libri sull’argomento e ho iniziato a guardare con ammirazione chiunque ricordasse i nomi degli dèi greci (e i loro corrispettivi romani), nonché le gesta, gli intrighi, le biografie. Chi aveva letto l’Iliade e l’Odissea, ça va sans dire, splendeva ai miei occhi come gli abitanti dell’Olimpo. 

Sono passati molti anni da allora, Baba Dochia sottrae ancora spazio a qualche mito greco, ma si tratta di argomenti di minore diffusione. L’Odissea, sebbene adulta, l’ho guardata persino in cartone animato, dopo averla letta con testo a fronte (non conosco il greco, ma mi piace giocare a indovinare le lettere) e riletta in parafrasi, nelle note critiche di tanti studiosi.

Si è detto tanto sull’Odissea, che altro c’era da dire? 

C’era da dire qualcosa sui nodi che disegnano le nostre vite e che, come un cordone ombelicale invisibile, traggono nutrimento dai nodi di Ulisse, stretti durante il suo lungo naufragare. 

È con curiosità, quindi, che ho iniziato a leggere il libro di Cristina Dell’Acqua, Il nodo magico, uscito per Mondadori. E ho finito di leggerlo con stupore, che è l’emozione più bella che un libro possa donare al suo lettore.  

L’ho sottolineato in moltissimi punti, in una scala variegata di evidenziatori, poiché la limpidezza di alcuni passaggi è urgenza: lo avevamo sulla punta della lingua e nessuno lo diceva. L’ha detto Cristina Dell’Acqua mentre ha tracciato i nodi che trasformano Ulisse in ciò che è e, nel parlare dei suoi nodi, l’autrice parla delle donne che, attraverso le molteplici sfaccettature del loro essere, plasmano il naufrago per antonomasia. Lo salvano, lo aiutano, gli insegnano come superare i pericoli, lo incantano, lo attendono, lo mettono alla prova, lo amano. 

È una mappa, ciò che ricostruisce Cristina dell’Acqua. La mappa dei sentimenti, dei legami che definiscono gli esseri umani e che si uniscono nelle parole usate per esprimerli, per raccontarli, per mostrali agli altri. Allora, in questa mappatura — è lei, la mappatura, a sorprendere il più delle volte il lettore con quella urgenza di cui parlavo prima — ritroviamo le origini del nostro lessico e capiamo che nelle parole sta il mondo. Di Ulisse. Il nostro. 

Allora vi propongo un assaggio attraverso questo esempio che mostra quanto i nostri de-sideri abbiano radici nelle stelle. Spiega Cristina dell’Acqua: «De-siderare significherebbe cessare di vedere le stelle, che nel mondo antico erano considerate segni da interpretare: grazie alla loro osservazione, l’astrologia, i sacerdoti verificavano se gli dèi approvavano o meno le decisioni degli uomini. Sulla scia delle stelle de-siderare è il rimpianto e la nostalgia di un qualcuno o un qualcosa lontano, perduto». 

Leggendo Il nodo magico si ha la sensazione che nei nodi non si inciampa, poiché purificati da qualsiasi accezione negativa; i nodi sono punti di incontro che producono esperienza, la quale si traduce a sua volta in scoperta che è, in ultima analisi, il senso di ogni naufragare.  

Lettura, esclusione e Migrante per sempre

Prima ancora di iniziare a leggere, i libri li compravo in modo spasmodico. Nelle due città in cui ho trascorso la mia infanzia e gran parte della mia adolescenza, il negozio che vendeva giocattoli, vendeva anche libri e articoli di cancelleria. I libri mi rapivano per le loro copertine, le stilografiche per la loro capacità di cambiare colore. Possedevo, infatti, due calamai, uno con inchiostro blu e uno con inchiostro rosso. All’occorrenza, svuotavo il serbatoio premendo sull’intestino duro di plastica che conteneva l’inchiostro, poi infilavo il penino nell’altra boccetta per riempire la mia stilografica made in China. Trovavo la cosa molto elettrizzante poiché, da ragazza, non mi piaceva leggere, ma adoravo scrivere. I libri, come dicevo, li acquistavo per la loro copertina, per il titolo, per il nome dell’autore. 

Cosa c’entrano queste mie abitudini con Migrante per sempre di Cristina Ingrao? C’entra. Perché nella scelta di questo romanzo che, nelle ultime pagine mi ha strappato più di una lacrima, il criterio di scelta dallo «scaffale» di Baldini+Castoldi è stato prima di tutto la copertina. Poi il titolo. Non conoscevo, quindi, l’autrice, né il suo percorso al di fuori della letteratura, come sindacalista e politica italiana. 

