Tutto questo tempo: un romanzo che provoca dipendenza

Mi hanno attratto la copertina, il nome dell’autore, il titolo mi ha detto qualcosa di indecifrabile e affascinante al contempo. Un mare increspato dalle onde, una seggiola conficcata nelle morbidezze bagnante della sabbia, una bandiera fluttuante nel vento e il sole che colora di giallo il mare grigio. Nicola Ravera Rafele. Tutto questo tempo. È stata questa la sequenza a colpirmi, in questo preciso ordine. 

È uscito per Fandango Libri ed è una droga potentissima. Annienta il mondo intorno, i bisogni fisiologici, la voglia di fare altro al di fuori del girare le pagine, capire, liquefarsi per poi strappare le norme della realtà fino a infilarsi tra le pagine come sotto le coperte per diventare non più spettatore ma parte integrante, personaggio, l’altra amica o l’amante. Dare un consiglio a Elisa. Bere un bicchiere di Martini con lei, leggere in anteprima il romanzo di Giovanni. Amarlo e odiarlo perché se n’è andato. 

Elisa lo incontra a Polignano. Giovanni è più vecchio di lei di vent’anni, fa lo scrittore ed è lì per presentare il suo romanzo. Ha un fascino tutto suo, Giovanni Luna, il fascino del cinico, di chi si dà ma solo in parte. 

È il 1986 quando nasce Clara Luna, c’è una foto, scattata da Giovanni con una Leica a immortalare lei e sua madre, Elisa. 

È il 1987 l’anno in cui Giovanni, di ritorno dall’Argentina, ha un tentennamento. È a Madrid, vorrebbe tornare a casa dalla sua famiglia, ma c’è qualcosa che glielo impedisce. C’è il vuoto, la paura, la consapevolezza, la possibilità di fuggire. C’è tutto questo che si unisce e si amalgama alla tensione verso chi ama, verso chi lo aspetta. 

Nicola Ravera Rafele

È il compleanno di Clara, Giovanni dovrebbe rientrare a momenti, Elisa ha tenuto la bambina sveglia perché il padre la possa abbracciare e le possa fare gli auguri. La bambina gattona in giro per la casa, ormai è sfinita, cede al sonno. Elisa è preoccupata, chiama la linea aerea, insiste perché le venga detto se l’aereo di Giovanni Luna si sia schiantato. Ha paura, forse è morto. L’aereo è atterrato in anticipo, la rassicura l’operatore, allora Elisa pone l’unica domanda che le rimane, ma deve insistere a lungo per ottenere risposta. C’era un passeggero di nome Giovanni Luna a bordo del velivolo? No, non c’era. 

È il secondo abbandono che Elisa affronta nella sua giovane vita e, come per ogni via percorsa la seconda volta, ha reminiscenze. I ricordi di cosa si prova, di come si supera il trauma dell’abbandono sono vaghi, ma ci sono. Giovanni Luna l’ha lasciata da sola, con la loro bambina di appena un anno, in una casa spaziosa ubicata in una palazzina di proprietà nella capitale. Il padre di Giovanni era fascista, erano ricchi. 

C’è Roma da un lato, ci sono Elisa e Clara. E c’è Madrid, il punto geografico in cui Giovanni Luna è inciampato. Ci sono i pensieri dell’uomo, il suo vorticare di emozioni e sentimenti, le parole che sgorgano come flussi incontenibili trascritti su fogli sparsi, sui tovaglioli, memorizzati. Sono lettere, o confessioni, o gridi di disperazione, e sono indirizzati a Elisa. Si sta mettendo a nudo Giovanni, a modo suo, secondo i suoi tempi, creando pause che sospendono la vita. 

È un mediocre Giovanni Luna, ha lasciato le gare di nuoto nel momento in cui la sfida era diventata difficile. Suo padre glielo aveva sempre detto che era uno scansafatiche, che non gli piaceva impegnarsi. Forse aveva ragione. Forse Giovanni è ancora quel ragazzo sviluppatosi prima degli altri, quindi in un illusorio anticipo, ma facile da raggiungere, ancor più facile da superare. 

Questo primissimo episodio diventa il preludio di un’esistenza, di un concatenarsi di eventi che si spalma per oltre trent’anni, per più di una generazione. Sullo sfondo si dispiega un sottile teatro dell’assurdo che cuce drammi e tragicommedie dando un’aria di originalità all’intera narrazione. 

Il ritmo e lo stile sono una specie di pioggia, di danza, di abito che si trasforma per aderire, di volta in volta, ai personaggi che si muovono, che si raccontano. 

Tutto questo tempo è un incontro speciale, consigliato (anche) a tutti coloro che lamentano di avere poco tempo a disposizione per leggere, molti problemi da risolvere e un’inclinazione ad affogare le mancate risoluzioni, per esempio, in un bicchiere di vino di troppo. C’è una droga più potente di quelle prodotte dalle distillerie, dai narcotrafficanti o dalle pasticcerie. È vero, richiede una certa inclinazione alla perversione, ovvero a trarre piacere da cose inconsuete. Basta poco, però, per farsi conquistare. La grande letteratura è una droga potente, possiede un fascino poroso, vampiresco. Ti risucchia. Ti svuota e ti riempie, come il mare in una risacca. Leggere diventa un’esperienza estatica. Tutto questo tempo è un’esperienza estatica