Questa è la prima considerazione

La seconda considerazione riguarda il tempo che ho impiegato per completare la lettura del libro. Mesi. Leggendo per il piacere della lettura (e non per una scadenza, un’intervista, una revisione, uno studio), vi dedico il tempo della sera; il tempo libero. Spesso crollavo con l’ereader in mano, mi interrompevo per settimane, e quando dovevo riprendere, avevo smarrito il filo, e mi toccava sfogliare le pagine indietro per ricollegarmi con la storia di Lina. Da qui, ho capito che non c’è da prendersela con chi si sente stanco la sera per leggere, dopo una giornata intensa di lavoro. È una forma di discriminazione, anche questa, di esclusione. 

Esclusione. Questa è la parola chiave anche del romanzo di Cristina Ingrao nel raccontare la storia di Lina, dalla sua infanzia in Sicilia, con la mamà partita per la Germania a lavorare in fabbrica perché al paese suo mancava il lavoro, i fratelli che sono finiti tutti assieme alle germanesi, i nonni rimasti al paese, prima a crescere i nipoti, poi a aspettarli d’estate, in vacanza. 

Anche Lina ci finisce in una fabbrica tedesca. Vorrebbe studiare lei, è pure brava, ma non c’è spazio per andare a scuola. Non per le donne, non in Sicilia, non all’epoca di Lina. Bisogna lasciare tutto e partire per la Germania, in mezzo alla neve e allo smarrimento di una lingua incomprensibile e assai diversa da quella cantilena calda che è il siciliano mescolato all’italiano e che si parla al paese. 

Che affresco meraviglioso che ne esce. Quanto presente in quel passato, quanta umanità tra le pagine di una vita da cui emerge con forza la sensazione che senza radici è dura stare in equilibrio, avere la forza di fiorire

Ci sono moltissimi brani che rendono Migrante per sempre una lettura indimenticabile. Ne cito uno, a titolo di esempio, un passaggio che apre decine di porte, di interrogativi, di scenari su cui riflettere. Dice l’autrice: «Voglio accettarmi per quello che sono, voglio esserne fiera. Non sono gli altri, a trattarmi da straniera: sono io, che ho attraversato troppi luoghi e troppe tribù, per poter scegliere di appartenere a una sola. Non ho bisogno di loro, non più: sono straniera e sono libera, sono una figlia del mondo. Sono una migrante, Lina; e lo sei anche tu, ti piaccia o no. Chi è stata migrante resta migrante per sempre». 

Seconda vita: i trentadue canti della vita

La letteratura romena tradotta in Italia è esigua. Fa fatica a trovare uno spazio, a essere compresa e accolta al di fuori dalla cerchia ristretta di chi parla il romeno o frequenta la vasta comunità di romeni in Italia. Le culture si riversano le une nelle altre e, di solito, si guarda con ammirazione e interesse verso le culture maggiori, più forti, più affermate. 

In quest’ottica, la letteratura permette di tastare il polso ai colonialismi moderni più di ogni altro strumento. 

Per fortuna, però, il mondo è fatto anche di eccezioni, di nicchie, di amanti voraci e veritieri che, con passione e contro corrente, si dedicano a travasare le culture minori. 

Si intitola Seconda vita il libro di Nicoleta Dabija (traduzione di Barbara Pavetto con Francesco Altieri), pubblicato in Italia da Edizioni EBS Print. Ed è un pugno nello stomaco. Non tanto per la storia quanto per i risvolti, le riflessioni che suscita, la dimensione umana che sottolinea e di cui ci eravamo completamente scordati. 

Di morte parliamo da mesi: il COVID-19 è stato un memento mori, ci ha ricordato che siamo fragili, che c’era stato un meccanismo sbagliato alla base della nostra illusione di eternità. 

Non tratta il COVID-19, il libro di Nicoleta Dabija. Il legame con la pandemia è l’attualità e il coraggio del tema trattato.

Mariana impiega tre giorni per morire. Ha un tumore che combatte da tempo. Ha un figlio di sette anni. Ha un passato dal quale è fuggita perché ingombrante quanto solo le tradizioni rinnegate del villaggio sanno esserlo. Mariana voleva morire in città, ma dovrà accontentarsi di morire nel villaggio natale da dove, le tre bambine del passato, sedute nel carro trainato dai buoi e avvolte dal fieno, andavano alla fiera raccontandosi storie spensierate. 

Ci sono costellazioni di simboli: trovarli, coglierli provoca un piacere intenso nel lettore.  

Seconda vita non è un romanzo. È filosofia, nella misura in cui ridona all’uomo la sua dimensione umana e gli racconta che la morte è parte della vita e non cosa estranea. C’è continuità, ci sono legami che non possono essere recisi perché sottili, impalpabili. Non esistono forbici che possano tagliarli. 

È poesia, Seconda vita. Le parole sono ponderate, le immagini sono scelte con cura. Dice: «Ma l’anima non è che energia buona che, dopo la morte, si frange come pane caldo e si divide tra le persone care. I morti si condividono. Lo spirito, liberato, entra dentro di noi in cerca di amore, lo fiuta, e quando lo trova si accoccola tranquillo, al suo fianco». 

È anche narrativa, fintantoché Seconda vita testimonia le tradizioni di una cultura, le contraddizioni intime di chi si misura con la finitezza dell’essere umano e del dolore. C’è un bambino, Alex, che perde sua madre. C’è una madre che seppellisce una figlia. C’è una sorella che non sa più se, in famiglia, sono due o tre figlie. 

E, soprattutto, c’è la vita. In qualche modo, in una certa forma, il senso ultimo del libro di Nicoleta Dabija, i trentadue Canti che compongono il volume non sono dedicati alla morte, bensì alla vita. 

Mariana è un alito caldo sulla nuca, a Londra, un anno più tardi dalla sua morte. È lì che rinasce e si lascia cogliere da Nicoleta.  

Perché, in fondo, cos’è la morte? Anzi, ancora di più, che cos’è la vita? 

Quando gli esseri umani abitano negli sguardi ovvero “La casa degli sguardi”

I poeti sono sensibili. Non è questo il caso di Daniele Mencarelli. Lui non è sensibile, lui è fragile, ha la pelle meno spessa, in un determinato punto, di difficile identificazione: da lì passano i dolori del mondo e raggiungono il suo cuore. E allora come puoi vivere quando il dolore del mondo echeggia, rimbomba, esplode dentro di te? 

La privazione del sonno è una delle torture più diffuse e insopportabili che si possano infliggere a un essere umano. Daniele, il Daniele de La casa degli sguardi, è torturato dalla vita attraverso l’insonnia. 

Come mettere a tacere il dolore del mondo che vibra nel petto? Se non hai scudi o armi con cui proteggerti, ti resta una cosa soltanto. La dimenticanza. 

Daniele, il Daniele de La casa degli sguardi, sceglie di dimenticare. Prima con la droga, poi con l’alcol. 

Come lui, dimenticano grazie all’alcol, o ridono grazie all’alcol, o si trasformano in altro grazie all’alcol 9,8% della popolazione europea. E oltre 65% della popolazione oltre gli 11 anni ha consumato almeno una bevanda alcolica nell’ultimo anno. 

Ma il romanzo di Daniele Mencarelli non è un libro sull’alcol. 

Pubblicato da Mondadori e vincitore del Premio Volponi, La casa degli sguardi è un libro da leggere. Non da classificare, né da spiegare, né da raccontare. È, semplicemente, un libro che va letto. 

Farà male. Farà piangere. Farà anche ridere, quando meno te lo aspetti. Farà tremare le mani per la rabbia, per le ingiustizie di cui Daniele diventa spettatore. Perché quello a cui Daniele assiste è atroce: laddove dovrebbe sbocciare la vita, si allunga come un’ombra insostenibile la morte, la sofferenza, la malattia. 

Daniele ha poco più di vent’anni. Vorrebbe fare il poeta, ma non ha le forze. Ha scritto diverse poesie, sono state anche pubblicate su riviste importanti, la comunità dei poeti lo definisce uno di loro, ma lui, nonostante questo grandissimo sogno, non riesce a sfuggire alla dimenticanza. Si chiama così la sua inseparabile amica che lo fa arrivare a casa in uno stato pietoso, facendo soffrire chi, invece, vorrebbe proteggere. 

Un amico — perché il mondo della poesia (dell’arte) questo crea: incontri e amici — gli trova lavoro presso una cooperativa che ha vinto un appalto e ora si occupa delle pulizie presso l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù. 

Il primo giorno di lavoro, Daniele capisce che non appartiene nemmeno a quel mondo. Infatti, ben presto cercherà di rifugiarsi tra le braccia della sua buona amica, la dimenticanza. È un’amica sgradita, ingombrante: la sua presenza significa rischiare di perdere il lavoro. È pericoloso pulire gli ambienti dell’ospedale da ubriachi. Per qualche ragione, Daniele non vuole rinunciare a quel lavoro, alla squadra a cui è stato assegnato, agli occhi tondi, scuri, teneri di Toctoc con cui istaura un dialogo basilare, da solitudini che si incontrano e si riconoscono le une nelle altre. 

Bisogna scendere a compromessi, però, con la sua tenace amica. Niente alcol da lunedì e fino alla fine del turno del venerdì. È così che Daniele inizia a essere vivo cinque giorni e mezzo alla settimana. Lo fa, ma con quanto dolore? 

Non si tratta solo dell’astinenza: i corpi possono disintossicarsi dai veleni ingeriti. L’anima, però, il cuore, la psiche — come vogliamo chiamare quel qualcosa che ci compone e che vibra, accoglie, comprende, processa gli eventi che accadono intorno a noi, dando loro un significato, una ragione d’esistere? — come può depurarsi dai veleni che gli vengono offerti quotidianamente? 

È questa la domanda di fondo ed è questa anche la risposta, in definitiva, che rende la lettura di questo romanzo un’urgenza. E un obbligo. 

Storie di una certa età: il tempo non esiste, esiste l’energia

Esiste l’energia, non il tempo. Anche ciò che passa, in modo tiranno, è l’energia, e non il tempo. Lo sanno Anselmo, Armida, i Figli di Dio, Gina, la prof, la francese, Dante, un uomo che si sveglia vedendo tutto rosso, una certa amica preziosa, Celeste, Flora, ma anche la madre di due figlie fin troppo presenti. Lo sanno tutti loro che, superata la soglia dei sessantacinque, capiscono che la vita è tutta una questione di energie. E non di tempo. Il tempo si rinnova, semmai esistesse una cosa simile. Le energie possono esaurirsi, pur avendo ancora tempo, se non si presta attenzione, se non si preservano, se non si ha cura di ricaricarle.

Storie di una certa età (Amazon Edizioni) di Cristiana Pivari sono questo: uno squarcio dietro il sipario dei nonni, delle nonne, dei vedovi e delle vedove.

Che ne sappiamo di loro?

Sappiamo che sono fragili, da proteggere, incapaci di prendersi cura di se stessi, facili prede dell’Alzheimer. Non sappiamo, però, che hanno ancora tanta energia quanto basta per seguire un corso di ballo, per innamorarsi, per sognare, per proiettare sogni nel presente o, al massimo, nel futuro prossimo.

Non è idilliaco il mondo dipinto dalla Pivari. A tratti, fa male. Armida, che legge Manzoni, fa pensare ai leoni anziani: di che vivono i leoni una volta diventati vecchi, chi si cura di loro? Chi si cura di Armida che, sebbene legga Manzoni, ha conosciuto nella vita il temibile spaccato del prima e del dopo? Armida è una clochard, non più giovane, che, oltre alla lettura dell’unico libro trovato nell’immondizia, si fuma con parsimonia un pacchetto di sigarette alla settimana, beve un chinotto quando può, va a pranzo alla mensa dei poveri e valuta se il dolore alla schiena valga un giro in ospedale, con il rischio di restare chiusa in una qualche clinica. Da cosa fugge Armida? Dalla società che l’ha fatta soffrire con i suoi schemi e le sue richieste: marito, lavoro, mutuo? Da chi fugge Armida? Difficile deciderlo. Cristiana Pivari si concentra su altro: sotto l’essere ruvido di Armida, si nasconde un animo candido che sa aiutare. C’è un lieto fine, anche se non è quello di Armida.

Il finale è sorprendente, invece, in uno dei racconti meglio riusciti (non tutte le ciambelle vengono col buco, questo è chiaro). Figli di Dio. Semplice, ancestrale, nulla da togliere, nulla da aggiungere. Lei è una signora rispettabile. Lui è un uomo misterioso. Il loro incontro è straordinario e naturale. C’è tanto in mezzo alla loro storia. Forse, c’è tutto. C’è la vita, le sue contraddizioni, i suoi azzardi, le sue speranze, i suoi sogni. E, soprattutto, c’è la narrazione: ciò che si sa, ciò che non si sa e il modo in cui i vuoti vengono colmati.

37 orizzontale: Canarie è un altro racconto che attira l’attenzione del lettore. Semplice e efficace, mette a confronto due generazioni e le loro paure. Non è mai un bene penetrare i misteri. E la madre di questo racconto, asfissiata dalle cure delle due figlie, deve trovare un modo per gioire delle sue energie. Perché, insisto, i personaggi di Storie di una certa età non si curano del tempo, il punto centrale è l’energia. L’energia che ti fa scendere dal letto al mattino, che ti tiene vigile, autonomo, attivo, curioso, interessato, pieno di slancio e di voglia di esplorare oppure, al contrario, ti fa sentire sfinito, stanco, esausto.

Cosa resta dopo aver letto Storie di una certa età? Resta un sorriso malinconico grazie allo stile ironico e frizzante con cui Cristiana Pivari racconta gli stralci di vita di sessantenni, settantenni e ottantenni che non hanno nulla da invidiare ai giovani, agli anni passati. E se non hanno nulla da invidiare non è per rassegnazione, ma perché hanno raggiunto qualcosa che i giovani non riescono nemmeno a definire. Non è saggezza e non è pace. Forse è consapevolezza, ma anche questo termine rimane povero. Piuttosto, è tutte e tre insieme.

Dice, infatti, l’autrice restituendo un’istantanea di grande impatto:

Lei è vedova da qualche anno, è la signora Cretti. Per lui è soltanto Viola, la fata.

“Ha le vene varicose”, ha osservato Mario.

“Nemmeno io sono perfetto”, gli ha risposto e poi, alla sua età, avrà pur diritto ad avere qualche imperfezione. Non è mica finta.

Ecco che cosa non sono i personaggi di Storie di una certa età: non sono finti. Anche laddove la narrazione diventa più debole o ripetitiva nei tratti che descrivono i personaggi, gli abitanti di questa raccolta di racconti sono tutto, ma non finti.

Vassalli: le streghe e le donne annidate nelle parole

Per il Torneo letterario di Robinson ho letto due romanzi, due grandi romanzi: Memoriale di Paolo Volponi e La Chimera di Sebastiano Vassalli. Ne dovevo scegliere uno e ho optato per Vassalli perché mi ha colpito fino a farmi commuovere in più di un passaggio. Volponi mi aveva trascinato in un mondo alienante, in mezzo a un narratore che non sapevo se credere, in una realtà che sentivo vicina e distante allo stesso tempo. A tratti, mi ha fatta incazzare il Saluggia di Volponi. 

Antonia, invece, mi ha ricordato che nonostante i secoli, è cambiato poco, quasi nulla. Mi ha ricordato che sono donna anche io e che nonostante la minigonna e le calze di nylon, siamo ancora di due specie: streghe e angeli.  

Con La chimera (ed. BUR Rizzoli), Sebastiano Vassalli racconta il presente. Non solo quello del 1600, non solo il suo, ma anche il nostro. È il presente semplice degli inglesi, quello che dura così tanto da risultare «per sempre», poiché il procedere della storia umana, nelle sue pieghe più intime, è uno eterno, incerto, a tentoni, con scettri che passano di mano in mano e vincitori che raccontano le proprie gesta. 
Per fortuna c’è uno spazio in cui il potere, umano o divino che sia, non ha alcuna efficacia: la lingua; quella viva, parlata, che sa di terra e di sudore. È la lingua a custodire la verità sulle nostre credenze, sui nostri costumi, sul nostro passato. Infatti, ne La chimera, le donne avevano le lune e non hanno mai smesso; amano ancora i diavoli e pagano con la vita.
Lo stile, coinvolgente e di ampio respiro, è come un’equivalenza chimica: a ogni molecola di verità equivale una molecola di riflessione. 

La prima riflessione che mi ritorna in mente a distanza di settimane dalla lettura si intreccia con l’attualità, con le parole della ministra Azzolina che si congratula con se stessa per la buona riuscita della didattica a distanza, senza un minimo accenno al fatto che, se vi è una forma di successo, questo è dovuto soprattutto a chi sta a fianco ai figli, a chi li segue, a chi li sostiene. È un successo condiviso tra docenti, studenti e genitori, anzi mamme

Cuoche, infermiere, insegnanti, donne delle pulizie e poco streghe, perché le streghe sono ribelli, non accettano facilmente le regole, notano le incongruenze, pensano. Qualcuna agisce anche. 

Non è il caso di Antonia. Antonia, la strega di Vassalli, subisce, perché è figlia del suo tempo e in quanto tale, sebbene capisca più di quanto dovrebbe capire una orfanella, non può fare nulla per sottrarsi al suo destino. Avrà una fine atroce, assurda e, in minima parte, misericordiosa. 

Il mondo brucia le streghe, ma preserva gli angeli, quelli del focolaio, s’intende. Lo faceva nel 1600 e lo fa oggi, persino ai nostri complessi tempi da COVID19.

Ci si accorge degli scienziati o dei medici donne per il tempo di un titolo, che ai giorni dell’informazione via Facebook, è questione di istanti. E quando si può apprendere qualcosa, modificare il vecchio paradigma colpito e affondato dal coronavirus, il mondo si aggrappa ancora a una visione maschilista, senza operare la sintesi, superando la dualità. 

La questione è semplice, i dati parlano chiaro. In casa, sono per lo più le donne a gestire e sostenere la famiglia, seguendo i figli, igenizzando casa e spesa, provvedendo all’armonia psicologica del nucleo. Fuori, sempre i dati fotografano una realtà in cui le donne vengono meno colpite dal nuovo virus trasformandole nelle migliori candidati per una possibile ripresa economica del paese.  Nell’ottica di una maggiore sicurezza. 

È roba da streghe, però, da anti-angelo, ed è già successo in passato, si pensi agli USA della seconda guerra mondiale. Ne seguì un’impertinente presa di coscienza, e fu considerata assurda la pretesa delle donne di mantenere il posto di lavoro, invece di accettare di essere scartate quando gli uomini ritornarono dal fronte. 

Il destino delle streghe è quello di essere bruciate, a prescindere dall’epoca di appartenenza. Vero, Antonia? 

Memoriale. Un narratore inaffidabile

Ho partecipato al Torneo letterario di Robinson di Repubblica come tanti, immagino. Leggere è più di una passione per me, è la mia compulsione. Leggere sotto la guida di un’importante testata giornalistica, mi sembrava un’esperienza molto interessante. Ho aderito. Poi, lo confesso, non avevo ben capito quanto avrei letto e come avrebbe funzionato il Torneo

Flirtavo con l’idea di diventare di professione lettore. Sai mai? 

Memoriale

Per il Torneo, mi è capitato in lettura Memoriale di Paolo Volponi (Einaudi Editore) e La chimera di Sebastiano Vassalli (di cui ve ne parlerò presto). Tra i due, per me Vassalli ha raccontato una storia che è andata dritta al cuore perché, più di un’operaia, sono una donna che vede come il mondo non abbia ancora smesso di bruciare le sue streghe. 

Sono anche un’ex operaia, però. Non in fabbrica, ma per un’azienda di trasporti, assunta via cooperativa. Forse, ecco, ho conosciuto la versione ancor più difficile dell’essere operaio. 

Memoriale esce nel 1962, ma non per questo è meno attuale. 

Paolo Volponi

La storia è presto detta.

Saluggia, Albino Saluggia, è un reduce della seconda guerra mondiale. È giovane, con le sue idee fisse, un po’ timido, poco avvezzo del mondo. Viene assunto in una fabbrica del Nord Italia e qui le sue paranoie prendono una piega definitiva. Diventa nevrotico, paranoico, è un narratore inaffidabile mentre, convinto che i medici della fabbrica stiano complottando alle sue spalle, per licenziarlo, racconta la sua disavventura nella fabbrica e alle prese con la malattia. 

Perché, sebbene Saluggia non voglia ammetterlo o si affidi a dottori improvvisati, è malato. Ha la tubercolosi. Deve curarsi in un sanatorio, deve seguire una cura ben precisa, che lui rifiuta. 

Cosa può succedere nella mente dell’uomo abituato a un ritmo, a una realtà, strappato da questa realtà e a questo ritmo, gettato nelle fauci della guerra e poi in un nuovo ritmo, quello della fabbrica, dove l’individuo perde il suo senso di essere, se non come prolungamento della macchina che deve utilizzare? 

Saluggia ha paura del complotto perché a lui fare l’operaio piace. O almeno così appare dalle parole del narratore che trasportano il lettore in una specie di labirinto da cui nessuna Arianna può aiutarti a uscire.  

È dai tempi della prima rivoluzione industriale, dagli albori della questione sociale, così come ci viene spiegata sui libri di scuola, che la realtà alienante della fabbrica è un nodo che non si è mai sciolto del tutto. 

Scrivo ai tempi del Covid19. Non posso farne astrazione. Ho letto il libro in tempi non sospetti, ma il nuovo assetto mondiale, martoriato da questo virus che ci distanzia fisicamente, mette in evidenza, in modo forte, spaventoso, proprio i limiti e le problematiche del mondo produttivo, delle fabbriche. 

Perché, nell’800, i deboli erano le donne e i bambini che lavoravano in condizioni assurde, ma anche i braccianti che avevano lasciato i campi dopo gli enclosures, e all’inizio del ‘900 c’era l’alienazione degli operai, le loro paure nei confronti della fabbrica che sembrava volerli inghiottire come un tessuto cicatriziale che cresce intorno a una ferita ricucita. Oggi sono gli stessi operai a pagare il prezzo dell’incertezza, della paura, alienati e frastornati tra mille ipotesi e poche regole chiare. A loro è chiesto di fare ripartire l’economia, a non farci mancare il cibo, a produrre mascherine e dispositivi che ci proteggano. A quale prezzo? 

Chissà cosa avrebbe scritto oggi Volponi. Forse avrebbe dato alle stampe un romanzo che gli avrebbe valso un terzo premio Strega.

Massini: Eichmann e Arendt in dialogo

Ci sono libri che leggi in un solo pomeriggio. Li divori. Poi, però, impieghi mesi per processarli, farli tuoi, rimescolare le parole perché non siano solo acqua piovana, perché aderiscano e, dalla perturbazione che hanno creato, da quel turbinio di sensazioni, fiorisca una nuova, seppur fievole, coscienza. Non basta un libro per creare una nuova coscienza, ma può essere un ottimo inizio.  

Ho letto Eichmann. Dove inizia la notte. Un dialogo fra Hannah Arendt e Adolf Eichmann di Stefano Massini in pochissimo tempo, ma ho impiegato più di due mesi per farlo sedimentare. Perché la questione della memoria non è la questione di un giorno. Non è commemorazione in divisa e un banco di libri in libreria o una lezione a scuola dedicata al tema. Ricordare è un esercizio quotidiano, un muscolo che va allenato con costanza. 

Pubblicato da Fandango, il dialogo di Massini è una gemma. Un piccolo gioiello di riflessioni da leggere, rileggere e poi ri-rileggere ancora. 

Perché è attuale. Attuale persino in questi giorni in cui il Covid19 ci chiude in casa, ci mette in allerta, ci ricorda quanto siamo vulnerabili e nelle mani dei potenti per i quali «immunità di gregge» può avere un certo senso, un certo pragmatismo, soprattutto economico. Anche non prevedere l’uso di ventilatori per i diversamente abili può essere una strategia. Siamo in guerra, dicono. Beh, vi dico, lasciamoci aiutare dalla letteratura. Per ridimensionare i termini, per ricordare (non commemorare) e per imparare dal nostro stesso passato. 

Forse essere in guerra, come qualsiasi altra forma di inferno e paradiso dei giorni nostri, è anche uno stato psicologico. E qui, su questo fronte, la letteratura può molto.

Non ne sapeva nulla Massini della pandemia che stava arrivando, ma scrive con lungimiranza straordinaria: «Dico che il male si nutre di paura». I titoloni dei giornali, la paura distillata in poche stringhe di parole, ci hanno portato a svaligiare i supermercati, a #nonfermarci, a dividerci, a scappare disperati verso quello che chiamiamo casa, per poi renderci conto che c’è un unico modo per combattere il nemico, chiunque esso sia: unendoci.

Hegel ci aveva avvisati: la storia si muove in loop. Come Trump con i ventilatori negati, così Hans Cohn che «poteva tranquillamente morire a sei anni perché tre numeri civici avanti viveva un genio, che si è salvato il culo». 

È onirico il ritmo con cui Massini racconta questo serrato scambio di battute tra la Arendt e Eichmann, a tratti si inseriscono le immagini de L’insostenibile leggerezza dell’essere viene in mente un sogno di Teresa quando si legge: «Li faceva mettere in fila nudi sul bordo di una grande fossa, cento metri. E sparavano, a raffica. Appena finivano dentro, buttavano giù terra». E allora forse era meno spietato il gas, sono entrambi d’accordo. Ci sono tante gradazioni di orrore

Nessuna camera a gas, ma è sempre la paura di morire soffocati che ci attanaglia la mente in questi giorni. Come allora, così adesso. Siamo fragili. «Si rende conto di quanto siamo fragili? Basta che un tizio in qualche ufficio punti tutte le sue carte per avere una promozione, e noi ci finiamo nel mezzo». 

Dicono che l’ozio sia il padre di tutti i vizi e che è beata l’ignoranza. Ci hanno tratto in errore. L’ozio è la pausa in cui possiamo finalmente sentire i nostri pensieri e l’ignoranza è una zavorra che ci rende deboli. Non fragili, ma deboli. Dopo la Seconda Guerra Mondiale non abbiamo avuto molto tempo per riflettere. Ora, sebbene circolino bollettini di guerra con morti e feriti tutti i giorni intorno a mezzogiorno, non siamo in guerra. Abbiamo tempo, la maggior parte di noi, tempo per pensare, per oziare, per vincere l’ignoranza.

Magari con un buon libro. 

Iniziate con Eichmann. Dove inizia la notte. Un dialogo fra Hannah Arendt e Adolf Eichmann.

Daniel Keyes: Una stanza piena di gente

Uscito per Nord Editrice, nella traduzione di Natalia Stabilini e Isabella C. Blum, Una stanza piena di gente di Daniel Keyes è un libro che toglie il fiato

Non lo toglie per la semplice vicenda di William Milligan, lo stupratore dalla personalità multipla, come è stato definito dalla stampa negli anni ’70 quando il suo caso era diventato una via per i politici per ingraziarsi i potenziali votanti, un’ottima scusa per vedere i giornali o un modo facile e veloce per creare mostri, stuzzicare le paure delle persone e stimolare l’opinione pubblica nella direzione desiderata. 

Quello che colpisce della storia è quanto la violenza subita dai bambini possa distruggere un’esistenza. Billy passerà circa trent’anni tra prigione e istituti di cura mentale finché i suoi troppi io riusciranno a fondersi in uno solo. 

Una stanza piena di gente di Daniel Keyes

Keyes inizia la storia di Una stanza piena di gente nel momento in cui Billy viene arrestato per l’ultima volta, negli anni ’70. Gli agenti lo trovano in casa in possesso di armi, confuso, e con una presunta bomba che potrebbe esplodere da un momento all’altro. 

Lo portano via, lo rinchiudono ma c’è qualcosa di strano nel comportamento di Billy. Va visitato da uno specialista. Sono due avvocati, un uomo e una donna, a cercare di tirare fuori dai guai Billy. Lui ha paura degli uomini, non si fida. Preferisce che a parlargli siano solo le donne, altrimenti si agita. È una dottoressa, allora, che parlerà con lui e vincerà la sua fiducia, finché Billy le rivelerà il suo grande segreto

Billy sta dormendo da anni. Sul posto, così chiamano le tante persone il momento di coscienza, si alternano Danny, Tommy, Allen, Arthur, Ragen e moltissimi altri. Ciascuno di loro possiede un pezzo di realtà ed è bravo in una determinata cosa. Ciascuno di loro ha un coefficiente di intelligenza diverso (Arthur addirittura supera il 130)  e non ricorda molto di quello che fanno gli altri, specie nei periodi di confusione quando, sul posto, si alternano in tanti. Certe volte, persino gli Indesiderati

Daniel Keyes

È questo il grande segreto di Billy. Di Billy lo stupratore del campus che ha rubato i soldi a tre donne e ne ha violentate due. Di Billy che dorme dall’età di diciassette anni, quando ha provato a uccidersi e gli altri hanno capito che era pericoloso lasciagli il posto, lasciarlo sveglio. Le altre persone hanno assunto il controllo, lo hanno perso, lo hanno ritrovato fino a restare profondamente confusi e disorientati. Avevano un disperato bisogno di aiuto. 

C’è un punto essenziale sul quale l’opinione pubblica, così come emerge dalla ricostruzione di Keyes, non si sofferma più di tanto. Lo stupratore è uno stuprato. Abusato all’età di nove anni dal padrino, dal papà Chal, Billy si disintegra interiormente. Non c’è altro modo per sopravvivere, gli dice la sua mente di bambino, a un dolore e a una simile sofferenza, se non quella di disintegrarsi. 

Il caso di William Milligan diventa emblematico, il suo percorso trasfigura la legge americana, la sua vita, poi, in ultima battuta, riuscirà a ricomporsi in qualche modo.

Resta, però, una riflessione, una domanda sulla quale indugiare a lungo: ogni volta che un adulto si muove nella vasta gamma della violenza (quindi, chi più chi meno, chi troppo) nei confronti di un bambino, cosa scrive sul suo io? 

Leggere Una stanza piena di gente va oltre il desiderio di scoprire qualcosa in più su un caso straordinario che ha sconvolto l’America. È uno spunto per pensare sulla società, sulle sue paure e su chi siano i veri mostri che la abitano.